Il club dei mangiatori di canapa

No, non proprio di canapa: di hashish.

Era la metà del diciannovesimo secolo: Theophile Gautier, giornalista, scrittore, poeta (“impeccabile” secondo Baudelaire, che gli dedicò il suo “Les fleurs du mal”), fondò Le club de Hachichins che contò funzionali o prestigiosi soci: il medico Moreau de Tours (lui porterà il primo pezzetto della misteriosa e scura pasta, da uno dei suoi frequenti viaggi in Oriente), e i grandissimi artisti Gérard De Nérval, Victor Hugo, Alexandre Dumas padre, Eugene Delacorix, Honoré Daumier, Honoré de Balzac, e lo stesso Charles Baudelaire

Insieme ad altri intellettuali, si incontravano una volta al mese a Parigi al Pimodan — hotel in cui risiedevano il pittore Boissard e lo stesso Baudelaire, le cui tre stanze sembra gli somigliassero come fossero fratelli —, per consumare cannabis o per valutarne, da spettatori, gli effetti sui fruitori.

Lui, Gautier, personaggio controverso, aveva il compito di redigere una sorta di cronaca, ma il suo talento trasformò il reportage in un piccolo gioiello letterario: “Il club dei mangiatori di hashish”, appunto.

Molte e diverse furono le reazioni all’esperimento: da esultanza per l’esaltazione delle qualità artistiche in chi faceva uso della sostanza, alle varie stigmatizzazioni che spaziarono dagli effetti negativi meramente fisici, e quindi con ricadute pericolose sulla salute, fino al collegamento con Satana, visto il sentimento di potere e di superiorità a Dio che molti percepivano (questo è ciò che dice Baudelaire nel suo “I paradisi perduti”, in cui la requisitoria contro le droghe anticipa quella dei giorni nostri).

Non aiutò al buon nome della droga il fatto che il termine assassini provenisse — così pare e così conferma Treccani — dall’arabo Ḥashīshiyya, cioè “coloro che sono dediti all’hashish”, con riferimento a una setta musulmana estremista e terrorista, con cui vennero a contatto i crociati in Siria nei secoli dodicesimo e tredicesimo. A tale tradizione dedica un intero capitolo Gautier nel citato testo (“Parentesi”, il nome del capitolo).

Lasciamo perdere le speculazioni pro e contro, chi scrive è contraria e nient’affatto avvezza all’uso di qualsivoglia stupefacente se non a fini terapeutici, e dall’epoca se ne è discusso tanto e ancora tanto se ne discute. Che si accapiglino gli esperti.

Parliamo piuttosto della pianta dello scandalo (e del miracolo): la canapa.

Assurta ai giorni nostri a eroina (ops…) dell’alimentazione e della buona salute per merito delle sue indiscutibili qualità, si capisce perché quei bizzarri, almeno sull’argomento, personaggi riuniti nel decadente Pimodan non fumassero hashish, ma lo mangiassero. Forse la presenza di un medico giustifica l’intuizione: associata a grassi, la canapa accentua di molto i suoi poteri benefici.

Certo… ingerita come hashish — che è una resina ottenuta dall’isolamento dei tricomi della pianta Cannabis sativa (o canapa indiana) — produce effetti anche psicogeni, ma, rispetto al fumarla, meno potenti e più a lungo termine (non per questo meno pervasivi. Immagino).

E quali sono questi poteri benefici? Dall’abbassamento del colesterolo, alla protezione del cuore, passando per la soluzione dei problemi ormonali femminili.

Contrariamente agli alimenti totalmente vegetali, i suoi semi contengono tutti e nove gli aminoacidi essenziali e sono composti al 25% da proteine. Ottima per chi segue regimi alimentari vegani e vegetariani.

Oltre ai semi, da aggiungere a insalate, e oli, da usare un po’ come la fantasia e il gusto ispirano, dalla canapa oggi si produce anche farina adatta all’alimentazione umana, che è possibile utilizzare per la panificazione e per fare la pasta. Il suo sapore è molto nocciolato, quindi niente male. Ovvio: per la panificazione classica, essendo la canapa totalmente priva di glutine, vanno aggiunte farine di “forza” (farro, segale, grano tenero, grano duro), ma ho scovato una ricetta per fare un pane alla canapa e al grano saraceno (che non è frumento), che mi sembra davvero interessante, dato che oltre al glutine non ha nemmeno il lievito:

prendete 200 g di farina di canapa sativa e 200 g di farina di grano saraceno, mischiatele tra loro con un pizzico di sale e poi aggiungete lentamente e gradualmente 400 ml di acqua, mescolate bene e poi completate con due cucchiai di olio extra vergine d’oliva miscelando di nuovo accuratamente. Non si devono formare grumi (la forchetta, ricordate? A volte è meglio la forchetta ).

