Le famose sconosciute: Nellie Bly

Mentre raccoglievo informazioni su Nellie Bly la domanda “ma quante vite ha vissuto, questa donna?” mi è nata spontanea. La prima impressione è stata quella che lei sia stata qualcuno che ha fatto talmente tante cose per cui non basterebbe una vita per farle. Invece è morta a 57 anni.

Nel 1864 Elisabeth Jane Cochran nasce nel paese fondato da suo padre, a Cochran’s Mills, Pennsylvania. Il padre, da semplice aiuto mugnaio era diventato un ricco proprietario terriero. Vedovo con dieci figli, si risposò con Mary Jane, futura madre di Elisabeth da cui ebbe altri cinque figli. Qualche tempo dopo, il padre morì senza lasciare testamento e la seconda moglie, non avendo diritti sull’eredità, dovette lasciare la casa insieme ai suoi cinque figli. Elisabeth aveva solo sei anni.

Trasferitasi a Pittsburg, la vedova si risposò con un uomo che si dimostrò violento e dedito all’alcool. Quando decise di divorziare, Mary Jane fu costretta a dimostrare in tribunale gli abusi subiti, la figlia stessa dovette testimoniare in merito.

Ancora quindicenne, Elisabeth s’iscrive all’Indiana Normal School. La scelta è pressoché obbligata: studia per diventare maestra, una delle poche occupazioni aperte alle donne a quel tempo. Non eccelle nello studio, ama però scrivere e ci si dedica con passione. Neanche sei mesi più tardi invece deve sospendere gli studi: non ci sono più i soldi per pagare la retta. Torna quindi ad aiutare la madre che gestisce una piccola pensione.

Elisabeth è determinata a trovarsi un vero lavoro, impresa quasi impossibile in un epoca in cui per una donna lavorare non era rispettabile.

Ed è appunto di questo che parla l’articolo What girls are good for (A cosa servono le ragazze) – e sorvolerò sulla mia risposta a questo titolo cretino – uscito sul Pittsburg Disptach con la firma di Erasmus Wilson, uno dei più famosi editorialisti di Pittsburg.

Erasmus (che non aveva niente a spartire con il proprio nome, Cretinus sarebbe stato molto più appropriato, per l’appunto) asseriva che le donne devono orbitare esclusivamente nella sfera domestica: cucinare, stirare, lavare, sfornare e crescere bambini, ecco a cosa servono le donne. Per la precisione, le ragazze, non so quindi cosa dirvi, forse le donne non servivano neanche più a quello?

Cretinus non si fermava qui, no, la cosa non era abbastanza obbrobriosa, lui andava persino oltre, definendo una mostruosità le donne che avevano l’indecenza di lavorare!

Ebbene, intanto che sono occupata a inorridire copiosamente e a evitare con cura l’intera lista di attività elencata da questo… signore, vorrei fermarmi un attimo per riflettere. Perché, a pensarci bene, questa storia mi ricorda qualcosa. Questa storia mi ricorda che i tempi in cui viviamo (fine 2018, per chi avesse perso il conto) stanno iniziando ad assomigliare sempre più a certe mostruosità storiche che l’umanità ha già vissuto. Sia chiaro, tutto presentato in edulcorate vesti perbeniste da vari Cretinus o Cretinas (ma sì, mica ha l’uomo l’esclusiva) che si stanno diffondendo a dismisura. E che ci dicono come dobbiamo vivere, chi dobbiamo amare, che tipo di famiglia scegliere di costruire, ci indicano le razze migliori (come se al mondo ci fossero altre razze oltre a quella umana – ah, già, c’è anche quella dei cretini, certo!) oppure ci spiegano verso chi dobbiamo essere compassionevoli. Loro però non si fermano qui, no. Loro sono talmente generosi da infonderci i loro ideali assoluti persino su cosa NON dobbiamo fare. Chi NON dobbiamo amare – che è contro natura. A chi NON dar modo di integrarsi – che tanto, è pericoloso. A chi NON dare assistenza – che tanto, è qui a rubare. A chi NON garantire giustizia – che tanto, è solo un drogato. E moltissimi altri “che tanto…”

Da qui a “che tanto, è solo una donna” il passo è breve. Ma forse questo richiederebbe un articolo a parte.

Tornando invece all’articolo incriminato, questo suscitò un’onda d’indignazione e una pioggia di lettere di protesta, fra cui spiccava una firmata Little orphan girl: un concentrato di acume talmente potente da spingere il direttore del giornale, George Madden a scommettere che sotto la firma si nascondesse decisamente un uomo. Per smascherarlo e confermare la sua certezza, Madden offrì un posto di lavoro a chiunque dimostrasse di aver scritto la lettera.

Ecco dunque Elisabeth che si presenta a prendere in carico il promesso lavoro. Ha 21 anni ed è qui che inizia la sua folgorante carriera giornalistica.

