Dal letame nascono i fior

“Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior”

suggeriva De André nel 1967, e direi che la situazione mondiale in fatto di benessere gli dà ragione: la ricchezza raggruppata in poche mani, quei diamanti — metaforici e non — che brillano sulle dita dei potenti, opacizzano le coscienze anziché illuminarle. Perché le schiacciano nel giogo delle finte necessità, della finta bellezza, dei finti valori.

Invece nella semplicità delle buone pratiche agricole c’è il seme (da coltivare con cura) della salvezza, dell’equità, della possibilità di distribuire il giusto a tutti.

Garantire la libertà della terra da ogm, da pesticidi troppo spesso non necessari, da inaridimento dei territori causato dalla mancata rotazione delle colture, da inquinamento delle falde acquifere è operare con amore per la libertà della Terra. È passare da minuscola a maiuscola nella qualità della vita.

Il letame è un alleato preziosissimo in questo progetto, un complice che accomunato a sistemi di coltura che affondano le radici, è proprio il caso di dirlo, in sapienze millenarie, a volte così come ci sono state tramandate, altre migliorate da menti illuminate, potrebbe restituire al nostro Pianeta il suo vero colore azzurro, quello che fa piangere gli astronauti quando lo guardano dallo spazio.

Per esempio: fino a un secolo fa per il suo imbianchimento (che anche oggi si fa con procedure naturali… niente a che vedere con lo zucchero bianco, tanto per intenderci), il pregiato radicchio Trevigiano tardivo, dopo il lavaggio, passava le ultime tre settimane di maturazione in buche dentro ai letamai.

Il letame non era quello che appesta con il suo lezzo i dintorni delle aziende che praticano l’agricoltura intensiva, proprio no.

Per capire che odore abbia un compost sano, che non inacidisce a causa del cattivo stallatico utilizzato, quando dovrebbe solo fermentare, bisogna andare in una fattoria biodinamica. Che sorpresa fu per me, in una delle mie visite a un’azienda condotta con questa magnifica pratica agricola, scoprire che il cumulo odorava di fiori! Proprio di fiori.

Il radicchio Trevigiano tardivo non subiva quindi l’aggressività di un letame rancido, e prosperava in sicurezza, nelle temperatura e umidità che la sua delicatezza richiede nell’ultimo periodo di maturazione.

Oggi non si usa più metterlo nei depositi di stallatico, e questo rassicurerà i benpensanti. O gli schizzinosi. Tuttavia vorrei rassicurare chi dovesse incappare in un nostalgico cultore delle tradizioni: ovviamente la pianta non stava — e non starebbe nell’azienda nostalgica — a contatto con le deiezioni animali…

Siamo a Maggio, il mese più femminile dell’anno, perché pieno di profumi e di bellezza (e noi donne siamo notoriamente profumate e belle). Ebbene: il radicchio Trevigiano tardivo è come una bella donna: con pochi accorgimenti diventa una rosa, l’archetipo della bellezza floreale. E forse della bellezza in sé. È affascinante vedere come un mazzo di cicoria (la famiglia del radicchio) con poche mosse si vesta di un colore seducente, a metà tra l’innocenza rosata e la passionalità vermiglia.

Ed è anche buono come una donna (e noi donne siamo notoriamente buone), provare per credere, tuttavia mettendo mano al portafoglio: il radicchio Trevigiano tardivo è un ortaggio costoso. Ed è comprensibile data la sua preziosità.

Preparatelo semplicemente adagiato in una teglia, dopo averne diviso le foglie, con un filo di olio extravergine, una leggera spolverata di sale, e, a chi piace, qualche tocchetto d’aglio. Passatelo per non più di 10 minuti in forno a 220°, in modalità grill.

Contorno intrigante: dolceamaro, come la vita, ma sapido, grazie all’intervento dell’acume umano, come è il pensiero di chi apprezza tutto quello che gli viene incontro, ben sapendo che a qualcosa servirà di certo…

Ps: l’articolo è tardivo, come il radicchio. Non lo troverete sui banchi dei supermercati in questa stagione (se sì è grazie ai miracoli delle tecniche agricole), ma ricordatevene il prossimo inverno, quando le arance cambiano l’odore delle case: in effetti un altro modo superbo per gustare l’ortaggio che si fregia del marchio IGP è in insalata, crudo, con spicchi d’arancia, olive nere, sale, olio evo e pepe: riscalda il cuore nonostante la fiamma non venga scomodata affatto. Ricorda stanze scaldate da camini grandi, passeggiate su prati di poderi antichi, sole dopo una pioggia malinconica.

