Le famose sconosciute: Henrietta Swan Leavitt

Le stelle di Miss Leavitt

La storia dimenticata della donna che scoprì come misurare l’universo

Agli inizi del Novecento, presso l’Osservatorio dell’Università di Harvard (USA), per la determinazione degli oggetti presenti nelle lastre fotografiche venivano utilizzati dei computer umani. Naturalmente queste persone erano donne, pagate 25 cent l’ora (che corrispondevano alla paga minima prevista), il cui compito era appunto quello di catalogare i cambiamenti delle posizioni degli oggetti (le stelle) fotografate dai telescopi.

Un lavoro simile era considerato noioso, e a chiedere il posto non erano molti uomini, ma soprattutto donne.

Tra queste Miss Leavitt, sulla cui vita è appena uscita (nel 2006, N.d.R.) una biografia “Le stelle di Miss Leavitt”, di George Johnson, che getta un po’ di luce su questo personaggio, molto schivo e di cui si sa ancora troppo poco.

Il libro non è solo la storia della Leavitt, ma un resoconto di quanto avvenne nei primi decenni del secolo scorso quando si discuteva se l’universo fosse rappresentato dalla sola Via Lattea (di dimensioni tre volte superiori a quello che si ritiene attualmente), oppure che fosse sconfinatamene più grande e complesso. La Leavitt era impegnata a studiare una serie di fotografie relative alla Piccola Nube di Magellano, dalle quali si capiva chiaramente che si trattava di un gruppo di stelle situate al di fuori dalla Via Lattea (anche se in verità alcuni astronomi pensavano che esse ne facessero parte).

Questo sistema di stelle conteneva molte Cefeidi le quali presentavano un periodo di pulsazione tanto più lungo quanto più apparivano brillanti al massimo dello splendore. Come si ricorderà, questa regolarità non si riscontrava nelle cefeidi che si potevano osservare in altre zone del cielo. Come mai ciò accadeva proprio per quelle della Piccola Nube di Magellano? La Leavitt comprese che ciò doveva dipendere dal fatto che le cefeidi presenti nella Nube di Magellano erano più o meno tutte situate alla stessa distanza da noi, ragione per cui la loro magnitudo apparente era in pratica una magnitudo assoluta: con la differenza che essa era riferita alla distanza a cui si trova la Piccola Nube di Magellano invece che a 10 parsec.

Questa distanza tuttavia non si conosceva, ma, se si fosse riusciti a misurarla, la magnitudo assoluta della stella si sarebbe potuta stabilire attraverso la durata del suo periodo di pulsazione, il quale appariva, come abbiamo detto, tanto più lungo quanto più intensa era la luminosità al massimo dello splendore. Studiando con attenzione le foto della Piccola Nube di Magellano, scattate in tempi successivi, la Leavitt fu in grado di scrivere una relazione che legava la magnitudo assoluta delle cefeidi con la lunghezza del periodo di pulsazione. Da questa relazione periodo-luminosità si poteva dedurre quale periodo avrebbe dovuto avere una cefeide che presentava una certa magnitudo assoluta, e viceversa a quale magnitudo assoluta doveva corrispondere una cefeide che presentava un certo periodo di pulsazione. A questo punto non rimaneva altro che determinare la magnitudo assoluta di una sola cefeide per conoscere quella di tutte le altre.

Con questo parametro fu possibile cominciare a misurare l’universo nelle grandi dimensioni.

Ma chi era in realtà Henrietta Swan Leavitt?

Nata a Cambridge nel Luglio 1868 (Massachusetts) si diplomò al Society for Collegiate Instruction of Women (ora Radcliff College). Non era una sprovveduta e si era laureata brillantemente in astronomia. Quando nel 1893 si unì all’equipe dell’osservatorio a titolo di volontaria Henrietta Swan Leavitt aveva 25 anni. Figlia di un pastore congregazionalista si era proposta di studiare l’astronomia. Nella sua brillante carriera universitaria gli unici problemi li ebbe con la storia e solo al quarto anno si iscrisse a un corso di astronomia e ne uscì con il massimo dei voti. Nel 1892, poco prima del suo ventiquattresimo compleanno, Henrietta si laureò e l’anno seguente lo passò all’osservatorio lavorando come volontaria. Ci lavorò con alcune interruzioni, durate anche un paio d’anni, sino a che non ci ritornò a tempo pieno nel 1902. Trascorreva le sue giornate dedicandosi a quel lavoro scrupoloso, talmente assorta nelle sue misurazioni che uno dei colleghi in seguito l’avrebbe definita posseduta da “uno zelo quasi religioso”.