Com’era da aspettarsi, il mondo giornalistico poco gradisce le firme al femminile, quindi Elisabeth è costretta a cambiare nome, scegliendo quello di Nellie Bly (nome ispirato da una famosa canzone popolare scritta da Stephen Foster). Per riscattarsi dalle scelte obbligate per essere accettata, Nellie decide la sua linea editoriale: si schiera dalla parte delle lavoratrici sfruttate, scrive sul lavoro minorile, sulla sicurezza sul lavoro, sul diritto di divorzio.

Il suo nome inizia a essere conosciuto, ma con la fama arrivano anche i primi problemi. Troppo scomoda, troppo vera: gli investitori minacciano il giornale di sospendere i finanziamenti e Madden è costretto a relegare Nellie alle pagine di moda e giardinaggio. Mondo che, ovviamente, sta stretto alla ragazza.

Indomita, nel 1886 convince il direttore a spedirla come inviata in Messico. Da lì racconta storie di soprusi e miseria, descrive la corruzione che avvelena il paese e, solo sei mesi più tardi, si fa espellere. Aveva pubblicato la storia di un giornalista imprigionato per ordine del Presidente con l’accusa di aver criticato il governo.

Ritorna al giardinaggio giusto il tempo per trovare un lavoro a New York, dove convince Joseph Pulitzer ad assumerla in uno dei suoi più famosi giornali, il New York World. Nellie è talmente determinata e crede in quello che fa a tal punto da lanciarsi nel giornalismo investigativo in prima persona. Letteralmente.

Fingendosi disturbata mentalmente si fa ricoverare per dieci giorni nel manicomio femminile di Blackwell’s Island. La sua inchiesta (Dieci giorni in manicomio) diventa famosa. Il racconto alienante delle condizioni delle internate – alcune addirittura sane, racchiuse dalla famiglie per motivi di soldi o vendette personali –, gli abusi, la mancanza di cure mediche, tutto questo smuove l’opinione pubblica a tal punto da attuare una riforma degli istituti mentali nello stato di New York.

Nellie continua la sua battaglia giornalistica su vari fronti: è l’unica a raccontare lo sciopero degli operai di Pullman Railroads dal loro punto di vista, racconta la vita delle donne nelle fabbriche, viene addirittura arrestata, parla delle serve-schiave nelle ricche dimore di New York, intervista personaggi famosi – tutto con uno stile inconfondibile. Infatti, nel 1894, il New York Journal la sceglie come “Miglior reporter d’America”.

Già famosa, raggiunge l’apice della sua carriera in seguito a un’impresa folle e inaudita allo stesso tempo: nel 1899 decide di replicare il Giro del mondo in ottanta giorni di Jules Vernes. Convince Pulitzer a finanziarla e parte all’avventura: farà il giro del mondo in nave, in treno, a dorso di mulo, col risciò e altri esotici mezzi, tornando a New York dopo 72 giorni, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi, stabilendo un vero record mondiale.

Il mondo intero segue la sua avventura, Pulitzer istituisce una lotteria per i lettori, più di un milione di persone partecipa cercando di indovinare la data del suo ritorno, la sua fama è alle stelle.

Trentenne, Nellie sposa a sorpresa un miliardario di quarant’anni più grande di lei, si ritira dal giornalismo e conduce una vita lontana dai riflettori. Nel 1905 suo marito muore, lei si dedica agli affari di famiglia. Introduce ambulatori medici, palestre e biblioteche nelle sue fabbriche, istituisce corsi per insegnare a leggere e scrivere agli operai, combatte per migliorare le condizioni lavorative. Pochi anni dopo deve dichiarare però fallimento e si rifugia in Svizzera per sfuggire ai creditori.

La Prima Guerra Mondiale è la scusa per tornare al giornalismo: Nellie fa l’inviata di guerra sul fronte austriaco per New York Evening Journal. Le atrocità della guerra le forniranno la determinazione di raccontarle direttamente dalla trincea, gomito a gomito coi soldati morenti sotto una coltre di fango.

Rientrata a New York continua il suo impegno giornalistico e dà vita a una nuova impresa: trovare una casa ai bambini abbandonati.

Muore per una polmonite nel 1922, dopo aver vissuto mille vite.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute: Maria Tallchief

Diventare una ballerina deve essere difficile. Diventare prima ballerina quasi impossibile. Diventare prima ballerina provenendo da una tribù di nativi americani negli anni ’40 di certo è unico.

Questa è la storia di Maria Tallchief, all’epoca Elizabeth Marie Tall Chief, nata nel 1925 nella tribù Osage stabilitasi nella riserva indiana di Fairfax, Oklahoma. Il padre, Alexander Joseph Tall Chief, discendente dai capi tribù, un uomo alto (come dice anche il suo nome) e molto affascinante, sposò una ragazza tedesca da cui ebbe tre figli. La moglie morì quando i figli erano piccoli e lui sposò Ruth, una bella ragazza di origini scozzesi/irlandesi.

