Dal letame nascono i fior

“Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior”

suggeriva De André nel 1967, e direi che la situazione mondiale in fatto di benessere gli dà ragione: la ricchezza raggruppata in poche mani, quei diamanti — metaforici e non — che brillano sulle dita dei potenti, opacizzano le coscienze anziché illuminarle. Perché le schiacciano nel giogo delle finte necessità, della finta bellezza, dei finti valori.

Invece nella semplicità delle buone pratiche agricole c’è il seme (da coltivare con cura) della salvezza, dell’equità, della possibilità di distribuire il giusto a tutti.

Garantire la libertà della terra da ogm, da pesticidi troppo spesso non necessari, da inaridimento dei territori causato dalla mancata rotazione delle colture, da inquinamento delle falde acquifere è operare con amore per la libertà della Terra. È passare da minuscola a maiuscola nella qualità della vita.

Il letame è un alleato preziosissimo in questo progetto, un complice che accomunato a sistemi di coltura che affondano le radici, è proprio il caso di dirlo, in sapienze millenarie, a volte così come ci sono state tramandate, altre migliorate da menti illuminate, potrebbe restituire al nostro Pianeta il suo vero colore azzurro, quello che fa piangere gli astronauti quando lo guardano dallo spazio.

Per esempio: fino a un secolo fa per il suo imbianchimento (che anche oggi si fa con procedure naturali… niente a che vedere con lo zucchero bianco, tanto per intenderci), il pregiato radicchio Trevigiano tardivo, dopo il lavaggio, passava le ultime tre settimane di maturazione in buche dentro ai letamai.

Il letame non era quello che appesta con il suo lezzo i dintorni delle aziende che praticano l’agricoltura intensiva, proprio no.

Per capire che odore abbia un compost sano, che non inacidisce a causa del cattivo stallatico utilizzato, quando dovrebbe solo fermentare, bisogna andare in una fattoria biodinamica. Che sorpresa fu per me, in una delle mie visite a un’azienda condotta con questa magnifica pratica agricola, scoprire che il cumulo odorava di fiori! Proprio di fiori.

Il radicchio Trevigiano tardivo non subiva quindi l’aggressività di un letame rancido, e prosperava in sicurezza, nelle temperatura e umidità che la sua delicatezza richiede nell’ultimo periodo di maturazione.

Oggi non si usa più metterlo nei depositi di stallatico, e questo rassicurerà i benpensanti. O gli schizzinosi. Tuttavia vorrei rassicurare chi dovesse incappare in un nostalgico cultore delle tradizioni: ovviamente la pianta non stava — e non starebbe nell’azienda nostalgica — a contatto con le deiezioni animali…

Siamo a Maggio, il mese più femminile dell’anno, perché pieno di profumi e di bellezza (e noi donne siamo notoriamente profumate e belle). Ebbene: il radicchio Trevigiano tardivo è come una bella donna: con pochi accorgimenti diventa una rosa, l’archetipo della bellezza floreale. E forse della bellezza in sé. È affascinante vedere come un mazzo di cicoria (la famiglia del radicchio) con poche mosse si vesta di un colore seducente, a metà tra l’innocenza rosata e la passionalità vermiglia.

Ed è anche buono come una donna (e noi donne siamo notoriamente buone), provare per credere, tuttavia mettendo mano al portafoglio: il radicchio Trevigiano tardivo è un ortaggio costoso. Ed è comprensibile data la sua preziosità.

Preparatelo semplicemente adagiato in una teglia, dopo averne diviso le foglie, con un filo di olio extravergine, una leggera spolverata di sale, e, a chi piace, qualche tocchetto d’aglio. Passatelo per non più di 10 minuti in forno a 220°, in modalità grill.

Contorno intrigante: dolceamaro, come la vita, ma sapido, grazie all’intervento dell’acume umano, come è il pensiero di chi apprezza tutto quello che gli viene incontro, ben sapendo che a qualcosa servirà di certo…

Ps: l’articolo è tardivo, come il radicchio. Non lo troverete sui banchi dei supermercati in questa stagione (se sì è grazie ai miracoli delle tecniche agricole), ma ricordatevene il prossimo inverno, quando le arance cambiano l’odore delle case: in effetti un altro modo superbo per gustare l’ortaggio che si fregia del marchio IGP è in insalata, crudo, con spicchi d’arancia, olive nere, sale, olio evo e pepe: riscalda il cuore nonostante la fiamma non venga scomodata affatto. Ricorda stanze scaldate da camini grandi, passeggiate su prati di poderi antichi, sole dopo una pioggia malinconica.

Loredana Conti