La bella compagnia

A nessuno piace stare solo. Troppo generalista? D’accordo, d’accordo, se proprio insistete posso cambiare questa affermazione in qualcosa di meno drastico. Una domanda.

A chi piace stare da solo?

Siate sinceri, anche perché so già la risposta.

È nella nostra indole: confrontarsi, fare comunità, dialogare, creare legami, incrociare destini. Siamo fatti per stare vicini, per parlare di noi e impicciarci degli altri, non c’è niente da fare. E nulla di male.

La solitudine non piace, intristisce, devi guardarti dentro, renderti conto chi sei, cosa vuoi, dove stai andando, sai che noia! Meglio stare in compagnia.

Ora che finalmente siamo capaci di interagire a distanza, adesso che riusciamo a organizzare aperitivi e cene con poche parole inviate da un click, il problema della comunicazione è risolto.

Risolto un corno. Adesso organizziamo cene via wazzap con i nostri amici o la famiglia e quando siamo insieme non alziamo gli occhi dallo schermo. Agli aperitivi teniamo il bicchiere in una mano, il cellulare nell’altra e niente, abbiamo finito le mani. Quando usciamo per una passeggiata lungo mare al chiaror di luna non c’illumina la luna, è lo schermo dello smartphone. È bello stare insieme!

Che poi io mi domando: se tutti quelli con cui volevamo uscire a cena sono qui, seduti accanto a noi, con chi di grazia stiamo chattando? A chi stiamo mandando note vocali che neanche il lancio dei missili atomici richiede tanta concentrazione, mentre il cameriere si dondola da una gamba all’altra aspettando il nostro ordine?

Dopo un’attenta riflessione credo di aver capito. Siamo completamente presi nel fingere di partecipare alle vite degli altri. Gli altri chi? Gli altri che fingono di vivere la vita che si presume noi vorremmo vivere. Un circolo vizioso. Un girone infernale ancora non descritto nei libri: Dante, è possibile aggiornare l’Inferno?

Su Istagram seguiamo esemplari plastificati di donne con gambe chilometriche che passano le estati supine sugli yacht e gli inverni a sciare in costume da bagno, poi maschi da copertina senza un capello fuori posto, perennemente alla guida di macchine potenti e in compagnia di esemplari plastificati di donne con gambe chilometriche… scusate, sono entrata nel girone. E ancora gatti tenerissimi “ma hai visto questo, che amore?”, poi Youtube, con esperti di fitness che non imiteremo mai, beauty blogger, fashion guru, vlogger, socialites, influencer, influenzati, ops. C’è anche Facebook, lì sì che possiamo interagire e sentirci intellettuali, passano anche le notizie “l’hai sentita l’ultima?”, rigorosamente fake, montature ad arte per l’imbecillimento di massa, ma è bello, siamo partecipi, possiamo dire la nostra.

Nel mentre, la vita va avanti, gli affetti veri sono seduti accanto a noi ma invisibili, forse presi anche loro nella “rete”.

Annabelle Lee

I social: incubo o speranza?

Siamo più o meno consapevolmente nell’era dei social network. Ci sono quelli fotografici, quelli sintetici, quelli liberi, quelli più severi (davvero?) e il mondo ha imparato a interfacciarsi con uno strumento di comunicazione assolutamente sorprendente, ma terribilmente pericoloso.

Non esiste una vera scuola che ti insegni come essere social senza rischi. Ci sono però molti convegni, articoli di persone note e specializzate in tal disciplina o talaltra, ed esperti (esperti? Di cosa?) che si mettono in cattedra e cominciano a elencare pro e contro, problematiche e utilità, risvolti psico-sociali e psico-solitari che ne conseguono. Che accadono, cioè, in seguito all’utilizzo più o meno intensivo di queste finestre aperte sul nulla, un nulla che è diventato il tutto.

È un male, ormai la gente non distingue più il reale dal virtuale.”

Non serve avere un volto o un corpo, dove andremo a finire.”

Perdi ore su quei cosi e smetti di vivere.”

Queste alcune delle frasi più ricorrenti che si sentono in giro. Non posso dire che abbiano torno, ma nemmeno sono portatrici di una verità assoluta.

Il problema, se di problema si vuole parlare è che non si riesce a stare al passo con i tempi che corrono lesti portando modifiche fondamentali alla comunicazione di massa e di masse.

Che sia un bene o un male lo potremo affermare tra dieci anni, a mio parere, siamo in un periodo di boom sociale. Al momento stiamo attraversando il picco del virtuale come vita.

Un po’ come è successo con l’avvento della televisione: tutto era bello, nuovo, attrattivo e, nel mentre, nascevano meno bambini, e quei bambini che nascevano stavano troppe ore davanti alla televisione. Ora quello che esce da quella scatola è meno importante, meno attraente e meno vero.

E così sarà con i social media. Io mi auguro solo che la consapevolezza di noi si sviluppi prima della consapevolezza del virtuale.

Giorgia

network-3075716_1280