Loredana Conti

Niente sensi di colpa: è solo la cioccolata

Dato che Giacomo Casanova la utilizzava come rinvigorente, possiamo ben dire – e qui potremmo addirittura fermarci, con giusta soddisfazione – che la cioccolata ha il suo perché sostanziale e non solo immaginario. Nella sua autobiografia, “Storia della mia vita”, il seduttore più famoso di tutti i tempi la cita più di cento volte.

Consiglio per i signori uomini: calmi, non correte a saccheggiare gli scaffali dei supermercati o le vetrine delle pasticcerie più chic: Giacomo Casanova doveva solo rinvigorire un talento naturale. E sicuramente riposarsi da fatiche derivanti dal suo essere scrittore, poeta,  filosofo, alchimista, diplomatico e agente segreto.

Insomma: James Bond al suo confronto è un dilettante.

Di cioccolata parla molto Dickens nei suoi romanzi.
Nel “Racconto delle due città” (1859), Dickens ironizza sull’aristocrazia francese della fine del diciottesimo secolo, con il divertente quadretto della degustazione da parte di “Monsignore”, della cioccolata mattutina:

“Monsignore era nell’atto di prendere la sua cioccolata. Monsignore poteva trangugiare facilmente una gran quantità di cose, e alcuni pochi malcontenti supponevano che stesse trangugiando piuttosto rapidamente la Francia; ma la sua cioccolata mattutina non poteva arrivare fino alla bocca di monsignore, senza l’aiuto di quattro uomini validi, oltre il cuoco. Sì. Occorrevano quattro uomini, tutti e quattro fiammanti di fulgide decorazioni, e il loro capo incapace di esistere senza avere in tasca almeno due orologi d’oro, secondo la nobile e modesta abitudine inaugurata da monsignore, per condurre la felice cioccolata alle labbra di monsignore.

Un valletto portava la caffettiera di cioccolata alla sacra presenza; un secondo l’agitava fino a farla schiumare col piccolo strumento che portava per quella funzione; un terzo presentava l’avventurato tovagliolo; un quarto (quello dai due orologi d’oro) versava la cioccolata. Era impossibile per monsignore fare a meno di quei valletti della cioccolata e mantenere il suo alto posto sotto i cieli ammirati. Una gran macchia si sarebbe diffusa sul suo stemma, se la cioccolata fosse stata servita soltanto da tre persone: e se fosse stata servita da due egli sarebbe addirittura morto”.

Kerouac ritiene una tavoletta di cioccolata salvifica per l’anima di un suo protagonista, ne “I vagabondi del Dharma”.

Ma la cioccolata, cibo degli Dei secondo i Maya, per diversi scrittori non ha qualità solo psico-fisiche, ne ha anche alcune magiche: Marquez, in “Cent’anni di solitudine”, dà alla preziosa bacca trasformata in cioccolata liquida la facoltà di far levitare chi la beve. Nel caso specifico al furbo padre Nicador che, grazie all’esibizione di sollevamento dal pavimento, bevendo cioccolata di casa in casa raccoglie un mucchio di soldi.

In “Chocolat”, di Joanne Harris, la cioccolata assume sfumature a tutto tondo, dall’alchemico all’erotico. E, chi ha letto il libro può confermarlo, Johnny Depp non c’entra niente.

Del resto degli effetti positivi della cioccolata, consumata in modo equilibrato (ma qual è l’equilibrio? Dipende dalla necessità. Sì, ora ci vorrebbe una faccina ammiccante), parla addirittura la scienza che si interessa degli effetti degli alimenti sul corpo umano. E sulla sua psiche.

Niente di magico su quelli positivi: il cioccolato contiene sostanze psicoattive e questo spiega, almeno in parte, la sua efficacia nel contrastare ansia e depressione, nell’indurre sensazioni di energia fisica con aumento di capacità lavorativa, e nell’aumentare stati di piacere e di benessere.