Non è risaputo cosa la colpì dell’universo stellare. Donna schiva e riservata non si sposò e morì giovane. Alla sua morte un collega anziano disse di lei:

“Miss Leavitt aveva ereditato, in una forma in qualche modo addolcita, le austere qualità dei suoi antenati puritani. Prendeva la vita sul serio. Pareva interessarsi ben poco ai più banali divertimenti”.

Leavitt lavorò sporadicamente durante gli anni ad Harvard, spesso ostacolata da problemi di salute e doveri familiari. Ma dal 1921 , quando Harlow Shapley prese il posto di direttore dell’Osservatorio, lei fu messa a capo della sezione che si occupava di fotometria astronomica. Morì di cancro alla fine di quell’anno. Le sono stati dedicati l’asteroide 5383 Leavitt e il cratere Leavitt sulla Luna.

Oltre al contributo fondamentale sulle Cefeidi, determinò la “Sequenza polare nord”, parametro fondamentale per la determinazione delle magnitudini stellari, e veniva sollecitata dai maggiori astronomi del tempo per indagare in vari campi quali a esempio le relazioni esistenti nelle variabili di ammasso appena scoperte. Faceva parte di almeno una commissione scientifica internazionale ed era considerata una lavoratrice precisa e puntigliosa. Scoprì tre “novae” e un numero straordinario di stelle variabili.

Sulla base del lavoro scientifico svolto, il matematico svedese Gosta Mittag-Leffler la propose per il Nobel. La nomination era dovuta proprio alla sua formulazione della relazione periodo-magnitudine delle Cefeidi. Tuttavia, poiché era già morta non poté essere nominata. Le sue ricerche favorirono i successivi studi di Edwin Hubble, noto principalmente per la scoperta, assieme a Milton Humason, nel 1929, della legge empirica redshift/distanza, oggigiorno universalmente nota come “legge di Hubble“.

Cristina Pagetti

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Una donna romanticamente caparbia nella sua dedizione alla ricerca astronomica, pur nella lotta contro le avversità della vita, così terrestri, così terrene.

Una donna che ha messo in secondo piano — o in nessuno — le ordinarie aspettative femminili, all’epoca scontate, di matrimonio e figli, offrendo passione e impegno a calcoli che apparentemente asettici e freddi le hanno concesso, grazie tuttavia alla sua capacità intuitiva, di conoscere la distanza delle stelle. Che non ha mai permesso all’oscurantismo maschilista di offuscare la loro luce; e da quella ha desunto spazi. Infiniti spazi. Viene da chiedersi come mai proprio con la Storia ebbe ostacoli accademici… forse perché tratta solo il passato? E il passato è chiuso: da fatti, da spazi, da tempi. Lo Spazio, e stavolta con la esse maiuscola, no. Fa pensare al futuro piuttosto.

Di questa donna, il cui apporto è stato fondamentale per l’ampliamento dei limiti dell’Universo, forse suggerendone l’illimitatezza, abbiamo visto che un suo collega giustamente scrisse:

“Prendeva la vita sul serio”.

E sul serio noi abbiamo preso Henrietta Swan Leavitt, riproponendovi questo articolo del 26 Settembre 2006 di Cristina Pagetti — che ringraziamo — (scaricabile da http://www.universitadelledonne.it/leavitt.html) e condividendo con voi la notizia che Sara Sesti e Liliana Moro hanno approfondito l’argomento su “Scienziate nel tempo. 100 biografie”, Ledizioni, Milano 2018 (http://www.ledizioni.it/prodotto/s-sesti-l-moro-scienziate-nel-tempo-100-biografie/).

La Redazione

Le famose sconosciute. Sarla Thakral

Questa storia è tanto breve quanto straordinaria. Ci troviamo nell’India degli anni ’30, le donne stanno cercando di ottenere pari diritti, il mondo va veloce e così anche la nostra eroina, Sarla Thakral.

Nata a Delhi nel 1914, a sedici anni sposò P. D. Sharma, pilota proveniente da una famiglia di lunga tradizione di aviatori. In questo contesto, Sarla vide l’opportunità di provare la libertà del volo. Sostenuta dal marito e dal suocero, si iscrisse al Lahore Flying Club e, a soli 21 anni, prese la licenza di volo. Ho un pensiero quasi romantico per quel marito che spinge questa donna che era solo una ragazza a solcare i cieli e a provare l’ebbrezza del volare in un mondo così chiuso.

