Le famose sconosciute. Berthe Morisot

Impressioni di una impressionista

Ci sono troppe donne importanti dimenticate.
Ci sono troppe donne famose di cui conosciamo davvero poco.
Ci sono troppe donne che, tutt’oggi, lottano per essere considerate. Non alla pari di un uomo. Che c’entra?
Alla pari del loro talento, intuito, genio.
A chi importerà mai se tal dei tali è una tal dei tali.

Suvvia, smettiamola.

Donna, uomo, bambino prodigio.
Vi importa davvero sapere se lei è un lui o se lui è una lei?
Al giorno d’oggi bisognerebbe essere andati oltre, no?
Ma veniamo a noi.

Avete mai sentito parlare di Édouard Manet?
Immagino che a tutti siano note le sue opere e il suo importante contributo all’Impressionismo.
Non tutti, però, conoscono Berthe Morisot.

Lei è una pittrice impressionista di grandissimo rilievo, amica “intima” del succitato Manet.
La vostra mente starà già pensando a quanto intima, a cosa significhi intima e a cosa accadde ai due.
Mi dispiace, ma non mi interessa parlare di un probabile legame extraconiugale di un pittore defunto e già famoso.
Lei, tuttavia, merita di essere ricordata come una delle pochissime pittrici impressioniste. O pittrici in generale.

La Morisot nacque a Burges nel 1841. Per chi non lo sapesse Burges è sita in Francia e il 1841 non prevedeva che le donne si occupassero d’altro se non della famiglia, della casa, dei figli e di tutti quegli aspetti che non interessavano l’uomo. O all’uomo.

Lei voleva dipingere. Punto.
E dipinse.

Non potendo entrare in una scuola imparò rubando con gli occhi, memorizzando attraverso le altrui parole e affidandosi al lavoro. Dipingeva, dipingeva e dipingeva. Si recava al Louvre e realizzava copie di opere famose.

Finché non si annoiò.
Soliti metodi, soliti quadri, soliti schemi.
Era tutto troppo convenzionale.
Così tramite l’amico dell’amico dell’amico, venne introdotta alla pittura en plein air.

Fantastico!

Stile leggero, aria aperta, sguardo che si perdeva fino all’orizzonte e oltre, luce e colori unici.
Poteva finalmente respirare e sentirsi parte di un tutto.
Un tutto che non ammetteva che le donne potessero trastullarsi a dipingere e a perdere tempo.


In una villa in riva al mare 1874 Olio su tela

Suvvia, una donna ha degli obblighi, un’immagine da proteggere.

E poi, davvero? Lei voleva stare lì con pennelli e tela a trascorrere le ore felici quando avrebbe dovuto sposarsi, partorire una serie di marmocchi e far fare bella figura al marito?
Rientrò. Smise di guardare come i raggi di un sole nascente trasformino il paesaggio in poesia.

Smise di catturare quella luce e farla divenire colore, impressione su tela, storia.
Dovette stare in casa. Basta scampagnate libertine e filosofiche riunioni di pittori.
Quattro mura e molti doveri.


La culla 1872 Olio su tela

Pensate che questo l’avesse fermata?
Non mi sembra.
Mutò il concetto. Trovò il modo di vivere se stessa e il suo essere anche se rinchiusa ostacolata e derisa.
Questo le valse la stima di Manet e di molti altri. Lui, in ogni caso, le dedicò ben undici tele. Non una. Non due.

Forse era innamorato, o forse solo estasiato dalla tenacia e dal talento di questa donna.
Si sarà persa un pezzo di vita, la possibilità di stare con chi amava, ma non smise mai di essere ciò che era. Se stessa.

Giorgia Golfetto

La protesta del pane e pomodoro

Montalban, grande scrittore catalano, ispiratore di Camilleri, nei suoi romanzi ci delizia intelletto e palato (almeno quello immaginario) raccontandoci, tra un omicidio e l’altro, tra un’indagine e l’altra, cosa amano mangiare i suoi personaggi (il più famoso: Pepe Carvalho, un investigatore privato sui generis, fascinoso e comunista. Cinico. E ovviamente gourmet).

Ricette particolari, intriganti, alcune irrealizzabili qui in Italia per problemi di approvvigionamenti, tuttavia divertenti da leggere.

Si sa: chi sa scrivere rende affascinante anche il biglietto del tram.

Per la gioia di chi ama sperimentare in cucina seguendo le orme dei propri eroi, le ha raccolte in due libri: “Ricette immorali” e “Le ricette di Pepe Carvalho”.

