Il piatto che mise d’accordo suocera e nuora

“Se vuoi osservare la tua interiorità, guarda la montagna. Se vuoi osservare il mondo, guarda il mare.”

D’accordo, d’accordo: l’ho inventato io. In verità c’è un detto forse zen (purtroppo proprio non ricordo) che dice, riassumendo, che se vuoi la pace sali su una montagna, ma se vuoi la saggezza naviga il mare.

Mare o montagna?

Ma perché scegliere, dico io, quando si può avere entrambi in uno dei piatti più celebrati dal commissario “Montalbano sono”?

La pasta con le sarde.

Una poesia (non per le sarde…), un profumo senza eguali, una commistione di sapori che si fondono armoniosamente, fino a diventare una melodia seducente per il palato, ma pure per il pensiero.

Dato che per il mare non avrete avuto difficoltà a collegare ricetta e luogo, immagino che qualcuno la domanda “che c’entra la montagna” se la sia fatta.

Bene: tra gli ingredienti c’è il finocchietto montanaro, che, utilizzato insieme a pecorino, aglio, pinoli e mandorle, produce uno dei pesti più buoni che si possano immaginare (assaporato a bocca aperta dallo stupore in un ristorante all’isola di Vulcano, quasi dimenticavo di continuare a masticare la pasta che ne era condita) .

Tuttavia la ricetta viene benissimo anche se il finocchietto la montagna si limita a osservarla (rafforzandosi interiormente), l’importante è che sia selvatico. In verità non so se ne esista uno addomesticato.

Finocchietto e sarda… perché? Per il solito buon senso che guidava la praticità delle persone quando ancora non esistevano rimedi tecnologici per la conservazione del cibo: l’erba serviva a coprire l’olezzo del pesce, che se non cucinato appena pescato tendeva a divenire lezzo.

Io non ho mai preparato questo piatto fantastico, perché mia suocera era palermitana e sono certa che mi direi senza sollecitazione da parte di mio marito “come lo faceva lei, non lo fa nessuno”, ma lo ricordo: saporito, pastoso, evocativo. Gusto, consistenza, mare.

Se non fossimo andate d’accordo per altri motivi, ed erano tanti, il primo la sua intelligenza, questo piatto sarebbe bastato a renderci suocera e nuora fuori da qualsiasi stereotipo conosciuto.

Quando lo cucinava la amavo un po’ di più. Certo: non che il mio amore diminuisse davanti ai suoi cannoli… piatti da assaporare con devozione e lacrima di commozione.

E comprendo benissimo il nostro commissario più famoso quando impreca nominando cabbasisi e camurria tutte le volte che viene disturbato durante la degustazione di questo concerto di sapori. A dir la verità, lui si inalbera sempre quando non riesce a compiere il rito del pasto nel suo modo più che condivisibile: in silenzio. Lui e il cibo. Con avidità, a volte anche con rozzezza, ma con quel rispetto nel cuore che tendiamo troppo spesso a perdere di fronte ai doni che riceviamo, come quello di poterci sedere a tavola tutti i giorni.

Chi non teme confronti con figure straordinarie come Concetta (la mia eccezionale suocera, e non sono ironica), si cimenti nella preparazione, e se ha buon cuore mi inviti.

Ah! Salvo Montalbano suggerisce di accompagnare la pasta con il Corvo bianco (in realtà è una frase ascoltata su un episodio televisivo. Non ricordo di averlo mai letto sui libri, ma potrei sbagliare). Io direi che è un piatto che non verrebbe tradito da uno Zibibbo secco. Comunque con un uvaggio misto Catarratto e Sauvignon non sbaglierete di certo.

Cosa serve oltre alle sarde – freschissime! Non lasciatevi tentare dall’occultamento olfattivo del finocchietto, lasciandole in frigo un giorno di troppo – e all’erba selvatica, nella versione palermitana (ce ne sono diverse)?

Pinoli, cipolla, olio extra vergine d’oliva, uvetta sultanina, alici sott’olio, zafferano, vino bianco, pangrattato, sale e pepe.

Per prima cosa eliminate dal mazzetto di finocchietto le parti più dure e lessatelo in acqua già bollente e salata. Toglietelo una volta cotto, ma non buttate l’acqua (servirà per lessare la pasta). Tritatelo. Siamo nel terzo millennio: andrà bene anche un mixer.

Pulite le sarde (una chilata, voce di Adelina, la fida tuttofare di Montalbano), diliscatele, togliendo testa, pinna dorsale e tutte le spine. L’operazione è più facile con le sarde piccole.

Tritate una cipolla e soffriggetela in una padella capiente (servirà per mantecare la pasta); appena imbiondita aggiungete sei acciughe, e lasciatele sciogliere mescolandole con un cucchiaio di legno (va bene pure di silicone. Non accetto strali).