Già madre di una figlia di quattro anni, lei non si fece minimamente influenzare dai pregiudizi, dall’ambiente unicamente maschile o dalla sua giovane età e proseguì dritta verso quelli che erano i suoi obbiettivi: diventare pilota di linea commerciale.

Avvolta in un grazioso sari, Sarla salì nel cockpit di un Gypsy Moth, un biposto inglese, e prese il volo, diventando non solo la prima donna indiana a volare in solitaria, ma anche l’immagine dell’emancipazione, simbolo di coraggio e fiducia in sé stessi.

Dopo aver conseguito più di 1000 ore di volo, Sarla proseguì nel suo cammino – o forse meglio dire volo – per prendere il brevetto di pilota commerciale, quando, nel 1939, suo marito morì, schiantandosi con il suo aereo. Vedova a 24 anni, con due figlie e la Seconda Guerra Mondiale alle porte, la nostra eroina dovette reinventarsi.

Abbandonò i suoi sogni di volare e ne creò degli altri: si iscrisse alla Mayo School of Arts dove si diplomò per poi intraprendere una carriera imprenditoriale. Insieme alle figlie si trasferì a Delhi dove incontrò il suo secondo marito che sposò nel 1948. Diventò una business woman di successo dedicandosi a disegnare e vendere sari, creare gioielli, ma anche a dipingere e disegnare.

“Credo nel fare le cose con le mie mani. Non spreco tempo, non dormo di pomeriggio, semplicemente lavoro. (…) Mi piace concludere le cose. (…) Ho un semplice motto: essere sempre felici e gioiosi. L’uomo ha questa fantastica capacità di gioire e ridere, è molto importante non perderla mai. Questo mio unico motto mi ha aiutata ad attraversare tutte le intemperie della vita.”

Sarla Thakral morì nel 2008, lasciandoci la semplicità del suo pensiero sussurrato sempre col sorriso. Ma anche il coraggio, l’intraprendenza e la caparbietà di una donna che non voleva dimostrare niente a nessuno.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute. Ada Lovelace

La Madre dell’informatica, Ada Augusta King, contessa di Lovalace, altri non era che – udite, udite – figlia di Lord Byron!

La stessa storia d’amore conclusa con un brevissimo matrimonio fra sua madre, Anne Isabella Milbanke (conosciuta come Annabelle), e il famoso poeta inglese è degna di un racconto a parte, se non di un libro o un film, ma qui ne accennerò solo brevemente, concentrandola sotto la mia amara conclusione:

“la sindrome da Crocerossina affligge le donne da sempre…”

Annabelle, nata e allevata da aristocratici genitori sposati per amore, cresce in un ambiente colto e raffinato, studia seguita da professori di Cambridge e si muove fra persone benestanti e dal futuro tracciato.

D’altro canto, George Byron proviene da una famiglia problematica, bullizzato a scuola per via di una gamba più corta dell’altra, diventa un adulto irascibile e avventato. Reso famosissimo dalla pubblicazione del suo poema epico Childe Harold’s Pilgrimage, tutti vogliono un pezzo di lui. Tutti tranne Annabelle, che non è minimamente interessata. I due si conoscono a un party e si frequentano da amici per un po’. O almeno è quello che lei continua a dire alla sua famiglia e, forse, anche a se stessa. Perché, come accenna la biografa Julia Marcus:

“La brava ragazza è determinata a salvare il cattivo ragazzo.”

Ovviamente si sa come finisce. Ma andiamo per ordine.

Dopo varie vicissitudini, i due finalmente si sposano, ma Byron un cattivo ragazzo lo è per davvero. Gira sempre con due pistole addosso, è pieno di rabbia e genio, prende il laudanum e beve troppo, minaccia Annabelle di morte e minaccia se stesso – a seconda dell’attimo -, frequenta altre donne e pessime compagnie.

Ada nasce appena in tempo per dover abbandonare la casa in cui vivono – ha poco più di un mese – e, insieme ad Annabelle, va a vivere nella casa dei nonni materni. Inutile dire che nel 19esimo secolo la separazione non era esattamente una passeggiata, per non parlare dell’astio che subì Annabelle da parte di tutti i fan di Byron che la accusarono di essere una fredda donna senza cuore e senza la capacità di comprendere il genio creativo di Byron. Persino i biografi e i critici letterari dipingono sua moglie in modo distorto e irrealistico, mentre un cattivo ragazzo resta un cattivo ragazzo. Anche se geniale.

