Perché leggiamo e la trigonometria (che è un pretesto…)

Periodicamente qualcuno sui social chiede: perché leggete?
Le risposte in genere sono molto diverse tra loro. Tra quelle che ho letto la più divertente (a mio parere, forse perché la condivido) è stata: per vizio.
Il vizio della lettura esiste, ne sono la prova vivente.
Io ho vere e proprie crisi d’astinenza quando per qualche motivo non posso leggere.
Sogno trame, immagino righe nere su fogli color avorio, mi sorprendo a compitare con attenzione qualsiasi cosa abbia l’aspetto di “parola scritta”, foss’anche una tavola trigonometrica di cui , poi realizzo, non ho capito una virgola. O un simbolo. Ma è scritta. Quindi è desiderabile, attraente, sirenica.
Tutti sintomi della dipendenza da sostanza stupefacente, no? E stupefacente, la lettura, lo è davvero.
Ma da dove nasce questo vizio? E qui mi aiutano le altre risposte: voglia di evadere dalla realtà, desiderio di rispecchiarsi in personaggi di fantasia, ricerca di verità alternative, ricerca di sé stessi, ricerca di qualcun altro.
Ricerca della bellezza. Della bellezza che abbellisce chi la incontra.
Ricerca di cultura reale, innovativa, eterna. Evolutiva.
Ma certo mai, nonostante la diffusa offerta, ricerca di sottocultura involutiva (e mi si perdoni la celia. O il sarcasmo. O il dispiacere).
E voi, perché leggete?

Loredana Conti

A volte è meglio la forchetta

Avete mai provato a far sciogliere in un liquido la polvere di cacao, di caffè, di orzo o di altre sostanze, con una forchetta invece che con un cucchiaio?

Se lo avete fatto avrete notato quanto sia più facile, più veloce, più efficace: la polvere gira attraverso i rebbi, ogni minuscolo granello si separa dai suoi fratelli e l’insieme diventa una perfetta bevanda saporita senza sorprese di grumi sgradevoli.

Farlo con il cucchiaio è più lungo e spesso meno definitivo (quante volte, dopo averlo usato, avete trovato coaguli densi sul suo bordo, o sul fondo del contenitore?).

Il cucchiaio va bene per la minestra, non per la miscelazione. Va bene per qualcosa di pronto, per qualcosa di già perfettamente amalgamato. Accoglie e raccoglie, non ha altre funzioni. Infatti, al contrario della forchetta, lo usiamo solo da un lato, quello concavo.

Bene, ma non desidero parlare di cucina. Desidero parlare di relazioni.

E allora: forchetta come metafora della conoscenza delle persone.

Più esattamente: della costruzione delle relazioni con le persone.

Accoglierle e viverle senza farle passare per il vaglio delle loro unicità, attraverso i “rebbi” del nostro ascolto attivo, aperto, libero, rischia di trasformarle in insiemi né uguali e né equipollenti, ma separati nel profondo, anche quando apparentemente congiunti.

Mischiati, ma non sufficientemente.

Unità a compartimenti stagni.

Lasciar fluire invece gli aspetti singoli delle persone con cui ci relazioniamo, pur non perdendo di vista la loro interezza, manifesta e non, sforzandoci a conoscere senza pregiudizi i loro pensieri più segreti, i loro sogni più arditi, le loro aspirazioni più nascoste, ci aiuta a trovare quegli incastri, quelle armonie, quelle affinità che consentono un’ottima cioccolata calda, senza la sorpresa sgradevole di un grumo amaro.

Loredana Conti

Solo mai solo

Avete mai pensato a quanto sia solitario essere lettori? Ci si immerge in mondi sempre diversi e con compagnie non sempre raccomandabili. Sì, parlo dei lettori di thriller, gialli, horror e devo aggiungere anche fantascienza, poiché Orwell a me fece terrore.

Leggendo si viaggia, si studia, si cresce e si impara, ma si rimane soli.

Questo prezioso angolo di solitudine dovrebbe essere conservato come fosse un tesoro dal valore inestimabile.

Provate ad analizzare la vostra quotidianità: di corsa, tra le gente a parlare di lavoro o di altra gente; al telefono a parlare.

Si comunica con tutti, ci si può anche confrontare e misurare, si cresce anche così. Tuttavia per fare nostro tutto quel vociare, dobbiamo avere il tempo di farlo maturare.

Quando una mente indaffarata si ferma tra le pagine di un libro, respira.

Tutto ciò che è stato può riposare, sedimentare, volare via. Se il contenuto del libro intrattiene il nostro spirito, il tempo a esso dedicato permette a noi stessi di crescere.

La lettura non ci rende solo più colti, ma anche più consapevoli.

Indirettamente o direttamente.

A voi la scelta.

Giorgia

Arriva prima la parola o l’immagine?

Arriva prima la parola o l’immagine?

Me lo chiedo spesso, mentre scrivo. Non riesco a trovare una risposta di senso compiuto.