Nel frattempo avrete acceso il forno in modalità statica a 180 gradi.

Foderate uno stampo da plumcake con carta da forno preventivamente bagnata e strizzata, e versateci dentro il composto. Credo debba risultare non molto compatto (non ho sperimentato la ricetta: la sto leggendo ora su un sito che si chiama primochef.it). Infornate.

Dopo 25 minuti controllate con uno stecchino la cottura: se esce bagnato deve cuocere ancora. Se invece è asciutto vuol dire che è pronto. Comunque trenta minuti dovrebbero bastare.

Fatemi sapere come vi è venuto. Nei prossimi giorni proverò pure io.

Forse non sarà stupefacente, ma visto uno degli ingredienti principali direi che dobbiamo esserne lieti.

Ah! Pare duri una settimana. Se riuscirete a verificarlo temo che vorrà dire che non è venuto molto bene.

In genere le cose buone finiscono velocemente.

Un po’ come il Tempo, che uno dei personaggi del club raccontato da Gautier, in un momento di delirio da ingerimento d’hashish, fa morire:

“L’eternità era logora. Prima o poi si deve pur finire.”

Magari, se potessimo calpestare i pavimenti del decadente e magnifico hotel Pimodan, definito successivamente “una tomba dorata in fondo alla vecchia Parigi” da Roger De Beauvoir, dimenticando le porcellane di Louis Leboeuf, e bevendo in calici di Venezia, il nostro pane, poggiato su piatti scompagnati e spesso sbeccati, ma di squisita fattura, potrebbe essere il giusto accompagnamento di una singolare marmellata, definita da Gautier come “un pezzetto di pasta o confettura verdastra”, creata con l’estratto del fiore della canapa fatto cuocere con burro, pistacchi, mandorle e miele. E insieme a tale descrizione, lo scrittore racconta magistralmente l’apertura delle porte del mistero, confondendo le carte in tavola, tra il bianco e il nero, tra la luce e il buio, tra risate, componimenti, messa in discussione della razionalità, e magnificazione dell’assurdo.

Mostri.

Sconfitta.

Perché nell’artificio la bellezza ha sempre un termine e in genere è il suo contrario.

Tuttavia Gautier, Baudelaire e gli altri sperimentarono il salto in consapevolezza, fortissima, della forza dell’individuo. Non per noia, quindi: per autosperimentazione.

Ma loro erano geni.

Non so, credo che mi accontenterò di una fetta di pane…

Loredana Conti

Madeleine, ovvero: la nostalgia che fa ingrassare

La nostalgia ha un sapore spesso dolce come il suo più famoso richiamo letterario: la madeleine proustiana.

È dolce perché legata a un momento in cui la nostra interiorità si è sciolta, come cioccolata all’interno di un tortino appena sfornato. E ci fa sorridere e al contempo intristire, come un ottimo liquore di ciliegia (l’alcool dolce è un compagno infido: ci apre al sorriso e al pianto).

La nostalgia… basta davvero un morso a risvegliarla: un sapore, gustato in un momento di gioia antica, restituisce quella letizia. O quella placida serenità. O quell’emozione intensa (non proprio quella. Ne parlerò).

A un primo istante non ci sovviene il motivo del sentimento che ci allarga il cuore.

Quel sapore, o quell’odore ci fanno affacciare su uno sfuggente desiderio. Su un non chiaro senso di deja vu.

E non serve riassaporare, riannusare: l’impressione perde di intensità, addirittura si allontana.

Così come quando ci incaponiamo nel trovare un nome che abbiamo sulla punta della lingua: non arriverà. Lo farà in piena notte magari, svegliandoci. O mentre stiamo chiacchierando di tutt’altro, facendoci assumere espressioni del tutto incongrue alla situazione.

Quindi: ripetere l’assaggio non aiuta, come ci narra Proust nel celeberrimo brano della madeleine (tratto da “Dalla parte di Swann”, ne è quasi l’abbrivio. Ovviamente è uno dei libri della Recherce):

“Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. È tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me.”

Come afferrare il ricordo, il senso?

Il grande scrittore francese semplicemente si adagia sulla sensazione, lascia che essa sia l’unico senso utilizzato: senso senza sostanza fisica, ma pieno di quell’essenza che è l’anima, contenitore – e rielaboratore – di ricordi .