Raggiunto un ragionevole stadio di crema, unite l’uvetta, i pinoli, qualche cucchiaio di acqua di cottura dei finocchietti e lo zafferano, e dopo un minuto il trito di finocchietto.

Cuocete qualche minuto a fiamma bassa, magari aggiungendo altra acqua dei finocchietti, e quando la cipolla sarà cotta, finalmente – era ora – aggiungete le sarde intere e il vino bianco, che lascerete sfumare. Se vi sembra opportuno aggiungete un po’ d’olio.

Basteranno altri cinque minuti di cottura per completare, con una macinatina di pepe, la preparazione. O quasi, perché il tocco d’artista è il pangrattato – qualche cucchiaio – fatto abbrustolire in un padellino con un po’ d’olio EVO, sale e un pizzico di zucchero , che una volta raggiunto un colore brunito, ma non troppo, sarà pronto per essere spolverato sulla pasta, direttamente nei piatti di ognuno.

La pasta, già. Cosa preferite? Io i bucatini. Ricordatevi di toglierli molto al dente, perché l’ultimo passaggio sarà nella padella che contiene quel bendidio, per una mantecata veloce veloce, a fuoco alto.

Attenzione (quella che ci vuole in cucina, sempre, anche quando si sta preparando pane e formaggio): la pasta va mangiata tiepida, qualcuno addirittura la gradisce fredda, quindi deve riposare qualche minuto, ma non lasciatela nella padella! Trasferitela in un contenitore che non è stato sul fuoco, altrimenti rischiate di mangiare la pasta scotta.

E se succedesse: chi se la sentirebbe mia suocera dall’alto dei cieli?

Loredana Conti

La responsabilità dello scrittore

“La metà di ciò che scriviamo è dannosa, l’altra metà è inutile.

Henry Becque

La responsabilità dello scrittore – oggi

Cos’è questa storia? Non v’inventate niente, lo scrittore è già sovraccarico d’impegni, oberato di scadenze, stressato dall’editore, non ha bisogno d’altro, grazie.

Lo scrittore è impegnato a scrivere. Quando non ha il blocco dello scrittore, il gomito del tennista, o qualsiasi altra patologia da scrittore che gli impedisca di farlo.

Lui deve trovare nomi ai personaggi, deve trovare i personaggi, deve costruire una storia, darle un minimo di senso, oppure no, ma comunque una storia la deve buttare giù… O forse è alternativo, scrive cose senza storia, va bene lo stesso, l’avant-garde ha il suo perché, non restiamo fossilizzati in stili antiquati in cui tutto deve avere un inizio e una fine. Insomma, lasciamolo scrivere, creare.

“Lo scrittore scrive perché, in un mondo in cui la libertà è costantemente minacciata, si assume il compito di ribadire l’affermazione della libertà.”

Era Jean-Paul Sartre a dirlo in un opera ben più seria di questo articolo, intitolata “Le responsabilità dello scrittore”. Ah, la poca originalità è uno dei moltissimi problemi che affliggono lo scrittore prima di diventare scrittore, ma ne riparleremo un’altra volta. Promesso.

Ebbene, inutile girarci tanto intorno: lo scrittore ha la responsabilità delle sue azioni che, nel nostro caso, sono i suoi libri. O quello che scrive, insomma.

Non basta mettere parole in fila e credere di aver espresso il sentimento universale, non basta la rima per fare una poesia e neanche un libro per fare letteratura. Va bene, apprezziamo lo sforzo, grazie. Ma per scrivere serve ben altro. E anche parte di questo vasto “altro” è responsabilità dello scrittore.

La scrittura è come la semina: determina il futuro. Quel germogliare di pensieri che spuntano dalle pagine nutrirà le menti, disseterà le bocche aride di sapere fino a trasformare semplici esseri in sapiens consapevoli. Ecco quindi la grandissima responsabilità dello scrittore: lui influisce su quello che siamo.

Joseph Conrad lo sapeva, e se ne lavava le mani:

“Si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore.”

Aveva troppe aspettative, sia chiaro. Il lettore ha anch’esso delle responsabilità: le scelte di lettura, l’interpretazione del testo, l’applicazione degli insegnamenti nella vita reale, ma quello che non gli si può imputare è la responsabilità di quello che sta leggendo.

Nel testo di lettura, romanzo, opera, poesia, dentro al libro insomma – ecco dove si cela la vera responsabilità. Le parole scritte sono il fardello dello scrittore. Esse contengono la sua essenza, le sue motivazioni più intime. Ma cosa ce ne facciamo di altre motivazioni, di altre essenze, di altri io quando abbiamo già i propri da gestire?