Dal primo prendo l’osanna al pane e pomodoro:

“È indispensabile che tutti gli esseri e tutti i popoli saggi della terra capiscano che pane e pomodoro è un passaggio fondamentale dell’alimentazione umana. Piatto peccaminoso per eccellenza perché comprende e semplifica il peccato rendendolo accessibile a chiunque. Piatto peccaminoso in quanto può significare un’alternativa a tutto ciò che è trascendente, a tutto ciò che è pericolosamente trascendente, se diventa cultura della negazione.

Non fate la guerra ma pane e pomodoro.

Non votate per la destra ma mangiate pane e pomodoro.

No alla NATO e sì al pane e pomodoro.

Ovunque e sempre. Pane. Pomodoro. Olio. Sale.”

E cosa c’è di immorale in pane e pomodoro? Ma come! La protesta. La protesta contro l’omologazione. Contro la perdita dei valori semplici e immediatamente fruibili. La protesta contro il sentirsi obbligati all’appiattimento del gusto.

Perché a ben sentire, forse anche solo nelle sfumature di sapore, sarà improbabile mangiare un pane e pomodoro sempre identico a sé stesso.

Perché pane e pomodoro è fatto di cibo vivo, vibrante e ricco. Eppure è economicamente democratico.

E tutto questo oggi è immorale, dato che la moralità, o meglio: il moralismo imperante ci chiede di abbracciare cibo morto, firmato e soprattutto filmato nelle infinite trasmissioni televisive culinarie.

Se è vero, come dice il proverbio cinese, che “mangiare è uno dei quattro scopi della vita… quali siano gli altri tre, nessuno lo ha mai saputo”, allora imponiamoci di restituire vigore a ciò che inseriamo nel nostro corpo, visto che il fine principe del mangiare è tenerlo vivo.

Ed ecco la ricetta:

  • pane fatto con farine ricche, possibilmente biodinamiche e integrali, lievito madre, acqua di sorgente (e qui qualche indicazione ce la dà Maurizio De Giovanni, napoletano, anche lui esperto di cucina e mago della penna, che al pane dedica “Pane per i bastardi di Pizzofalcone”, in cui tiene a precisare che la qualità dell’acqua, per la sua buona riuscita, è fondamentale. Ma a Napoli l’acqua deve avere qualche molecola magica, perché a essa pure il caffè deve la sua fama – meritata – , almeno secondo voci di corridoio);
  • pomodori biologici coltivati in zone lontane dai territori più inquinati, possibilmente lontanissimi dalla Terra dei Fuochi, a milioni di km di distanza da quelli in cui avviene lo sfruttamento degli extra comunitari;
  • olio extra vergine d’oliva, puro, brillante come oro, con sfumature di smeraldo, denso e prezioso;
  • un pizzico di sale, marino, semplice, magari grosso, da macinare al momento dell’uso.

Vogliamo esagerare? Ma sì! Se dobbiamo essere immorali allora tanto vale esserlo in grande: sulla nostra meravigliosa fetta spolveriamo del basilico spezzettato con le dita, possibilmente coltivato sul nostro balcone.

E chiudiamo gli occhi al primo morso: riusciremo a percepire il sapore del sole. Molto immorale.

P.s.: Montalban, scomparso qualche anno fa (ahimè!, certo per lui, dato che non era molto anziano, e per me, dato che ho letto tutti i suoi libri ed è triste sapere che non ne avrò altri da leggere), per immorali intendeva altro, ma sono certa di trovarlo d’accordo sulla mia interpretazione aggiuntiva. Chi volesse sapere il suo intento, si compri il libro.

Loredana Conti

Le famose sconosciute. Sofonisba Anguissola

Questo è il racconto quasi felice di una delle prime donne famose nella storia dell’arte. Sofonisba Anguissola – la pittrice che ha quasi vinto i pregiudizi dell’epoca, elevandosi quasi al di sopra dei colleghi maschi.

Troppi quasi, dite? Lo so, ma siamo nel ‘500, essere donna è quasi una sfortuna.

Sofonisba Anguissola. Già il nome è bellissimo. Prima di sette figli (di cui un maschio) di Amilcare Anguissola e Bianca Ponzoni – entrambi di nobili famiglie di Cremona -, Sofonisba ebbe da piccola la possibilità di studiare letteratura, pittura e musica, grazie a un padre amante dell’arte e disegnatore dilettante. Lui andrò contro corrente, facendo studiare le figlie, e tutte ebbero discreti risultati in campo artistico, dimostrando ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – l’importanza della famiglia nell’educazione dei figli.