Tornando ad Ada, non rivedrà più il padre, che morirà in Grecia qualche anno più tardi. Lei si rivela da subito una bambina prodigio, curiosa e piena d’inventiva. Affascinata dai macchinari, la piccola Ada disegna macchine volanti, studia l’anatomia degli uccelli, realizza uno studio documentato sulle abitudini del suo gatto, insomma ha mille interessi. E non è ancora dodicenne.

Annabelle, preoccupata (a ragione) che la figlia non segua le orme distruttive del padre, si prodiga moltissimo per assecondare le sue inclinazioni scientifiche. I tutori a cui viene affidata spronano Ada nello studio della matematica, materia per cui si dimostra particolarmente portata e quindi ci si dedica completamente. È lei stessa, in una lettera per suo marito di qualche anno più tardi a confessare che:

“Null’altro che un intenso e ravvicinato studio di materie di natura scientifica sembra tenere la mia immaginazione a freno, impedendole di galoppare selvaggiamente…”

Dopotutto, è sempre figlia di suo padre.

Tuttavia, i suoi tutori e professori temono che lo studio intensivo della matematica possa influire negativamente sul suo stato di salute, da sempre molto cagionevole. Ada è una bambina malaticcia, soffre di terribili mal di testa che le provocano l’abbassamento della vista intorno agli otto anni, a tredici resta paralizzata in seguito al morbillo e solo due anni più tardi tornerà a camminare con le stampelle.

Ma la madre continua a seguirla e sostenerla e in adolescenza viene affidata a Mary Somerville, autrice di testi universitari di matematica e traduttrice di testi nell’ambiente. È grazie a lei che Ada farà un incontro che la consacrerà come madre dell’informatica. Si tratta di Charles Babbage, scienziato che sta lavorando da tempo alla macchina analitica, un vero computer prima dei tempi.

Iniziò così una proficua collaborazione che, in un primo momento, vide Ada tradurre in inglese i lavori del matematico Luigi Menabrea, studi dedicati, appunto alla macchina analitica. Ma lei non si limitò solo a questo, studiò alternative e idee innovative, appuntando a margine del progetto varie note in cui mostrava la capacità di prevedere moltissime delle future applicazioni del computer.

Mentre Babbage si concentrava esclusivamente sul potenziale di calcolo della sua macchina, Ada si dimostrò molto più lungimirante, studiando un algoritmo che oggi viene riconosciuto come il primo programma informatico. Fu proprio basandosi sul lavoro di Ada Lovelace che Alan Touring mise le basi per costruire il primo moderno computer.

Molte delle sue ricerche non furono riconosciute o prese sul serio, anche se diversi matematici brevettarono studi basati sul suo lavoro, tuttavia Ada non si lasciò abbattere e continuò a studiare e a creare teorie persino dopo il matrimonio, lasciandoci immaginare che, se avesse vissuto ai nostri giorni, molto di più avrebbe potuto dare al mondo. Ebbe tre figli e morì a trentasei anni. Come suo padre.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute. Beulah Louise Henry

Nonostante la grande produttività e l’ingegno di Beulah Henry, della sua vita ne sappiamo veramente poco. Nata in North Carolina nel 1887, Beulah proviene da una famiglia conosciuta per le sue inclinazioni artistiche che, forse, costituiscono il punto di partenza per le sua prodigiosa inventiva. Frequenta ben due college ed è da subito chiaro il suo spiccato talento per le invenzioni. Prosegue dunque su questa ostica via che è di chiara percorrenza maschile ed è una delle pochissime donne al mondo – se non l’unica – che riesce a guadagnarsi un nome e una reputazione in questo campo, brevettando direttamente vari invenzioni, mentre altre inventrici della storia furono costrette a vendere le loro scoperte per due soldi. A uomini che poi hanno fatto una fortuna.