Perché?

Perché, come in aritmetica, anche se cambio l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.
Ci sono giorni in cui resto aggrappata a un’immagine, a una situazione che la mia mente blocca: un fermo immagine o un semplice scatto fotografico, e le parole fluiscono di conseguenza seguendo i contorni, identificando i colori e cogliendo le sfumature emotive da essa scatenate.

Cosa diventano allora quelle parole?

Diventano scrittura.

Se dietro alla scrittura ci sono anche lo studio, la cultura e la passione, si crea letteratura. O per lo meno la base per diventarlo.

All’inverso, invece?

Quando sono le parole a uscire  per prime in cerca della giusta immagine da legare a sé. Quando sembrano voler dipingere un quadro o immortalare un istante o disegnare un sogno.

In quel caso la scrittura diventa arte e con essa sublima la bellezza stessa della parte inconscia dell’uomo. L’animo ha un linguaggio proprio per comunicare al mondo e con il mondo, e per farlo utilizza i canali terreni, pratici che servono alla nostra parte mortale per comprendere l’immortalità.

L’animo umano mescola il verbo, il tatto, la vista, l’udito e il gusto per creare arte, bellezza ed eternità.

La musica, la scrittura, la cucina, la pittura e la scultura sono espressioni che l’essere vivente dotato di intelletto può comprendere; se abilmente mescolate riescono ad arrivare alla sfera meno tangibile e più profonda.

Attraverso questo linguaggio non descrivibile, ma vivibile, possiamo comunicare tra noi, con noi e per sempre.

Le barriere spazio-temporali vengono abbattute, le limitazioni intellettive disgregate, le emozioni condivise, i respiri sincronizzati e le diversità… annullate.

Io non arrivo a tanto, ma ho scoperto talenti che riescono a raggiungere un livello così elevato senza nemmeno rendersene conto. Sono armi potenti per diffondere qualcosa di buono che potrebbe corrodere il brutto, il male e l’odio. Tutto ciò che divora e annienta l’essere umano.

Sono menti sovversive che dilatano i secondi e carpiscono emozioni solo per farle brillare, e quella luce illumina anche il buio, quel bello sana il marcio e la vita diventa un sogno realizzato e non più un’idea incastrata tra pensieri ridondanti e ripetitivi.

Quindi, cari lettori, guardatevi attorno. Anche nel cemento può nascondersi un piccolo seme portato dal vento.

E quel seme potrebbe diventare un bellissimo albero secolare.

Giorgia Golfettogerm-59159

La bellezza ci salverà

Ho deciso di intitolare così il primo articolo “ufficiale” di questo blog. È un onore scrivere qui, è un onore scrivere, scrivere parole, parole, parlare parole. È pieno il mondo di scrittori – volevo dire “gente che scrive”-, è pieno il mondo di parole e che fare quando queste sono troppe? Tante volte sono troppe: quando non dicono niente, quando dicono ma non fanno, quando dicono, fanno, ma fanno male.

La bellezza ci salverà. Ogni tanto scrivo questo pensiero nei miei aforismi, a volte lo spero e di rado ci credo. Tuttavia non può essere diversamente, il finale deve essere questo per il semplice motivo che, se non sarà la bellezza a salvarci, chi lo farà? No, non rispondete. La domanda è retorica e la retorica a poco serve.

Ci sono tanti modi per intendere la bellezza. Il tramonto aranciato e poi subito viola e gli azzurri, tanti azzurri irreali, come immaginarli senza vederli? Il taglio definitivo dell’orizzonte, il sole che non è sole, ma animo di bruciante fulgore; fermate il tempo, fermate il sole, i colori ora, per sempre… E poi un fiore, cos’è un fiore nella complessità del mondo: sfumature di giallo infinite, tante parole ma non abbastanza per descrivere il giallo di un fiore che è un po’ bianco e un po’ respiro, lo guardo, morbidi petali che racchiudono un mondo complesso… E poi ancora, un bambino che gioca, le palpebre socchiuse dell’amata, il mormorio del silenzio, la luce nel cielo di notte, il riflesso di giada nell’occhio del gatto che ronfa…

C’è bellezza nel mondo e noi siamo il mondo. Le parole aprono orizzonti ma non bastano per creare tramonti. Per immaginare tramonti è necessario capire le parole. Per vedere bellezza serve saper guardare. Al tramonto la bellezza resta indifferente, al gatto non importa dei riflessi misteriosi della giada attraversata dalla luce, al fiore non interessa delle sue infinite sfumature di giallo per le quali non sono state ancora inventate le parole e alle parole non serve essere poesia. Solo noi possiamo vedere bellezza, leggere bellezza, sentire bellezza ed è solo quando essa viene vista o letta o sentita, che diventa bellezza.

Apriamo i sensi, allora! Troviamo la bellezza, perché lei ci salverà.

Annabelle Lee

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