La vera protagonista di questa storia dovrebbe essere infatti Ruth, la madre di Beth Marie, donna piena di determinazione e persino ambiziosa. Anche se molto occupata a star dietro a un marito troppo bello, arricchito troppo in fretta (la tribù di Tall Chief era diventata ricca in seguito alla scoperta di petrolio nelle sue terre e il suocero fu uno dei maggiori beneficiari in quanto capo tribù) e col vizio del troppo bere, Ruth si dedicò instancabilmente all’educazione dei figli.

Appena compiuti tre anni, Maria fu mandata a prendere lezioni di danza, seguita a breve da sua sorella più piccola, Marjorie. La madre aveva incontrato una maestra di balletto itinerante che era alla ricerca di nuovi allievi e l’occasione le sembrò troppo buona per farsela scappare. Quello che non sapeva era che la maestra era una pessima maestra e fu solo un miracolo che non distrusse la carriera o la salute della ragazza con la sua unica fissa: le scarpette da ballerina. La professoressa non faceva altro che obbligare Maria a imparare figure di danza in punta di piedi, tralasciando completamente le basi di questa complessa disciplina. La madre poi, senza capire l’importanza e la delicatezza della tecnica del ballo sulle punte, le comprava scarpette di un numero più grande che riempiva di stracci, in modo da non doverle acquistare troppo spesso. Maria danzava e subiva, la gente guardava ammirata, la madre era fiera, la professoressa soddisfatta.

Maria imparò a leggere e a scrivere molto precocemente grazie alla dedizione della madre verso l’altro figlio, Jerry. Colpito gravemente alla testa mentre da piccolo giocava coi cavalli, Jerry aveva grosse difficoltà di apprendimento e la madre spendeva intere ore nell’insegnargli le basi. A forza di sentire spiegare al fratello, Maria imparò moltissimo, tanto che, quando a cinque anni la iscrissero alla Scuola Cattolica, l’insegnante la avanzò di due classi rispetto alla sua età.

La scuola procedeva, così come le ripetizioni di danza. Ora la madre non sognava solo un futuro da musical per le sue figlie ma, scoperto il loro ottimo orecchio, le iscrisse a lezioni di piano. Anche in quel caso, Maria dimostrò molto talento, applicandosi coscienziosamente e esercitandosi ogni giorno mentre i suoi fratellastri e cugini giocavano spensierati nei campi.

Le piccole sorelle partecipavano a spettacoli, vaudeville e rodeo (che incutevano terrore a Maria), la madre confezionava per loro improbabili costumi di scena, oramai erano conosciute e ammirate in tutta la zona. Ma Ruth non era contenta. Fairfax le stava stretta, le sue figlie erano sì talentuose, ma non potevano crescere oltre, il marito stava buttando via la vita nell’alcol, il figlio era irrimediabilmente danneggiato… E, dopotutto, nelle sue vene scorreva il sangue dei veri pionieri partiti alla scoperta di nuovi mondi. Convinse il marito, impacchettò le cose, prese i figli e partirono alla volta di Los Angeles.

Una volta arrivati, fermi in una stazione di servizio per fare benzina, Ruth chiese al tizio del distributore se per caso conoscesse una buona scuola di danza. Lui pensò per un secondo e rispose:

“Ma certo: la Ernest Belcher’s Studio.”

E quello fu il modo in cui decisero dove stabilirsi. La sorte volle che Ernest Belcher fosse un insegnante di prim’ordine che si rese conto immediatamente delle capacità di Maria, così come delle sue lacune dovute alla scuola sbagliata e della sua predisposizione per la danza classica invece che per i balli popolari o nazionali. Insistette per ripartire dalle basi e così fece, con la benedizione della madre.

Tutt’altra storia nella scuola pubblica. Senza dar peso allo stato di avanzamento scolastico della ragazza, inserirono Maria nella classe della sua età dove lei perse solo del tempo finché la madre spostò entrambe le sorelle in un istituto più avanzato. Lì si studiava per davvero, peccato che i compagni la prendessero continuamente in giro per il suo doppio cognome (Tall Chief) e le sue origini indiane, chiedendole perché non si mettesse delle piume in testa o se il padre collezionasse ancora scalpi. Molto divertente. La ragazza finì per accorpare il suo cognome in un’unica parola (Tallchief), ovviando così al problema dell’ordine alfabetico tanto caro alla scuola, ma poco poté fare per il resto.

Le due sorelle facevano notevoli progressi alla scuola di danza, tanto che, all’età di dodici e dieci anni e mezzo, la madre — senza neanche avvisare Belcher — le spostò a un’altra scuola di ballo. Si trattava della Bronislava Nijinska Studio di cui lo stesso Ernest Belcher aveva parlato a Ruth. La Nijinska era la sorella del grande VlasvavNijinski e, come lui, aveva studiato alla Imperial Theatre School a San Pietroburgo, una vera istituzione.