Soprannominata “Lady Einstein”, già nel 1912 la Beulah brevetta una macchina per fare il gelato, subito dopo deposita altri due brevetti: per una borsa a mano e per un fortunatissimo ombrello con il copriombrello abbinabile ai propri vestiti. Ed è proprio grazie a questo ombrello che, trasferitasi a New York, si lancia in una vera carriera di invenzioni e brevetti. Fonda e gestisce due compagnie, deposita oltre 45 brevetti (49 per l’esattezza), studia e migliora vari componenti meccanici, realizza bambole snodabili e parti mobili per bambole, inventa una nuova spugna lavapiatti che trattiene il sapone… Insomma, spazia fra una miriade di articoli di uso quotidiano – oltre un centinaio -, migliorandone le prestazioni e facilitando la vita a tutti noi.

Dopo il 1930, Beulah dedica la sua attenzione a implementare macchinari come la macchina da cucire e la macchina da scrivere. Inventa dunque nuovi componenti, poi brevettati, che potenziano moltissimo le capacità di questi macchinari, fra cui anche un brevetto per una macchina da scrivere che permette di realizzare quattro copie dello stesso documento originale senza copia carbone. È il Protograph, primitivo modello di fotocopiatrice molto prima della loro epoca.

Oltre a lavorare e brevettare a nome suo, Beulah Henry collabora con moltissime aziende per cui studia e inventa componenti e articoli di vario genere, aziende che brevetteranno tali invenzioni a loro nome, tuttavia Beulah è molto conosciuta e apprezzata nell’ambiente che le riconosce crediti per il suo straordinariamente prolifico lavoro. È lei a inventare i bigodini, la bambola che chiude gli occhi, l’apriscatole e moltissimi altri oggetti che usiamo tutt’oggi.

A New York, Beulah è una figura conosciuta ed enigmatica allo stesso tempo: mai sposata – o almeno questo è quello che risulta dalla sua biografia, molto scarna di dettagli personali – oltre al lavoro dedica il suo tempo a una miriade di interessi variegati come le sue invenzioni, passando dalla scrittura e pittura alla beneficenza per animali. Personaggio schivo dalla mente apertissima, di certo ha lasciato un segno nella storia del mondo.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute. Emmy Noether

”ad ogni simmetria continua che lascia invariata la densità di lagrangiana corrisponde una corrente conservata”

Amalie Emmy Noether

Lo so.
State calmi.
Questa volta ho esagerato, ma… C’è un ma.
Ho un’attrazione irresistibile per i buchi neri. Non scherzo.
Ho letto moltissimi articoli, teorie e storie su di essi. Eppure sento di non averne mai abbastanza, tuttavia mi manca la materia prima: la conoscenza.

Dovrei studiare matematica e fisica per almeno un millennio, sapendo che non basterebbe, ma vorrei sapere dove porta quel buco nero che inghiotte la stella e tutto ciò che le sta accanto. Tutto ciò che per molto tempo ha amato o che l’ha amata.

Romantica?
No.

Umana!
Semplicemente e imperfettamente umana.

Detto ciò, sono andata a cercare e a studiare il teorema a lei dovuto e… e niente.
Capirlo e comprenderlo appieno presuppone un sapere che non ho. Mannaggia a me.
C’è una cosa, però che posso dirvi con assoluta – o quasi – certezza: se un fatto deve avvenire, avverrà. Non importa quando e dove. Non importa il tempo, non importa lo spazio. Il momento perfetto si creerà e il destino si compirà.

Lo ammetto ho enfatizzato qualcosa di assolutamente ignoto e lo ho colorato di rosa, ombreggiandolo di rosso passione e adattandolo al mio volere. In poche parole, però, la Noether afferma questo. Certo, lo fa usando segni matematici, formule illeggibili e calcoli iperbolici. Quindi, non solo lo ha pensato, non sono ne ha appurato la veridicità, ma lo ha descritto scientificamente.

Ha realizzato qualcosa che tutt’ora è attuale, studiato e applicato. Fu definita come la più grande matematica mai esistita, Einstein le dedicò un articolo di apprezzamento sul New York Times e ci fu chi la definì l’Atena della matematica.
La sua mente ha elaborato una teoria talmente sorprendente che ancora oggi risulta valida.

La Noether è nata in Germania nel 1882 ed è morta nel 1935. È vissuta in un’epoca in cui una donna non poteva avere certe capacità, non avrebbe potuto superare il padre, famoso professore e studioso e non avrebbe dovuto avere una mente così brillante e così all’avanguardia.

