Eroine Silenziose

Eroine. Donne che hanno, in qualche modo, mutato il corso degli eventi.

Pittrici che hanno lottato per essere riconosciute e, anche se non ce l’hanno fatta, non hanno smesso di credere in ciò che facevano. Artemisia Gentileschi, una delle tante.

Scrittrici costrette a scrivere sotto pseudonimo maschile solo per riuscire a farsi leggere. Scartate a priori se qualcuno avesse pensato che dietro a cotanto talento ci fosse stata una donna. Harper Lee, le sorelle Brönte e molte altre.

Ingegneri e scienziate specializzate nei ranghi più disparati, che hanno decriptato codici, dato vita a nuove tecnologie, scoperto e sviluppato teorie e teoremi tutt’oggi noti, salvato vite, studiato virus e relative cure. Rita Levi Montalcini, chi non la ricorda?

Insegnanti, studiose di ogni genere, operaie, mamme, medici.

Donne che hanno cambiato la storia, che sono arrivate a noi, che con le loro lotte si sono distinte.

Ci sono anche altre donne.

Eroine silenziose, che hanno salvato vite, cambiato il corso degli eventi e che hanno dimostrato, ancora una volta, la forza insita in un qualcuno che il mondo ha relegato in un angolo etichettando il contenitore: femmina, sesso debole…

Nessuno le conosce.

Qualche nome emerge a seguito di ricerche estenuanti.

Eppure sono importanti.

Come la donna che salvò un luminare dai rastrellamenti tedeschi, permettendogli di essere il padre del Centro Grandi Ustionati e uno dei fondatori del CTO (Centro traumatologico Ortopedico).

Come la madre che donò midollo osseo e un rene per salvare il figlio.

Come la donna che lottò per i diritti delle lavoratrici.

Come ognuna di voi, che ogni giorno combatte, ogni giorno tenta di vincere una guerra contro i pregiudizi, le mentalità sempre troppo antiche e le esigenze di un mondo che senza di lei diverrebbe vecchio e morente, ma con lei non sa come esistere.

Giorgia

Festa delle donne

Le speculazioni sulla nascita della ricorrenza delle mimose sono molte: si va da roghi a repressioni militari, eventi decisamente cruenti insomma, come se le battaglie, anche pacifiche, per la parità dei diritti non fossero di per sé meritevoli di essere ricordate.

Sì, certamente si alzeranno le solite polemiche sulla necessità di festeggiare la donna tutti i giorni, e così la mamma, il papà, i nonni, e quindi anche i compleanni, il Natale, la Pasqua e via discorrendo.

Ma perché invece non trovare, di volta in volta, l’occasione gradita per riflettere, festeggiare e anche verificare progressi ed eventuali miglioramenti da fare?

Intanto ripercorriamo la vera storia della festa: la consacrazione si è avuta l’8 Marzo del 1917, quando le donne in Russia marciarono contro la guerra e contro lo Zar, chiedendo pane e pace. Dopo quattro giorni cadde il governo contestato e fu concesso alle russe il diritto al voto.

Prima di allora furono molte le situazioni che determinarono una sostanziale attenzione verso le giuste recriminazioni femminili: si parte dal 28 Febbraio del 1909 a New York, con la dichiarazione della Giornata della Donna da parte del partito socialista, a memento dello sciopero delle lavoratrici tessili avvenuto nel 1908, sciopero ad alta adesione dichiarato per contestare le condizioni di lavoro carenti sia dal punto di vista igienico che di sicurezza.

Nel 1910 in diversi Paesi europei le donne si organizzarono in raduni e marce per ottenere parità sul lavoro e diritto al voto. Nello stesso anno, all’Internazionale socialista di Copenaghen, fu dichiarata una Giornata Internazionale della Donna.

Molto, moltissimo si è fatto, e qui festeggiamo. Molto, moltissimo c’è da fare, e allora riflettiamo.

La reale parità di diritti ancora non è stata raggiunta. Resistono diffidenze sulla capacità dell’intelletto femminile, con le sue caratteristiche peculiari, di essere efficace quanto quello maschile.

E forse non è nemmeno quello il dubbio su cui il potere (a tutti i livelli: dai capifabbrica ai governanti) basa la giustificazione della discriminazione.

Probabilmente il dubbio è sulla coesistenza efficiente nella donna di più ruoli: studiosa, madre, lavoratrice, organizzatrice.

Ma ci si chiede allora cosa l’uomo (quegli uomini) si aspetti da sé stesso e di cosa si accontenti per sé stesso: una personalità monotematica? Una unilaterale capacità esistenziale?

Gli uomini che non si fidano delle donne, sono davvero così basici? Così inetti? Così ciechi?

Forse alla base reale delle discriminazioni di genere c’è la paura: la paura del confronto con una intelligenza che abbraccia più esigenze contemporaneamente, rivelatrice in potenza dell’altrui incapacità di fare altrettanto.

La paura, certo.

La paura della perdita di un potere millenario basato su manipolazioni e falsità.

La prima tra tutte: la famosissima storia della nascita di Eva dalla costola di Adamo. Balle. Seri studi sull’antico ebraico hanno dichiarato che la parola tzela, tradotta per secoli con costola, significa lato. Eva e Adamo sono nati l’una a fianco dell’altro. Alla stessa altezza, con la stessa importanza, con lo stesso dovere: realizzare l’Uomo, femmina e maschio.

Ma ci consoli il pensiero che queste sacche di resistenza verso il riconoscimento della donna come elemento fondamentale di una civiltà davvero illuminata, sono sempre meno ampie. Lo dimostra la profonda indignazione maschile verso gli episodi di violenza di genere.

E piuttosto: tra noi donne sviluppiamo fiducia.

Ecco, qui facciamo un reale mea culpa, e osserviamoci con obiettività: siamo certe che quando dobbiamo affidare qualcosa di importante a un altro, usiamo lo stesso metro verso un uomo e una donna mentre ne valutiamo la competenza? Scegliamo con serenità un avvocato donna? Un medico donna? Un manager donna?

Rispondiamo con sincerità e se la risposta è sì allora regaliamoci senza ipocrisia un mazzetto di mimosa. Altrimenti rimandiamo di un anno e nel frattempo meritiamolo.

Loredana Conti