La ragazza fu affascinata da questa insegnante dai capelli grigi, all’apparenza semplice e insignificante e che non parlava una parola di inglese, ma dal portamento regale e la tecnica perfetta. Maria assorbiva tutti gli insegnamenti, persino le correzioni che la Nijinska faceva ad altre allieve, era una ragazza disciplinata che lavorava duro e che amava ballare.

“Madame dice: quando dormi, dormi come una ballerina. Persino quando attendi l’autobus, fallo da ballerina.”

Questo traduceva il marito della Nijinska. Poche parole, poche indicazioni, ma tanti insegnamenti non verbali, fatti di gesti e di sguardi. Fu nella sua scuola che la ragazza realizzò quello che voleva davvero fare: diventare una ballerina professionista.

La Nijinska capì la sua decisione e la prese sul serio, le dedicò molto tempo e la seguì attentamente per tutta la durata della sua permanenza nella scuola.

A diciassette anni, età importantissima per il futuro di un’aspirante ballerina, il padre decise che era ora per Maria di trovarsi un lavoro per ripagare le lezioni di ballo e piano di tutti questi anni. Dopo un momento di incertezza, sostenuta dalla madre, Maria partì per New York dove si presentò a un’audizione del Ballet Russe de Monte Carlo. I suoi sacrifici e la sua bravura furono ripagati: fu presa nel corpo di ballo.

Il resto è storia: il nome Maria Tallchief iniziò a essere conosciuto negli ambienti, il famoso coreografo George Balanchine creò dei ruoli per lei, poi, quando fondò la propria compagnia di ballo, Maria diventò prima ballerina. Le sue performance erano notevoli, la critica la osannava, si arrivò persino a farle pressione per cambiare il suo nome in Talchieva (come era sovente fare fra ballerini non russi per accrescere la loro popolarità), cosa che lei rifiutò assolutamente. Fu la prima ballerina americana a ballare con l’Opéra de Paris al Bolshoi Theatre, girò i palchi più famosi del mondo, lavorò con Nureyev, partecipò a moltissimi show televisivi.

Sposò Balanchine, per annullare il matrimonio in seguito, ma i due restarono in ottimi rapporti e continuarono a lavorare insieme a lungo. Si risposò altre due volte ed ebbe una figlia, Elise Maria Paschen, che diventò poetessa e direttrice del Poetry Society of America.

Una volta ritiratasi dalle scene, Maria Tallchief diventò direttore artistico per la Lyric Opera di Chicago dove in seguito, insieme alla sorella (famosa ballerina anche lei) fondò la Lyric Opera’s ballet school.

Morì a ottantotto anni per una complicazione in seguito alla rottura del bacino. Quando si dice destino.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute. Josephine Cochrane

I piatti sporchi si lavano in casa

Non ha certo cambiato il mondo Josephine Cochrane, ricca esponente della buona società americana del diciannovesimo secolo, quando, stufa di vedersi scheggiate dai servitori durante i lavaggi le sue preziose porcellane, inventò la prima lavastoviglie meccanica. Non sempre lo snobismo ha solo aspetti negativi… al suo dobbiamo un apparecchio che ci facilita la vita e, secondo ricerche, fa risparmiare acqua e sapone.

Cosa la spinse, oltre allo snobismo? La genialità. La signora era un’inventrice in fieri. Un’inventrice ambiziosa, aspirava al successo. Il suo motto? “Se non l’ha inventato nessuno, allora lo invento io” (in realtà questa pare sia stata la frase che ha anticipato la sua idea di lavastoviglie).

La mia venerazione non sarà mai pari a quella che provo per Alva Fisher, che nel 1907 ha inventato la prima lavatrice elettrica, ma insomma: non lavare i piatti è una soddisfazione.

Certo, lo è moltiplicata per mille se si pensa che Josephine, al secolo Garis, aggiunse una “e” al cognome del marito, William Cochran, per mantenere una sorta di indipendenza.

Marito che da morto la lasciò con un mucchio di debiti.

In quella situazione cosa meglio di improvvisarsi inventrice/imprenditrice per risollevare le finanze e inseguire la gloria? Non fu un passo facile. Presentò la sua idea a diversi uomini d’affari, ma in molti non le diedero credito, rifiutandosi di vederla come un investimento redditizio. Fu frustrante: la sua sensazione era che, fondamentalmente, l’invenzione non venisse presa in considerazione perché proveniente da una donna. E quindi: sicuramente un insuccesso.