Era una donna, per l’amor di Dio!
Avrebbe dovuto ricamare, occuparsi della famiglia, della casa e del cibo.
Non pensare, studiare, conoscere e capire.
Che diavoleria è mai questa?
Eppure lei lo fece.
E dopo di lei molte altre.
Alcune note, altre meno.
Alcune serene, altre oppresse.
Credo, però, che un po’ lo dobbiamo a loro, a persone come la Noether, se possiamo pensare, studiare e conoscere.

C’è molta strada da fare, lo so bene.
Alcune volte è una strada dissestata e irta, ma è pur sempre una strada che può essere percorsa. Se non per noi, per le donne di domani. Per le nostre figlie, nipoti, sconosciute.

Giorgia Golfetto

Le famose sconosciute. Florence Nightingale

Florence Nightingale, la signora con la lanterna

Chi non ha mai dovuto ricorrere alle professionali cure di un’infermiera?

Io ne ho usufruito diverse volte e tutte mi hanno lasciato un ricordo dolce, di cura, di competenza.

Ma ciò che appare scontato, naturale, semplice, in verità deve le sue origini a una donna intraprendente, intelligente, intuitiva, con un grande spirito altruistico: Florence Nightingale.

Florence è nata nel 1920 in una famiglia londinese molto ricca. Avrebbe potuto godersi il suo status e dimenticarsi delle bruttezze del mondo, ma l’impulso all’aiuto fu più forte. Come forte era il suo carattere.

Il padre fu pioniere dell’epidemiologia, e questo può spiegare forse la confidenza della donna con il mondo dei malati. Ma la rigidità della madre, appartenente alla élite borghese britannica, che osteggiò la scelta della giovane in tutti i modi, sarebbe potuta risultare un contraltare vincente.

E invece no. Rifiutò addirittura, sempre contro il parere della madre, il matrimonio con un suo storico corteggiatore, Richard Monckton Milnes, pur di non veder bloccati i suoi sogni.

L’amore doveva essere grande in questo politico e poeta, diventato poi pure Lord, che nonostante il rifiuto divenne negli anni il suo maggior sostenitore.

E che capì quanto per Florence fosse più importante seguire la propria strada, invece che adeguarsi alle aspettative della società di quell’epoca, che per una giovane del suo ceto prevedevano il matrimonio e la maternità. Ruoli a cui lei abdicò proprio per non vedersi ostacolata nei propri progetti.

Nel 1845 Florence intraprese una professione che non era affatto stimata, anzi: nei campi militari le infermiere erano assimilate alla vivandiere (e comunque… in zona di guerra qualsiasi ruolo è da ardimentosi. E senza cibo non si combatte), ma l’impulso alla cura di persone malate e indigenti fu molto più forte della gratificazione personale.

Da quel momento la sua vita è costellata di incontri formidabili con personaggi che l’hanno accompagnata nella sua missione. Senza dimenticare il padre che, illuminato, le concesse una rendita di 500 sterline annue (paragonabili agli attuali 40.000 euro) per permetterle di seguire la sua vocazione senza ansie economiche.

Dalla Crimea, dove ricevette il nomignolo di signora con la lanterna, e dove assicurò ai reparti ospedalieri alti livelli di pulizia e di ricambio d’aria, apportò grandi miglioramenti al sistema fognario, per evitare il ristagno di liquami infetti, ed evitò il sovraffollamento dei luoghi di degenza per contenere i contagi, in Turchia, dove con 38 donne fu l’antesignana creatrice del corpo infermieristico moderno, Florence approfondì l’arte dell’assistenza infermieristica, notando le debolezze del sistema usato, la scarsità grave di medicine, igiene e aria, la noncuranza del personale addetto e soprattutto delle autorità. Fece tesoro dell’intervento di medici competenti che con innovativi interventi bloccarono l’emorragia di morti tra i soldati feriti in modo grave.

Non si fermò davanti agli ostacoli. Non si fermò davanti allo scherno di chi vedeva le sue indicazioni inutili e perdite di tempo.

Non dimentichiamo che, nonostante le raccomandazioni di Ippocrate, i medici non tenevano in gran conto l’igiene, almeno fino al XIX secolo. Nelle cliniche in cui coesistevano studio e pratica, i medici si davano appena una pulita alle mani dopo aver fatto un’autopsia per poi procedere con un parto. La percentuale di mortalità infantile e delle puerpere non era certo insignificante come oggi (almeno nei Paesi cosiddetti civilizzati).