Ed ecco!, finalmente uno squarcio su quel disagio emozionato: il ricordo emerge, ed emerge in tutta la sua crescita. Il tempo che l’ha separato dalla sua manifestazione nella realtà l’ha modificato, l’ha modellato sul nostro cambiamento, sul nostro nuovo modo di percepire le cose, di accogliere il mondo.

Un sollievo misto al dolcissimo dolore per il tempo che fu e che mai più sarà, ci strapperà un sorriso, forse una lacrima.

E alfine compresa quella memoria involontaria, che ci ha donato la possibilità di affacciarci all’essenza di noi stessi, potremo continuare ad assaporare il biscotto più famoso del mondo, a forma di conchiglia, originario di Combray, e che non è nemmeno difficile da preparare.

Vale la pena immergere le mani nella farina per provare a entrare nelle pagine di uno dei più grandi capolavori letterari di tutti i tempi, e allora per facilitarvi il magnifico compito vi propongo la ricetta:

  • prendete 150 grammi di farina e mescolatela con mezzo cucchiaino di lievito e altrettanto di sale. Ovviamente le ricette attuali prevedono la farina 00, ma presumo che all’epoca di Proust si usassero ancora cibi vitali, pertanto ve ne consiglio una organica e meno raffinata.
  • a parte sbattete 3 uova di galline allevate almeno biologicamente (meglio se di un contadino amico vostro. Se avete contadini amici segnalatemeli, grazie) con 150 grammi di zucchero. Ecco, lo zucchero: cosa non si sente di male sullo zucchero? È tutto vero. Tuttavia non posso consigliarvi di sostituirlo con del succo d’acero, perché non ho provato la ricetta variata, e quindi pazienza. Probabilmente diventeremo fisicamente invulnerabili al cianuro allenandoci coi veleni quotidiani.

Dove ero rimasta? Ah sì, alle uova sbattute, come quelle che mi portava mio padre al letto per colazione quand’ero bambina… Uh! Madeleine! Attivano la nostalgia, deve essere proprio una loro qualità. Bene:

  • aggiungete 80 grammi di burro fuso, un po’ di buccia d’arancia grattugiata, e unite lentamente, mescolando bene (mai col cucchiaio! Molto meglio la forchetta, oppure la frusta), la farina.
  • mettete il composto nello stampo tipico (oggi sono ottimi quelli in silicone), e infornate in forno già caldo a 180 gradi per dieci minuti. A fine cottura aspettate che si freddino. Poi mangiateli – ovvio –, ma mangiateli pensando alle distese di lavanda della Francia, alle sue coste, allo champagne, e al suo memorabile – uno dei suoi tanti memorabili – scrittore.

Ah, nota curiosa: nella prima stesura Proust non parla di madeleine, ma di pane tostato spalmato di miele. Se avesse lasciato questa versione ci avrebbe facilitato la vita in cucina…

Loredana Conti

La protesta del pane e pomodoro

Montalban, grande scrittore catalano, ispiratore di Camilleri, nei suoi romanzi ci delizia intelletto e palato (almeno quello immaginario) raccontandoci, tra un omicidio e l’altro, tra un’indagine e l’altra, cosa amano mangiare i suoi personaggi (il più famoso: Pepe Carvalho, un investigatore privato sui generis, fascinoso e comunista. Cinico. E ovviamente gourmet).

Ricette particolari, intriganti, alcune irrealizzabili qui in Italia per problemi di approvvigionamenti, tuttavia divertenti da leggere.

Si sa: chi sa scrivere rende affascinante anche il biglietto del tram.

Per la gioia di chi ama sperimentare in cucina seguendo le orme dei propri eroi, le ha raccolte in due libri: “Ricette immorali” e “Le ricette di Pepe Carvalho”.

Dal primo prendo l’osanna al pane e pomodoro:

“È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un passaggio fondamentale dell’alimentazione umana. Piatto peccaminoso per eccellenza perché comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a chiunque. Piatto peccaminoso in quanto può significare un’alternativa a tutto ciò che è trascendente, a tutto ciò che è pericolosamente trascendente, se diventa cultura della negazione.

Non fate la guerra ma pane e pomodoro.

Non votate per la destra ma mangiate pane e pomodoro.

No alla NATO e sì al pane e pomodoro.

Ovunque e sempre. Pane. Pomodoro. Olio. Sale.”

E cosa c’è di immorale in pane e pomodoro? Ma come! La protesta. La protesta contro l’omologazione. Contro la perdita dei valori semplici e immediatamente fruibili. La protesta contro il sentirsi obbligati all’appiattimento del gusto.

Perché a ben sentire, forse anche solo nelle sfumature di sapore, sarà improbabile mangiare un pane e pomodoro sempre identico a sé stesso.