Nelle diete dimagranti, un pezzetto di cioccolato fondente aiuta a contrastare i mostri della fame (i morsi sono eufemistici in molte circostanze, ahimè).

Una ricetta? Ma perché mai! Per questa volta possiamo goderci il lavoro degli altri: assaporiamo con grande attenzione una tavoletta di cioccolato fondente con una percentuale di cacao non inferiore all’80 per cento.

A occhi chiusi, piano, molto piano, dopo averla annusata, permettiamo che si sciolga quasi completamente da sola in bocca. Il tatto e la vista lasciamoli ai professionisti della degustazione. Noi accontentiamoci di percepire quanto il gusto si armonizzi con il nostro stato d’animo, divenendone amico confidente e confessore impenitente. Che ci suggerisca mete esotiche, cantine frequentate da artisti, un letto sfatto.

Per le signore: se vi verrà in mente Johnny Depp non sentitevi in colpa… è la cioccolata.

photo@Chocolat

Loredana Conti

Il piatto che mise d’accordo suocera e nuora

“Se vuoi osservare la tua interiorità, guarda la montagna. Se vuoi osservare il mondo, guarda il mare.”

D’accordo, d’accordo: l’ho inventato io. In verità c’è un detto forse zen (purtroppo proprio non ricordo) che dice, riassumendo, che se vuoi la pace sali su una montagna, ma se vuoi la saggezza naviga il mare.

Mare o montagna?

Ma perché scegliere, dico io, quando si può avere entrambi in uno dei piatti più celebrati dal commissario “Montalbano sono”?

La pasta con le sarde.

Una poesia (non per le sarde…), un profumo senza eguali, una commistione di sapori che si fondono armoniosamente, fino a diventare una melodia seducente per il palato, ma pure per il pensiero.

Dato che per il mare non avrete avuto difficoltà a collegare ricetta e luogo, immagino che qualcuno la domanda “che c’entra la montagna” se la sia fatta.

Bene: tra gli ingredienti c’è il finocchietto montanaro, che, utilizzato insieme a pecorino, aglio, pinoli e mandorle, produce uno dei pesti più buoni che si possano immaginare (assaporato a bocca aperta dallo stupore in un ristorante all’isola di Vulcano, quasi dimenticavo di continuare a masticare la pasta che ne era condita) .

Tuttavia la ricetta viene benissimo anche se il finocchietto la montagna si limita a osservarla (rafforzandosi interiormente), l’importante è che sia selvatico. In verità non so se ne esista uno addomesticato.

Finocchietto e sarda… perché? Per il solito buon senso che guidava la praticità delle persone quando ancora non esistevano rimedi tecnologici per la conservazione del cibo: l’erba serviva a coprire l’olezzo del pesce, che se non cucinato appena pescato tendeva a divenire lezzo.

Io non ho mai preparato questo piatto fantastico, perché mia suocera era palermitana e sono certa che mi direi senza sollecitazione da parte di mio marito “come lo faceva lei, non lo fa nessuno”, ma lo ricordo: saporito, pastoso, evocativo. Gusto, consistenza, mare.

Se non fossimo andate d’accordo per altri motivi, ed erano tanti, il primo la sua intelligenza, questo piatto sarebbe bastato a renderci suocera e nuora fuori da qualsiasi stereotipo conosciuto.

Quando lo cucinava la amavo un po’ di più. Certo: non che il mio amore diminuisse davanti ai suoi cannoli… piatti da assaporare con devozione e lacrima di commozione.

E comprendo benissimo il nostro commissario più famoso quando impreca nominando cabbasisi e camurria tutte le volte che viene disturbato durante la degustazione di questo concerto di sapori. A dir la verità, lui si inalbera sempre quando non riesce a compiere il rito del pasto nel suo modo più che condivisibile: in silenzio. Lui e il cibo. Con avidità, a volte anche con rozzezza, ma con quel rispetto nel cuore che tendiamo troppo spesso a perdere di fronte ai doni che riceviamo, come quello di poterci sedere a tavola tutti i giorni.