Non si arrese:

“(…) coinvolse George Butters, un meccanico locale assunto dalla Illinois Central Railroad, per aiutarla a portare a compimento e realizzare i suoi disegni in un capannone dietro casa sua. Costruirono così la prima macchina di lavaggio, brevettata il 28 dicembre 1886 e installata nella cucina della Cochrane. Josephine mostrò la sua macchina al World’s Columbian Exposition di Chicago nel 1893, sorpassando anche le opere parigine e vincendo il primo premio. Aprì la sua fabbrica nel 1897, con Butters come caporeparto in fabbrica e capo meccanico e un presidio di tre dipendenti. Fondò così il Garis-Cochran lavastoviglie Machine Company, chiamandolo con il nome di suo padre, ingegnere civile; le macchine della società vennero costruite nella fabbrica sotto la supervisione di Butters. (…)”
(da http://www.enciclopediadelledonne.it)

Chi le era vicino ascoltava i suoi timori nel doversi confrontare con il mondo maschile, che valutava con grande sospetto il pensiero femminile. In ogni campo. Ma nonostante la sensazione di cedimento delle ginocchia (lo racconta lei) nell’entrare in un gotha generalmente precluso alle donne, quello imprenditoriale, non arretrò di un passo.

Non furono rose e fiori: a parte le sue amiche che, avendo visto la macchina all’opera ne restarono entusiaste e la commissionarono, per 50 anni l’invenzione fu ritenuta un capriccio — anche l’epidurale lo è ancora per molti “tradizionalisti” del dolore —, e la diffusione casalinga fu quasi nulla: immagino che lavare i piatti per le donne fosse un punto d’onore.

Che fosse un dovere innato.

Quel tipo di dovere che ancora oggi, nonostante le conquiste, le opere artistiche e d’ingegno, la geniale applicazione dell’intelletto su ogni campo della vita da parte delle donne, porta quote dell’umanità, maschile e femminile, a ritenere la donna oggetto di condiscendente indulgenza, e per la quale il lavaggio dei piatti è un modo sano di passare il tempo e di non avere grilli per la testa.

La Cochrane tuttavia in vita ebbe la soddisfazione di ricevere molti ordini da ristoranti e alberghi.

Oggi, vista l’evoluzione della sua società, sarebbe milionaria:

“(…) Dopo la morte di Josephine, nel 1913, la società cambiò titolari e nomi fino a diventare, nel 1940, parte del Kitchen Aid ora di proprietà della Whirlpool Corporation.(…)”
(da http://www.enciclopediadelledonne.it)

Morirà a 74 anni per un esaurimento nervoso. E non stento a ravvisarne i motivi…

Loredana Conti

Le famose sconosciute. Emmy Noether

”ad ogni simmetria continua che lascia invariata la densità di lagrangiana corrisponde una corrente conservata”

Amalie Emmy Noether

Lo so.
State calmi.
Questa volta ho esagerato, ma… C’è un ma.
Ho un’attrazione irresistibile per i buchi neri. Non scherzo.
Ho letto moltissimi articoli, teorie e storie su di essi. Eppure sento di non averne mai abbastanza, tuttavia mi manca la materia prima: la conoscenza.

Dovrei studiare matematica e fisica per almeno un millennio, sapendo che non basterebbe, ma vorrei sapere dove porta quel buco nero che inghiotte la stella e tutto ciò che le sta accanto. Tutto ciò che per molto tempo ha amato o che l’ha amata.

Romantica?
No.

Umana!
Semplicemente e imperfettamente umana.

Detto ciò, sono andata a cercare e a studiare il teorema a lei dovuto e… e niente.
Capirlo e comprenderlo appieno presuppone un sapere che non ho. Mannaggia a me.
C’è una cosa, però che posso dirvi con assoluta – o quasi – certezza: se un fatto deve avvenire, avverrà. Non importa quando e dove. Non importa il tempo, non importa lo spazio. Il momento perfetto si creerà e il destino si compirà.

Lo ammetto ho enfatizzato qualcosa di assolutamente ignoto e lo ho colorato di rosa, ombreggiandolo di rosso passione e adattandolo al mio volere. In poche parole, però, la Noether afferma questo. Certo, lo fa usando segni matematici, formule illeggibili e calcoli iperbolici. Quindi, non solo lo ha pensato, non sono ne ha appurato la veridicità, ma lo ha descritto scientificamente.

Ha realizzato qualcosa che tutt’ora è attuale, studiato e applicato. Fu definita come la più grande matematica mai esistita, Einstein le dedicò un articolo di apprezzamento sul New York Times e ci fu chi la definì l’Atena della matematica.
La sua mente ha elaborato una teoria talmente sorprendente che ancora oggi risulta valida.

La Noether è nata in Germania nel 1882 ed è morta nel 1935. È vissuta in un’epoca in cui una donna non poteva avere certe capacità, non avrebbe potuto superare il padre, famoso professore e studioso e non avrebbe dovuto avere una mente così brillante e così all’avanguardia.

Era una donna, per l’amor di Dio!
Avrebbe dovuto ricamare, occuparsi della famiglia, della casa e del cibo.
Non pensare, studiare, conoscere e capire.
Che diavoleria è mai questa?
Eppure lei lo fece.
E dopo di lei molte altre.
Alcune note, altre meno.
Alcune serene, altre oppresse.
Credo, però, che un po’ lo dobbiamo a loro, a persone come la Noether, se possiamo pensare, studiare e conoscere.