Perché pane e pomodoro è fatto di cibo vivo, vibrante e ricco. Eppure è economicamente democratico.

E tutto questo oggi è immorale, dato che la moralità, o meglio: il moralismo imperante ci chiede di abbracciare cibo morto, firmato e soprattutto filmato nelle infinite trasmissioni televisive culinarie.

Se è vero, come dice il proverbio cinese, che “mangiare è uno dei quattro scopi della vita… quali siano gli altri tre, nessuno lo ha mai saputo”, allora imponiamoci di restituire vigore a ciò che inseriamo nel nostro corpo, visto che il fine principe del mangiare è tenerlo vivo.

Ed ecco la ricetta:

  • pane fatto con farine ricche, possibilmente biodinamiche e integrali, lievito madre, acqua di sorgente (e qui qualche indicazione ce la dà Maurizio De Giovanni, napoletano, anche lui esperto di cucina e mago della penna, che al pane dedica “Pane per i bastardi di Pizzofalcone”, in cui tiene a precisare che la qualità dell’acqua, per la sua buona riuscita, è fondamentale. Ma a Napoli l’acqua deve avere qualche molecola magica, perché a essa pure il caffè deve la sua fama – meritata – , almeno secondo voci di corridoio);
  • pomodori biologici coltivati in zone lontane dai territori più inquinati, possibilmente lontanissimi dalla Terra dei Fuochi, a milioni di km di distanza da quelli in cui avviene lo sfruttamento degli extra comunitari;
  • olio extra vergine d’oliva, puro, brillante come oro, con sfumature di smeraldo, denso e prezioso;
  • un pizzico di sale, marino, semplice, magari grosso, da macinare al momento dell’uso.

Vogliamo esagerare? Ma sì! Se dobbiamo essere immorali allora tanto vale esserlo in grande: sulla nostra meravigliosa fetta spolveriamo del basilico spezzettato con le dita, possibilmente coltivato sul nostro balcone.

E chiudiamo gli occhi al primo morso: riusciremo a percepire il sapore del sole. Molto immorale.

P.s.: Montalban, scomparso qualche anno fa (ahimè!, certo per lui, dato che non era molto anziano, e per me, dato che ho letto tutti i suoi libri ed è triste sapere che non ne avrò altri da leggere), per immorali intendeva altro, ma sono certa di trovarlo d’accordo sulla mia interpretazione aggiuntiva. Chi volesse sapere il suo intento, si compri il libro.

Loredana Conti

Broccolo e Boccadoro

Arte in cucina, e chi può meglio esprimersi dei figli della Natura?

Un artista degno di tale nome è certo il broccolo romanesco.

Verde, fiorito, ma per niente delicato. Non ha petali eterei, né foglioline evanescenti. Non è adatto al bouquet di una sposa: il suo colore è troppo acceso, le sue forme troppo riconoscibili.

E del resto nemmeno ciò che dona all’olfatto può definirsi bouquet.

Ma è un artista, un po’ alla tarda Tamara de Lempicka: forte e narciso.

E lui è talmente narciso che si moltiplica all’infinito, o almeno fino a quando non conclude il suo processo di maturazione: in qualunque scala lo si osservi, il broccolo romanesco resta uguale a sé stesso. Ogni infiorescenza è la riproduzione della forma finale: una piramide che si snoda a spirale, e che si ripete e si ripete e si ripete in rosette piramidali, specchio dell’insieme.

Dicasi forma frattale (ahimè, non chiedetemi altro).

Una meraviglia geometrica, eppure viva, mobile. Artistica. Appunto.

Potremmo definire il broccolo romanesco solo un narciso egocentrico, e invece…

Invece, come Hesse parlando di Boccadoro ci rivela: “Solo la scissione e il contrasto rendono ricca e fiorente una vita”, una sorpresa ci attende e ci dice perché questo frattale verde è così benefico per la nostra salute: nella parte meno nobile della sua interezza, nella culla di foglie che lo sostiene, batte un cuore.

Verificatelo: prendete una foglia e affettatene perpendicolarmente alla lunghezza la costa centrale: ricaverete tanti piccoli (e saporiti) cuori.

E non gettateli! Come vi consiglio di non scartare la parte più sana e verde del fogliame: lessata – insieme ai cuori – e poi condita con un sugo semplicissimo di pomodoro insaporito con aglio, olio, una bella spruzzata di origano e, a chi piace, una punta di pasta d’acciughe creerà con l’acqua di cottura la base per una minestra strepitosa.

E nel secchio dell’umido, del nostro generoso narciso, finirà ben poca cosa.

Loredana Conti