Chi non teme confronti con figure straordinarie come Concetta (la mia eccezionale suocera, e non sono ironica), si cimenti nella preparazione, e se ha buon cuore mi inviti.

Ah! Salvo Montalbano suggerisce di accompagnare la pasta con il Corvo bianco (in realtà è una frase ascoltata su un episodio televisivo. Non ricordo di averlo mai letto sui libri, ma potrei sbagliare). Io direi che è un piatto che non verrebbe tradito da uno Zibibbo secco. Comunque con un uvaggio misto Catarratto e Sauvignon non sbaglierete di certo.

Cosa serve oltre alle sarde – freschissime! Non lasciatevi tentare dall’occultamento olfattivo del finocchietto, lasciandole in frigo un giorno di troppo – e all’erba selvatica, nella versione palermitana (ce ne sono diverse)?

Pinoli, cipolla, olio extra vergine d’oliva, uvetta sultanina, alici sott’olio, zafferano, vino bianco, pangrattato, sale e pepe.

Per prima cosa eliminate dal mazzetto di finocchietto le parti più dure e lessatelo in acqua già bollente e salata. Toglietelo una volta cotto, ma non buttate l’acqua (servirà per lessare la pasta). Tritatelo. Siamo nel terzo millennio: andrà bene anche un mixer.

Pulite le sarde (una chilata, voce di Adelina, la fida tuttofare di Montalbano), diliscatele, togliendo testa, pinna dorsale e tutte le spine. L’operazione è più facile con le sarde piccole.

Tritate una cipolla e soffriggetela in una padella capiente (servirà per mantecare la pasta); appena imbiondita aggiungete sei acciughe, e lasciatele sciogliere mescolandole con un cucchiaio di legno (va bene pure di silicone. Non accetto strali).

Raggiunto un ragionevole stadio di crema, unite l’uvetta, i pinoli, qualche cucchiaio di acqua di cottura dei finocchietti e lo zafferano, e dopo un minuto il trito di finocchietto.

Cuocete qualche minuto a fiamma bassa, magari aggiungendo altra acqua dei finocchietti, e quando la cipolla sarà cotta, finalmente – era ora – aggiungete le sarde intere e il vino bianco, che lascerete sfumare. Se vi sembra opportuno aggiungete un po’ d’olio.

Basteranno altri cinque minuti di cottura per completare, con una macinatina di pepe, la preparazione. O quasi, perché il tocco d’artista è il pangrattato – qualche cucchiaio – fatto abbrustolire in un padellino con un po’ d’olio EVO, sale e un pizzico di zucchero , che una volta raggiunto un colore brunito, ma non troppo, sarà pronto per essere spolverato sulla pasta, direttamente nei piatti di ognuno.

La pasta, già. Cosa preferite? Io i bucatini. Ricordatevi di toglierli molto al dente, perché l’ultimo passaggio sarà nella padella che contiene quel bendidio, per una mantecata veloce veloce, a fuoco alto.

Attenzione (quella che ci vuole in cucina, sempre, anche quando si sta preparando pane e formaggio): la pasta va mangiata tiepida, qualcuno addirittura la gradisce fredda, quindi deve riposare qualche minuto, ma non lasciatela nella padella! Trasferitela in un contenitore che non è stato sul fuoco, altrimenti rischiate di mangiare la pasta scotta.

E se succedesse: chi se la sentirebbe mia suocera dall’alto dei cieli?

Loredana Conti

Madeleine, ovvero: la nostalgia che fa ingrassare

La nostalgia ha un sapore spesso dolce come il suo più famoso richiamo letterario: la madeleine proustiana.

È dolce perché legata a un momento in cui la nostra interiorità si è sciolta, come cioccolata all’interno di un tortino appena sfornato. E ci fa sorridere e al contempo intristire, come un ottimo liquore di ciliegia (l’alcool dolce è un compagno infido: ci apre al sorriso e al pianto).

La nostalgia… basta davvero un morso a risvegliarla: un sapore, gustato in un momento di gioia antica, restituisce quella letizia. O quella placida serenità. O quell’emozione intensa (non proprio quella. Ne parlerò).