C’è molta strada da fare, lo so bene.
Alcune volte è una strada dissestata e irta, ma è pur sempre una strada che può essere percorsa. Se non per noi, per le donne di domani. Per le nostre figlie, nipoti, sconosciute.

Giorgia Golfetto

Le famose sconosciute. Florence Nightingale

Florence Nightingale, la signora con la lanterna

Chi non ha mai dovuto ricorrere alle professionali cure di un’infermiera?

Io ne ho usufruito diverse volte e tutte mi hanno lasciato un ricordo dolce, di cura, di competenza.

Ma ciò che appare scontato, naturale, semplice, in verità deve le sue origini a una donna intraprendente, intelligente, intuitiva, con un grande spirito altruistico: Florence Nightingale.

Florence è nata nel 1920 in una famiglia londinese molto ricca. Avrebbe potuto godersi il suo status e dimenticarsi delle bruttezze del mondo, ma l’impulso all’aiuto fu più forte. Come forte era il suo carattere.

Il padre fu pioniere dell’epidemiologia, e questo può spiegare forse la confidenza della donna con il mondo dei malati. Ma la rigidità della madre, appartenente alla élite borghese britannica, che osteggiò la scelta della giovane in tutti i modi, sarebbe potuta risultare un contraltare vincente.

E invece no. Rifiutò addirittura, sempre contro il parere della madre, il matrimonio con un suo storico corteggiatore, Richard Monckton Milnes, pur di non veder bloccati i suoi sogni.

L’amore doveva essere grande in questo politico e poeta, diventato poi pure Lord, che nonostante il rifiuto divenne negli anni il suo maggior sostenitore.

E che capì quanto per Florence fosse più importante seguire la propria strada, invece che adeguarsi alle aspettative della società di quell’epoca, che per una giovane del suo ceto prevedevano il matrimonio e la maternità. Ruoli a cui lei abdicò proprio per non vedersi ostacolata nei propri progetti.

Nel 1845 Florence intraprese una professione che non era affatto stimata, anzi: nei campi militari le infermiere erano assimilate alla vivandiere (e comunque… in zona di guerra qualsiasi ruolo è da ardimentosi. E senza cibo non si combatte), ma l’impulso alla cura di persone malate e indigenti fu molto più forte della gratificazione personale.

Da quel momento la sua vita è costellata di incontri formidabili con personaggi che l’hanno accompagnata nella sua missione. Senza dimenticare il padre che, illuminato, le concesse una rendita di 500 sterline annue (paragonabili agli attuali 40.000 euro) per permetterle di seguire la sua vocazione senza ansie economiche.

Dalla Crimea, dove ricevette il nomignolo di signora con la lanterna, e dove assicurò ai reparti ospedalieri alti livelli di pulizia e di ricambio d’aria, apportò grandi miglioramenti al sistema fognario, per evitare il ristagno di liquami infetti, ed evitò il sovraffollamento dei luoghi di degenza per contenere i contagi, in Turchia, dove con 38 donne fu l’antesignana creatrice del corpo infermieristico moderno, Florence approfondì l’arte dell’assistenza infermieristica, notando le debolezze del sistema usato, la scarsità grave di medicine, igiene e aria, la noncuranza del personale addetto e soprattutto delle autorità. Fece tesoro dell’intervento di medici competenti che con innovativi interventi bloccarono l’emorragia di morti tra i soldati feriti in modo grave.

Non si fermò davanti agli ostacoli. Non si fermò davanti allo scherno di chi vedeva le sue indicazioni inutili e perdite di tempo.

Non dimentichiamo che, nonostante le raccomandazioni di Ippocrate, i medici non tenevano in gran conto l’igiene, almeno fino al XIX secolo. Nelle cliniche in cui coesistevano studio e pratica, i medici si davano appena una pulita alle mani dopo aver fatto un’autopsia per poi procedere con un parto. La percentuale di mortalità infantile e delle puerpere non era certo insignificante come oggi (almeno nei Paesi cosiddetti civilizzati).

Ma mentre Ignaz Philipp Semmelweis, a metà Ottocento, fu ripudiato dalla comunità medica per aver notato che le donne e i bambini morivano per la trasmissione di germi trasportati dalle sale autoptiche, e che era necessario procedere a una pulizia antiseptica delle mani per abbassare il numero di decessi, grazie alla sua forza e determinazione Florence Nightingale invece ottenne attenzione da tutti coloro che collaboravano con lei.

Si può dire che i suoi accorgimenti siano i padri dei moderni sistemi di controllo dell’infezione.

Fondamentale affinché le cure chirurgiche prestate non vengano vanificate da sepsi.

Un’intuizione che mi lascia sbalordita, non per l’eccellenza in sé, ma perché è “sorta” in una donna che non aveva bisogno di lavorare, di pensare. Anzi: in una donna in un’epoca a cui le donne non era facile pensare per cambiare.

Negli anni tra la sua decisione di diventare infermiera e la partenza per la Crimea, visitò istituti all’avanguardia nella prestazione di cure mediche e di assistenza ai malati, assistette le autorità nelle legislazioni a supporto dei poveri, e scrisse libri che sarebbero stati pubblicati soltanto postumi.

