La gioiosa simpatia dei gatti

Io non li ho mai capiti, i gatti. Chiaro, lo stesso possono dire loro di me. Anzi, di sicuro lo dicono quando si danno appuntamento a miagolare disperatamente a voci alterne sotto la mia finestra mentre mi sto addormentando. Ma cosa dico, miagolare, il loro non è un semplice miagolio – come ci si potrebbe aspettare da qualsiasi gatto per bene –, trattasi invece di un subdolo e poco sportivo tentativo di farmi schiantare dalla paura.

Avete mai partecipato (anche non invitati) a un concerto di gatti in notturna? Vi assicuro che il risultato horror è garantito. L’incipit è su toni bassi, profondi. Profondissimi. Addormentata come sono infatti mi pare di essere precipitata all’inferno in mezzo a un branco di mastini di Baskerville che, con dei gorgheggi rantolosi, stanno decidendo come farmi fuori. Invece sono solo i gatti che si stanno salutando amichevolmente.

La conversazione procede su toni sempre più alti, spaziando fino ad arrivare al mezzo-soprano a cui qualcuno ha schiacciato ripetutamente la coda. È a quel punto che, realizzando che non è (forse) giunta la mia ora, mi alzo dal letto decisa a mettere fine a questo ignobile concerto. Appena mi affaccio con uno “sciò!” deciso, ma sottovoce – temo di disturbare, io! –, il coro prende vigore, velocizza i tempi, alterna i toni, c’è un pianto da neonato, ecco un lamento straziante, gradite forse anche un prolungato ululare? Prego, non c’è di che.

“Cosa vuole questa creatura?”

“Io cosa ne so, chi la capisce?”

È lo scambio di informazioni fra i suddetti gatti mentre io afferro una ciabatta che intendo usare come strumento di dispersione di massa, salvo poi realizzare che dovrei uscire per recuperarla in seguito. Mi arrendo dunque e ritorno a letto dove provo a soffocarmi col cuscino.

Sono strani, i gatti. Quando li chiami, vanno via. Quando stai uscendo per la serata della tua vita decidono di amarti, strusciandosi con affetto impietoso sul tuo abito lungo – che trasformano in pelliccia. Se sono dentro vogliono andar fuori. Quando sono fuori voglio entrare. Se vuoi stare per conto tuo a leggere ti fanno compagnia sedendosi sul tuo libro. Quando hai bisogno di coccole e vuoi dispensare carezze ti graffiano a tradimento e se ne vanno sbuffando. Se il mondo ti casca addosso e non sai da che parte andare ti portano una lucertola moribonda con la coda mozzata e te la porgono ai piedi del letto. Così, per un attimo, ti scordi i tuoi casini. Ti fissano impettiti e miagolano a scadenza fissa. Non ti danno alcuna importanza quando ti senti importante. Sembra che addirittura ti sopportino a malapena.

Sono strani, i gatti. Sì, ma la morale?

Che non siamo gli unici ad avere sentimenti contrastanti? Che sia necessario coltivare la pazienza? Che il mondo non gira intorno a noi – anche se ne siamo convinti? Che sia sempre meglio fare belle cose e non aspettarsi niente in cambio?

Non lo so, organizzate voi la morale. Io devo nutrire il gatto.

Annabelle Lee