A un primo istante non ci sovviene il motivo del sentimento che ci allarga il cuore.

Quel sapore, o quell’odore ci fanno affacciare su uno sfuggente desiderio. Su un non chiaro senso di deja vu.

E non serve riassaporare, riannusare: l’impressione perde di intensità, addirittura si allontana.

Così come quando ci incaponiamo nel trovare un nome che abbiamo sulla punta della lingua: non arriverà. Lo farà in piena notte magari, svegliandoci. O mentre stiamo chiacchierando di tutt’altro, facendoci assumere espressioni del tutto incongrue alla situazione.

Quindi: ripetere l’assaggio non aiuta, come ci narra Proust nel celeberrimo brano della madeleine (tratto da “Dalla parte di Swann”, ne è quasi l’abbrivio. Ovviamente è uno dei libri della Recherce):

“Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. È tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me.”

Come afferrare il ricordo, il senso?

Il grande scrittore francese semplicemente si adagia sulla sensazione, lascia che essa sia l’unico senso utilizzato: senso senza sostanza fisica, ma pieno di quell’essenza che è l’anima, contenitore – e rielaboratore – di ricordi .

Ed ecco!, finalmente uno squarcio su quel disagio emozionato: il ricordo emerge, ed emerge in tutta la sua crescita. Il tempo che l’ha separato dalla sua manifestazione nella realtà l’ha modificato, l’ha modellato sul nostro cambiamento, sul nostro nuovo modo di percepire le cose, di accogliere il mondo.

Un sollievo misto al dolcissimo dolore per il tempo che fu e che mai più sarà, ci strapperà un sorriso, forse una lacrima.

E alfine compresa quella memoria involontaria, che ci ha donato la possibilità di affacciarci all’essenza di noi stessi, potremo continuare ad assaporare il biscotto più famoso del mondo, a forma di conchiglia, originario di Combray, e che non è nemmeno difficile da preparare.

Vale la pena immergere le mani nella farina per provare a entrare nelle pagine di uno dei più grandi capolavori letterari di tutti i tempi, e allora per facilitarvi il magnifico compito vi propongo la ricetta:

  • prendete 150 grammi di farina e mescolatela con mezzo cucchiaino di lievito e altrettanto di sale. Ovviamente le ricette attuali prevedono la farina 00, ma presumo che all’epoca di Proust si usassero ancora cibi vitali, pertanto ve ne consiglio una organica e meno raffinata.
  • a parte sbattete 3 uova di galline allevate almeno biologicamente (meglio se di un contadino amico vostro. Se avete contadini amici segnalatemeli, grazie) con 150 grammi di zucchero. Ecco, lo zucchero: cosa non si sente di male sullo zucchero? È tutto vero. Tuttavia non posso consigliarvi di sostituirlo con del succo d’acero, perché non ho provato la ricetta variata, e quindi pazienza. Probabilmente diventeremo fisicamente invulnerabili al cianuro allenandoci coi veleni quotidiani.

Dove ero rimasta? Ah sì, alle uova sbattute, come quelle che mi portava mio padre al letto per colazione quand’ero bambina… Uh! Madeleine! Attivano la nostalgia, deve essere proprio una loro qualità. Bene:

  • aggiungete 80 grammi di burro fuso, un po’ di buccia d’arancia grattugiata, e unite lentamente, mescolando bene (mai col cucchiaio! Molto meglio la forchetta, oppure la frusta), la farina.
  • mettete il composto nello stampo tipico (oggi sono ottimi quelli in silicone), e infornate in forno già caldo a 180 gradi per dieci minuti. A fine cottura aspettate che si freddino. Poi mangiateli – ovvio –, ma mangiateli pensando alle distese di lavanda della Francia, alle sue coste, allo champagne, e al suo memorabile – uno dei suoi tanti memorabili – scrittore.

Ah, nota curiosa: nella prima stesura Proust non parla di madeleine, ma di pane tostato spalmato di miele. Se avesse lasciato questa versione ci avrebbe facilitato la vita in cucina…

Loredana Conti

La protesta del pane e pomodoro

Montalban, grande scrittore catalano, ispiratore di Camilleri, nei suoi romanzi ci delizia intelletto e palato (almeno quello immaginario) raccontandoci, tra un omicidio e l’altro, tra un’indagine e l’altra, cosa amano mangiare i suoi personaggi (il più famoso: Pepe Carvalho, un investigatore privato sui generis, fascinoso e comunista. Cinico. E ovviamente gourmet).