Tornò in patria, acclamata come eroina, nel 1857, purtroppo preda di febbri, per cui soggiornò in isolamento autoimposto in un hotel. Fu una quarantena rigidissima, non volle ricevere nemmeno la madre e la sorella.

A proposito: la sorella si chiamava Parthenope. Le due giovani avevano visto la luce in Italia: la prima a Firenze e la seconda a Napoli. Da qui i nomi evocativi…

Una volta a Londra la Regina Vittoria la coinvolse nella costituzione della Royal Commission on the Health of the Army. Essendo donna non poteva aspirare a una nomina ufficiale, ma fu lei a scrivere il Rapporto Finale della Commissione, e grazie a quel dettagliato e monumentale lavoro, la sanità militare venne rivoluzionata, e molti ospedali furono costruiti seguendone le indicazioni.

In suo onore, mentre era ancora in Turchia, venne istituito il Nightingale Fund, per la formazione delle infermiere.

Negli anni successivi non smise mai di approfondire la professione, di divulgarla, di ampliarla.

Formò le donne che ne sarebbero diventate pioniere in varie parti del mondo.

Morì nel 1910, a 90 anni, anche se fin dal 1896 si trovò confinata a letto. Novanta anni impegnati nella cura degli altri, e nel miglior modo di farlo.

Una doppia valenza, quella d’amore e di conoscenza, che dona alle azioni delle persone la qualità di eroismo.

Dovrei scrivere ancora pagine e pagine di storia legata a questa donna, caparbia e indipendente, femminista senza spregio di genere, parlare dei riconoscimenti, degli onori, delle iniziative che le furono dedicati, ma mi fermo qui, con un ringraziamento a lei, e a tutti gli angeli, suoi ideali figli, generosi e spesso allegri, spesso rassicuranti, spesso burberi, che giorno e notte si prendono cura di chi non può farlo da solo negli ospedali, nelle cliniche, a domicilio, per la strada in un camper attrezzato, dentro a un’ambulanza.

Grazie.

Loredana Conti

Le famose sconosciute. Sofonisba Anguissola

Questo è il racconto quasi felice di una delle prime donne famose nella storia dell’arte. Sofonisba Anguissola – la pittrice che ha quasi vinto i pregiudizi dell’epoca, elevandosi quasi al di sopra dei colleghi maschi.

Troppi quasi, dite? Lo so, ma siamo nel ‘500, essere donna è quasi una sfortuna.

Sofonisba Anguissola. Già il nome è bellissimo. Prima di sette figli (di cui un maschio) di Amilcare Anguissola e Bianca Ponzoni – entrambi di nobili famiglie di Cremona -, Sofonisba ebbe da piccola la possibilità di studiare letteratura, pittura e musica, grazie a un padre amante dell’arte e disegnatore dilettante. Lui andrò contro corrente, facendo studiare le figlie, e tutte ebbero discreti risultati in campo artistico, dimostrando ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – l’importanza della famiglia nell’educazione dei figli.

Sofonisba invece si distinse da subito per le sue capacità pittoriche, continuò la formazione prima presso l’importante pittore Bernardino Campi, della scuola del Manierismo italiano e poi presso Bernardino Gatti (inflazione di nomi, a quanto pare). Tuttavia alla talentuosa artista fu negato lo studio della matematica, della prospettiva e dell’affresco, materie associate esclusivamente alle capacità maschili. Queste proibizioni obbligarono quindi Sofonisba a limitare la sua intera attività creativa a un unico genere pittorico: quello ritrattistico.


            Autoritratto 1556 Olio su tela

Un altro ruolo decisivo che il padre ebbe nella vita di Sofonisba, un ruolo molto attuale e che va moltissimo di moda oggi, fu quello di promotore. Più di cinquecento anni fa, Amilcare aveva capito l’importanza di promuovere il talento della figlia e lo fece con tutti i mezzi che aveva a disposizione. Che non erano pochi ( a differenza di quelli del padre di Artemisia Gentileschi, altro talento femminile indiscusso che arrivò poco dopo. Ma di questo parleremmo un’altra volta).

All’epoca, Cremona, di dominazione spagnola, era la seconda città dello Stato di Milano per richezza e importanza e il padre non esitò a parlare del talento della figlia a tutti quelli che conosceva – si conservano ancora le lettere in cui promuoveva Sofonisba al grande Leonardo. A differenza di quello che spesso accade ai giorni nostri, il talento di Sofonisba era vero e tutti ci misero poco per capirlo.


              Partita a scacchi 1555 Olio su tela

Persino il Vasari, dopo aver visto i ritratti di famiglia in casa Anguissola, notò la straordinaria somiglianza dei volti delle sorelle in “Partita di scacchi”, annotando in seguito:

“…tanto ben fatti che pare che spirino e siano vivissimi.”