Sofonisba invece si distinse da subito per le sue capacità pittoriche, continuò la formazione prima presso l’importante pittore Bernardino Campi, della scuola del Manierismo italiano e poi presso Bernardino Gatti (inflazione di nomi, a quanto pare). Tuttavia alla talentuosa artista fu negato lo studio della matematica, della prospettiva e dell’affresco, materie associate esclusivamente alle capacità maschili. Queste proibizioni obbligarono quindi Sofonisba a limitare la sua intera attività creativa a un unico genere pittorico: quello ritrattistico.


            Autoritratto 1556 Olio su tela

Un altro ruolo decisivo che il padre ebbe nella vita di Sofonisba, un ruolo molto attuale e che va moltissimo di moda oggi, fu quello di promotore. Più di cinquecento anni fa, Amilcare aveva capito l’importanza di promuovere il talento della figlia e lo fece con tutti i mezzi che aveva a disposizione. Che non erano pochi ( a differenza di quelli del padre di Artemisia Gentileschi, altro talento femminile indiscusso che arrivò poco dopo. Ma di questo parleremmo un’altra volta).

All’epoca, Cremona, di dominazione spagnola, era la seconda città dello Stato di Milano per richezza e importanza e il padre non esitò a parlare del talento della figlia a tutti quelli che conosceva – si conservano ancora le lettere in cui promuoveva Sofonisba al grande Leonardo. A differenza di quello che spesso accade ai giorni nostri, il talento di Sofonisba era vero e tutti ci misero poco per capirlo.


              Partita a scacchi 1555 Olio su tela

Persino il Vasari, dopo aver visto i ritratti di famiglia in casa Anguissola, notò la straordinaria somiglianza dei volti delle sorelle in “Partita di scacchi”, annotando in seguito:

“…tanto ben fatti che pare che spirino e siano vivissimi.”

Ma non fu solo la capacità di riprodurre i volti con fedeltà a far conoscere Sofonisba nel mondo dell’arte. Lei introdusse nuovi elementi nel ritratto, elementi che trasformarono la ritrattistica in pittura di genere: non si trattava più solo di dipingere la persona, ma la sua storia, i segreti che celava il suo volto, gli stati d’animo. La minuzia descrittiva con cui dipingeva elementi correlati alla figura ritratta – come un libro aperto, un medaglione – dava modo allo spettatore di percepire la personalità stessa del personaggio. Allo stesso tempo, Sofonisba dedicò molto tempo allo studio delle espressioni facciali come il riso e il pianto, espressioni poco utilizzate all’epoca nella ritrattistica.

Conosciuta nelle corti italiane ed europee, Sofonisba andò a Madrid dove conquistò i sovrani di Spagna grazie ai ritratti di Isabella di Valois e Filippo II che, impressionato dal suo talento, la ricompensò con una rendita annua di 200 scudi. A Madrid restò a lungo nelle grazie dei sovrani, facendosi riconoscere anche per le sue doti umane prendendosi cura delle figlie di Isabella dopo la morte di lei. Filippo le cercò persino marito per trattenerla più a lungo in Spagna, ma lei scelse invece Fabrizio Moncada, fratello del viceré di Sicilia, che sposò, trasferendosi a Palermo.

Cinque anni più tardi, il marito morì annegato in un attacco piratesco a Capri. Sofonisba gli rese omaggio dipingendo “Madonna dell’Itria” a cui il casato Moncada era molto devoto, una pala d’altare per la chiesa dell’Annunziata a Paternò. Si risposò un anno dopo, contro tutti e tutto, con Orazio Lomellini, un nobile conosciuto in un viaggio via mare per Genova.

Visse con lui a Genova per oltre trent’anni, ritraendo con grazia le famiglie aristocratiche della città e continuando a migliorare la sua tecnica ritrattista. Sempre più debole di vista, si ritirò col marito a Palermo, dove morì, ultranovantenne. Fu sepolta nella chiesa di S. Giorgio.

Prima di morire, ricevette la visita di un ammirato Van Dyke che la ritrasse in uno schizzo (oggi al British Museum), scrivendo poi di lei:

“Ho ricevuto maggiori lumi da una donna cieca che dallo studiare le opere dei più insigni maestri.”

Anton Van DyckRitratto di Sofonisba Anguissola 1624 Olio su tela

Nota Bene: Nonostante i vari apprezzamenti e il riconoscimento generale in quanto pittrice, in tutta la sua lunga carriera artistica, Sofonisba Anguissola non fu mai pagata in contanti. Doni e rendite sono state le uniche cose che ricevette direttamente, tutti i pagamenti documentati furono invece intestati ad Amilcare Anguissola prima e ad Asdrubale Anguissola – il fratello – poi.

Annabelle Lee