Ricette particolari, intriganti, alcune irrealizzabili qui in Italia per problemi di approvvigionamenti, tuttavia divertenti da leggere.

Si sa: chi sa scrivere rende affascinante anche il biglietto del tram.

Per la gioia di chi ama sperimentare in cucina seguendo le orme dei propri eroi, le ha raccolte in due libri: “Ricette immorali” e “Le ricette di Pepe Carvalho”.

Dal primo prendo l’osanna al pane e pomodoro:

“È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un passaggio fondamentale dell’alimentazione umana. Piatto peccaminoso per eccellenza perché comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a chiunque. Piatto peccaminoso in quanto può significare un’alternativa a tutto ciò che è trascendente, a tutto ciò che è pericolosamente trascendente, se diventa cultura della negazione.

Non fate la guerra ma pane e pomodoro.

Non votate per la destra ma mangiate pane e pomodoro.

No alla NATO e sì al pane e pomodoro.

Ovunque e sempre. Pane. Pomodoro. Olio. Sale.”

E cosa c’è di immorale in pane e pomodoro? Ma come! La protesta. La protesta contro l’omologazione. Contro la perdita dei valori semplici e immediatamente fruibili. La protesta contro il sentirsi obbligati all’appiattimento del gusto.

Perché a ben sentire, forse anche solo nelle sfumature di sapore, sarà improbabile mangiare un pane e pomodoro sempre identico a sé stesso.

Perché pane e pomodoro è fatto di cibo vivo, vibrante e ricco. Eppure è economicamente democratico.

E tutto questo oggi è immorale, dato che la moralità, o meglio: il moralismo imperante ci chiede di abbracciare cibo morto, firmato e soprattutto filmato nelle infinite trasmissioni televisive culinarie.

Se è vero, come dice il proverbio cinese, che “mangiare è uno dei quattro scopi della vita… quali siano gli altri tre, nessuno lo ha mai saputo”, allora imponiamoci di restituire vigore a ciò che inseriamo nel nostro corpo, visto che il fine principe del mangiare è tenerlo vivo.

Ed ecco la ricetta:

  • pane fatto con farine ricche, possibilmente biodinamiche e integrali, lievito madre, acqua di sorgente (e qui qualche indicazione ce la dà Maurizio De Giovanni, napoletano, anche lui esperto di cucina e mago della penna, che al pane dedica “Pane per i bastardi di Pizzofalcone”, in cui tiene a precisare che la qualità dell’acqua, per la sua buona riuscita, è fondamentale. Ma a Napoli l’acqua deve avere qualche molecola magica, perché a essa pure il caffè deve la sua fama – meritata – , almeno secondo voci di corridoio);
  • pomodori biologici coltivati in zone lontane dai territori più inquinati, possibilmente lontanissimi dalla Terra dei Fuochi, a milioni di km di distanza da quelli in cui avviene lo sfruttamento degli extra comunitari;
  • olio extra vergine d’oliva, puro, brillante come oro, con sfumature di smeraldo, denso e prezioso;
  • un pizzico di sale, marino, semplice, magari grosso, da macinare al momento dell’uso.

Vogliamo esagerare? Ma sì! Se dobbiamo essere immorali allora tanto vale esserlo in grande: sulla nostra meravigliosa fetta spolveriamo del basilico spezzettato con le dita, possibilmente coltivato sul nostro balcone.

E chiudiamo gli occhi al primo morso: riusciremo a percepire il sapore del sole. Molto immorale.

P.s.: Montalban, scomparso qualche anno fa (ahimè!, certo per lui, dato che non era molto anziano, e per me, dato che ho letto tutti i suoi libri ed è triste sapere che non ne avrò altri da leggere), per immorali intendeva altro, ma sono certa di trovarlo d’accordo sulla mia interpretazione aggiuntiva. Chi volesse sapere il suo intento, si compri il libro.

Loredana Conti