Ma non fu solo la capacità di riprodurre i volti con fedeltà a far conoscere Sofonisba nel mondo dell’arte. Lei introdusse nuovi elementi nel ritratto, elementi che trasformarono la ritrattistica in pittura di genere: non si trattava più solo di dipingere la persona, ma la sua storia, i segreti che celava il suo volto, gli stati d’animo. La minuzia descrittiva con cui dipingeva elementi correlati alla figura ritratta – come un libro aperto, un medaglione – dava modo allo spettatore di percepire la personalità stessa del personaggio. Allo stesso tempo, Sofonisba dedicò molto tempo allo studio delle espressioni facciali come il riso e il pianto, espressioni poco utilizzate all’epoca nella ritrattistica.

Conosciuta nelle corti italiane ed europee, Sofonisba andò a Madrid dove conquistò i sovrani di Spagna grazie ai ritratti di Isabella di Valois e Filippo II che, impressionato dal suo talento, la ricompensò con una rendita annua di 200 scudi. A Madrid restò a lungo nelle grazie dei sovrani, facendosi riconoscere anche per le sue doti umane prendendosi cura delle figlie di Isabella dopo la morte di lei. Filippo le cercò persino marito per trattenerla più a lungo in Spagna, ma lei scelse invece Fabrizio Moncada, fratello del viceré di Sicilia, che sposò, trasferendosi a Palermo.

Cinque anni più tardi, il marito morì annegato in un attacco piratesco a Capri. Sofonisba gli rese omaggio dipingendo “Madonna dell’Itria” a cui il casato Moncada era molto devoto, una pala d’altare per la chiesa dell’Annunziata a Paternò. Si risposò un anno dopo, contro tutti e tutto, con Orazio Lomellini, un nobile conosciuto in un viaggio via mare per Genova.

Visse con lui a Genova per oltre trent’anni, ritraendo con grazia le famiglie aristocratiche della città e continuando a migliorare la sua tecnica ritrattista. Sempre più debole di vista, si ritirò col marito a Palermo, dove morì, ultranovantenne. Fu sepolta nella chiesa di S. Giorgio.

Prima di morire, ricevette la visita di un ammirato Van Dyke che la ritrasse in uno schizzo (oggi al British Museum), scrivendo poi di lei:

“Ho ricevuto maggiori lumi da una donna cieca che dallo studiare le opere dei più insigni maestri.”

Anton Van DyckRitratto di Sofonisba Anguissola 1624 Olio su tela

Nota Bene: Nonostante i vari apprezzamenti e il riconoscimento generale in quanto pittrice, in tutta la sua lunga carriera artistica, Sofonisba Anguissola non fu mai pagata in contanti. Doni e rendite sono state le uniche cose che ricevette direttamente, tutti i pagamenti documentati furono invece intestati ad Amilcare Anguissola prima e ad Asdrubale Anguissola – il fratello – poi.

Annabelle Lee

Eroine Silenziose

Eroine. Donne che hanno, in qualche modo, mutato il corso degli eventi.

Pittrici che hanno lottato per essere riconosciute e, anche se non ce l’hanno fatta, non hanno smesso di credere in ciò che facevano. Artemisia Gentileschi, una delle tante.

Scrittrici costrette a scrivere sotto pseudonimo maschile solo per riuscire a farsi leggere. Scartate a priori se qualcuno avesse pensato che dietro a cotanto talento ci fosse stata una donna. Harper Lee, le sorelle Brönte e molte altre.

Ingegneri e scienziate specializzate nei ranghi più disparati, che hanno decriptato codici, dato vita a nuove tecnologie, scoperto e sviluppato teorie e teoremi tutt’oggi noti, salvato vite, studiato virus e relative cure. Rita Levi Montalcini, chi non la ricorda?

Insegnanti, studiose di ogni genere, operaie, mamme, medici.

Donne che hanno cambiato la storia, che sono arrivate a noi, che con le loro lotte si sono distinte.

Ci sono anche altre donne.

Eroine silenziose, che hanno salvato vite, cambiato il corso degli eventi e che hanno dimostrato, ancora una volta, la forza insita in un qualcuno che il mondo ha relegato in un angolo etichettando il contenitore: femmina, sesso debole…

Nessuno le conosce.

Qualche nome emerge a seguito di ricerche estenuanti.

Eppure sono importanti.

Come la donna che salvò un luminare dai rastrellamenti tedeschi, permettendogli di essere il padre del Centro Grandi Ustionati e uno dei fondatori del CTO (Centro traumatologico Ortopedico).

Come la madre che donò midollo osseo e un rene per salvare il figlio.

Come la donna che lottò per i diritti delle lavoratrici.

Come ognuna di voi, che ogni giorno combatte, ogni giorno tenta di vincere una guerra contro i pregiudizi, le mentalità sempre troppo antiche e le esigenze di un mondo che senza di lei diverrebbe vecchio e morente, ma con lei non sa come esistere.

Giorgia