Ma mentre Ignaz Philipp Semmelweis, a metà Ottocento, fu ripudiato dalla comunità medica per aver notato che le donne e i bambini morivano per la trasmissione di germi trasportati dalle sale autoptiche, e che era necessario procedere a una pulizia antiseptica delle mani per abbassare il numero di decessi, grazie alla sua forza e determinazione Florence Nightingale invece ottenne attenzione da tutti coloro che collaboravano con lei.

Si può dire che i suoi accorgimenti siano i padri dei moderni sistemi di controllo dell’infezione.

Fondamentale affinché le cure chirurgiche prestate non vengano vanificate da sepsi.

Un’intuizione che mi lascia sbalordita, non per l’eccellenza in sé, ma perché è “sorta” in una donna che non aveva bisogno di lavorare, di pensare. Anzi: in una donna in un’epoca a cui le donne non era facile pensare per cambiare.

Negli anni tra la sua decisione di diventare infermiera e la partenza per la Crimea, visitò istituti all’avanguardia nella prestazione di cure mediche e di assistenza ai malati, assistette le autorità nelle legislazioni a supporto dei poveri, e scrisse libri che sarebbero stati pubblicati soltanto postumi.

Tornò in patria, acclamata come eroina, nel 1857, purtroppo preda di febbri, per cui soggiornò in isolamento autoimposto in un hotel. Fu una quarantena rigidissima, non volle ricevere nemmeno la madre e la sorella.

A proposito: la sorella si chiamava Parthenope. Le due giovani avevano visto la luce in Italia: la prima a Firenze e la seconda a Napoli. Da qui i nomi evocativi…

Una volta a Londra la Regina Vittoria la coinvolse nella costituzione della Royal Commission on the Health of the Army. Essendo donna non poteva aspirare a una nomina ufficiale, ma fu lei a scrivere il Rapporto Finale della Commissione, e grazie a quel dettagliato e monumentale lavoro, la sanità militare venne rivoluzionata, e molti ospedali furono costruiti seguendone le indicazioni.

In suo onore, mentre era ancora in Turchia, venne istituito il Nightingale Fund, per la formazione delle infermiere.

Negli anni successivi non smise mai di approfondire la professione, di divulgarla, di ampliarla.

Formò le donne che ne sarebbero diventate pioniere in varie parti del mondo.

Morì nel 1910, a 90 anni, anche se fin dal 1896 si trovò confinata a letto. Novanta anni impegnati nella cura degli altri, e nel miglior modo di farlo.

Una doppia valenza, quella d’amore e di conoscenza, che dona alle azioni delle persone la qualità di eroismo.

Dovrei scrivere ancora pagine e pagine di storia legata a questa donna, caparbia e indipendente, femminista senza spregio di genere, parlare dei riconoscimenti, degli onori, delle iniziative che le furono dedicati, ma mi fermo qui, con un ringraziamento a lei, e a tutti gli angeli, suoi ideali figli, generosi e spesso allegri, spesso rassicuranti, spesso burberi, che giorno e notte si prendono cura di chi non può farlo da solo negli ospedali, nelle cliniche, a domicilio, per la strada in un camper attrezzato, dentro a un’ambulanza.

Grazie.

Loredana Conti

Le famose sconosciute. Sofonisba Anguissola

Questo è il racconto quasi felice di una delle prime donne famose nella storia dell’arte. Sofonisba Anguissola – la pittrice che ha quasi vinto i pregiudizi dell’epoca, elevandosi quasi al di sopra dei colleghi maschi.

Troppi quasi, dite? Lo so, ma siamo nel ‘500, essere donna è quasi una sfortuna.

Sofonisba Anguissola. Già il nome è bellissimo. Prima di sette figli (di cui un maschio) di Amilcare Anguissola e Bianca Ponzoni – entrambi di nobili famiglie di Cremona -, Sofonisba ebbe da piccola la possibilità di studiare letteratura, pittura e musica, grazie a un padre amante dell’arte e disegnatore dilettante. Lui andrò contro corrente, facendo studiare le figlie, e tutte ebbero discreti risultati in campo artistico, dimostrando ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – l’importanza della famiglia nell’educazione dei figli.

Sofonisba invece si distinse da subito per le sue capacità pittoriche, continuò la formazione prima presso l’importante pittore Bernardino Campi, della scuola del Manierismo italiano e poi presso Bernardino Gatti (inflazione di nomi, a quanto pare). Tuttavia alla talentuosa artista fu negato lo studio della matematica, della prospettiva e dell’affresco, materie associate esclusivamente alle capacità maschili. Queste proibizioni obbligarono quindi Sofonisba a limitare la sua intera attività creativa a un unico genere pittorico: quello ritrattistico.