Non è nel racconto dei propri guai che sta il genio dello scrittore, ma nel trasmetterci un messaggio attraverso di esso. Quale messaggio? Questo sta a noi capirlo, ecco cosa intendeva Conrad poc’anzi. Ma il messaggio ci deve essere.

Emancipazione. Crescita. Orizzonti spalancati. Filosofia. Morale. Bellezza, persino fino a se stessa, la bellezza non necessita d’altro. Coraggio. Domande. Risposte.

“Scrivere bene significa quasi pensare bene, e da qui ci vuole poco ad arrivare ad agire bene. Ogni costumatezza, ogni perfezionamento morale proviene dallo spirito della letteratura.”

“Lo spirito della letteratura” – che nobili parole usava Thomas Mann nel descrivere gli effetti della scrittura! Perché è di letteratura che parliamo quando definiamo qualcuno come scrittore, anche se oggi c’è molta confusione nell’usare questi termini. No, non tutti i libri sono letteratura e no, non tutti quelli che scrivono sono scrittori.

“Quando uno non riesce in nessun’altra cosa, di solito si mette a scrivere.”

William Somerset Maugham

Il compito della letteratura è di migliorare la società. Il compito dello scrittore è di migliorare la letteratura.
Guardiamoci dentro. Leggiamo meglio. E, soprattutto, scriviamo meglio!

Annabelle Lee

Madeleine, ovvero: la nostalgia che fa ingrassare

La nostalgia ha un sapore spesso dolce come il suo più famoso richiamo letterario: la madeleine proustiana.

È dolce perché legata a un momento in cui la nostra interiorità si è sciolta, come cioccolata all’interno di un tortino appena sfornato. E ci fa sorridere e al contempo intristire, come un ottimo liquore di ciliegia (l’alcool dolce è un compagno infido: ci apre al sorriso e al pianto).

La nostalgia… basta davvero un morso a risvegliarla: un sapore, gustato in un momento di gioia antica, restituisce quella letizia. O quella placida serenità. O quell’emozione intensa (non proprio quella. Ne parlerò).

A un primo istante non ci sovviene il motivo del sentimento che ci allarga il cuore.

Quel sapore, o quell’odore ci fanno affacciare su uno sfuggente desiderio. Su un non chiaro senso di deja vu.

E non serve riassaporare, riannusare: l’impressione perde di intensità, addirittura si allontana.

Così come quando ci incaponiamo nel trovare un nome che abbiamo sulla punta della lingua: non arriverà. Lo farà in piena notte magari, svegliandoci. O mentre stiamo chiacchierando di tutt’altro, facendoci assumere espressioni del tutto incongrue alla situazione.

Quindi: ripetere l’assaggio non aiuta, come ci narra Proust nel celeberrimo brano della madeleine (tratto da “Dalla parte di Swann”, ne è quasi l’abbrivio. Ovviamente è uno dei libri della Recherce):

“Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. È tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me.”

Come afferrare il ricordo, il senso?

Il grande scrittore francese semplicemente si adagia sulla sensazione, lascia che essa sia l’unico senso utilizzato: senso senza sostanza fisica, ma pieno di quell’essenza che è l’anima, contenitore – e rielaboratore – di ricordi .

Ed ecco!, finalmente uno squarcio su quel disagio emozionato: il ricordo emerge, ed emerge in tutta la sua crescita. Il tempo che l’ha separato dalla sua manifestazione nella realtà l’ha modificato, l’ha modellato sul nostro cambiamento, sul nostro nuovo modo di percepire le cose, di accogliere il mondo.

Un sollievo misto al dolcissimo dolore per il tempo che fu e che mai più sarà, ci strapperà un sorriso, forse una lacrima.

E alfine compresa quella memoria involontaria, che ci ha donato la possibilità di affacciarci all’essenza di noi stessi, potremo continuare ad assaporare il biscotto più famoso del mondo, a forma di conchiglia, originario di Combray, e che non è nemmeno difficile da preparare.

Vale la pena immergere le mani nella farina per provare a entrare nelle pagine di uno dei più grandi capolavori letterari di tutti i tempi, e allora per facilitarvi il magnifico compito vi propongo la ricetta:

  • prendete 150 grammi di farina e mescolatela con mezzo cucchiaino di lievito e altrettanto di sale. Ovviamente le ricette attuali prevedono la farina 00, ma presumo che all’epoca di Proust si usassero ancora cibi vitali, pertanto ve ne consiglio una organica e meno raffinata.
  • a parte sbattete 3 uova di galline allevate almeno biologicamente (meglio se di un contadino amico vostro. Se avete contadini amici segnalatemeli, grazie) con 150 grammi di zucchero. Ecco, lo zucchero: cosa non si sente di male sullo zucchero? È tutto vero. Tuttavia non posso consigliarvi di sostituirlo con del succo d’acero, perché non ho provato la ricetta variata, e quindi pazienza. Probabilmente diventeremo fisicamente invulnerabili al cianuro allenandoci coi veleni quotidiani.