            Autoritratto 1556 Olio su tela

Un altro ruolo decisivo che il padre ebbe nella vita di Sofonisba, un ruolo molto attuale e che va moltissimo di moda oggi, fu quello di promotore. Più di cinquecento anni fa, Amilcare aveva capito l’importanza di promuovere il talento della figlia e lo fece con tutti i mezzi che aveva a disposizione. Che non erano pochi ( a differenza di quelli del padre di Artemisia Gentileschi, altro talento femminile indiscusso che arrivò poco dopo. Ma di questo parleremmo un’altra volta).

All’epoca, Cremona, di dominazione spagnola, era la seconda città dello Stato di Milano per richezza e importanza e il padre non esitò a parlare del talento della figlia a tutti quelli che conosceva – si conservano ancora le lettere in cui promuoveva Sofonisba al grande Leonardo. A differenza di quello che spesso accade ai giorni nostri, il talento di Sofonisba era vero e tutti ci misero poco per capirlo.


              Partita a scacchi 1555 Olio su tela

Persino il Vasari, dopo aver visto i ritratti di famiglia in casa Anguissola, notò la straordinaria somiglianza dei volti delle sorelle in “Partita di scacchi”, annotando in seguito:

“…tanto ben fatti che pare che spirino e siano vivissimi.”

Ma non fu solo la capacità di riprodurre i volti con fedeltà a far conoscere Sofonisba nel mondo dell’arte. Lei introdusse nuovi elementi nel ritratto, elementi che trasformarono la ritrattistica in pittura di genere: non si trattava più solo di dipingere la persona, ma la sua storia, i segreti che celava il suo volto, gli stati d’animo. La minuzia descrittiva con cui dipingeva elementi correlati alla figura ritratta – come un libro aperto, un medaglione – dava modo allo spettatore di percepire la personalità stessa del personaggio. Allo stesso tempo, Sofonisba dedicò molto tempo allo studio delle espressioni facciali come il riso e il pianto, espressioni poco utilizzate all’epoca nella ritrattistica.

Conosciuta nelle corti italiane ed europee, Sofonisba andò a Madrid dove conquistò i sovrani di Spagna grazie ai ritratti di Isabella di Valois e Filippo II che, impressionato dal suo talento, la ricompensò con una rendita annua di 200 scudi. A Madrid restò a lungo nelle grazie dei sovrani, facendosi riconoscere anche per le sue doti umane prendendosi cura delle figlie di Isabella dopo la morte di lei. Filippo le cercò persino marito per trattenerla più a lungo in Spagna, ma lei scelse invece Fabrizio Moncada, fratello del viceré di Sicilia, che sposò, trasferendosi a Palermo.

Cinque anni più tardi, il marito morì annegato in un attacco piratesco a Capri. Sofonisba gli rese omaggio dipingendo “Madonna dell’Itria” a cui il casato Moncada era molto devoto, una pala d’altare per la chiesa dell’Annunziata a Paternò. Si risposò un anno dopo, contro tutti e tutto, con Orazio Lomellini, un nobile conosciuto in un viaggio via mare per Genova.

Visse con lui a Genova per oltre trent’anni, ritraendo con grazia le famiglie aristocratiche della città e continuando a migliorare la sua tecnica ritrattista. Sempre più debole di vista, si ritirò col marito a Palermo, dove morì, ultranovantenne. Fu sepolta nella chiesa di S. Giorgio.

Prima di morire, ricevette la visita di un ammirato Van Dyke che la ritrasse in uno schizzo (oggi al British Museum), scrivendo poi di lei:

“Ho ricevuto maggiori lumi da una donna cieca che dallo studiare le opere dei più insigni maestri.”

Anton Van DyckRitratto di Sofonisba Anguissola 1624 Olio su tela

Nota Bene: Nonostante i vari apprezzamenti e il riconoscimento generale in quanto pittrice, in tutta la sua lunga carriera artistica, Sofonisba Anguissola non fu mai pagata in contanti. Doni e rendite sono state le uniche cose che ricevette direttamente, tutti i pagamenti documentati furono invece intestati ad Amilcare Anguissola prima e ad Asdrubale Anguissola – il fratello – poi.

Annabelle Lee