Dove ero rimasta? Ah sì, alle uova sbattute, come quelle che mi portava mio padre al letto per colazione quand’ero bambina… Uh! Madeleine! Attivano la nostalgia, deve essere proprio una loro qualità. Bene:

  • aggiungete 80 grammi di burro fuso, un po’ di buccia d’arancia grattugiata, e unite lentamente, mescolando bene (mai col cucchiaio! Molto meglio la forchetta, oppure la frusta), la farina.
  • mettete il composto nello stampo tipico (oggi sono ottimi quelli in silicone), e infornate in forno già caldo a 180 gradi per dieci minuti. A fine cottura aspettate che si freddino. Poi mangiateli – ovvio –, ma mangiateli pensando alle distese di lavanda della Francia, alle sue coste, allo champagne, e al suo memorabile – uno dei suoi tanti memorabili – scrittore.

Ah, nota curiosa: nella prima stesura Proust non parla di madeleine, ma di pane tostato spalmato di miele. Se avesse lasciato questa versione ci avrebbe facilitato la vita in cucina…

Loredana Conti

Il buono piace, ma non attrae

Perché l’essere buono piace, ma non attrae? Perché le persone buone fanno fatica a trainare? E perché i personaggi buoni non vengono presi troppo sul serio?

Guardatevi attorno.

Vi siete resi conto che i brutti e cattivi scalano le vette del successo più in fretta?

Questo accade sia nei libri che nei film, telefilm e nei vari reality.

Vero è che i cattivi, alla fine, o hanno il cuore buono, ma irrimediabilmente ferito o muoiono perendo del loro stesso male.

Allora io vi chiedo: perché?

Cos’ha la cattiveria, l’oscurità e il male di così ammaliante da incantare, conquistare ed… esistere?

Ho provato ad analizzare la faccenda, a partire da me stessa, e sono arrivata alla conseguenza che noi, io, vogliamo il brutto che speriamo di salvare, di stravolgere e di cambiare.

Il cattivo affascina perché va contro, pur sfruttandoli, ai pregiudizi o alle definizioni e soprattutto a tutti quei concetti astratti che siamo soliti assecondare senza comprendere.

Per voi, invece?

Giorgia

Perché leggiamo e la trigonometria (che è un pretesto…)

Periodicamente qualcuno sui social chiede: perché leggete?
Le risposte in genere sono molto diverse tra loro. Tra quelle che ho letto la più divertente (a mio parere, forse perché la condivido) è stata: per vizio.
Il vizio della lettura esiste, ne sono la prova vivente.
Io ho vere e proprie crisi d’astinenza quando per qualche motivo non posso leggere.
Sogno trame, immagino righe nere su fogli color avorio, mi sorprendo a compitare con attenzione qualsiasi cosa abbia l’aspetto di “parola scritta”, foss’anche una tavola trigonometrica di cui , poi realizzo, non ho capito una virgola. O un simbolo. Ma è scritta. Quindi è desiderabile, attraente, sirenica.
Tutti sintomi della dipendenza da sostanza stupefacente, no? E stupefacente, la lettura, lo è davvero.
Ma da dove nasce questo vizio? E qui mi aiutano le altre risposte: voglia di evadere dalla realtà, desiderio di rispecchiarsi in personaggi di fantasia, ricerca di verità alternative, ricerca di sé stessi, ricerca di qualcun altro.
Ricerca della bellezza. Della bellezza che abbellisce chi la incontra.
Ricerca di cultura reale, innovativa, eterna. Evolutiva.
Ma certo mai, nonostante la diffusa offerta, ricerca di sottocultura involutiva (e mi si perdoni la celia. O il sarcasmo. O il dispiacere).
E voi, perché leggete?

Loredana Conti

Solo mai solo

Avete mai pensato a quanto sia solitario essere lettori? Ci si immerge in mondi sempre diversi e con compagnie non sempre raccomandabili. Sì, parlo dei lettori di thriller, gialli, horror e devo aggiungere anche fantascienza, poiché Orwell a me fece terrore.

Leggendo si viaggia, si studia, si cresce e si impara, ma si rimane soli.

Questo prezioso angolo di solitudine dovrebbe essere conservato come fosse un tesoro dal valore inestimabile.

Provate ad analizzare la vostra quotidianità: di corsa, tra le gente a parlare di lavoro o di altra gente; al telefono a parlare.

Si comunica con tutti, ci si può anche confrontare e misurare, si cresce anche così. Tuttavia per fare nostro tutto quel vociare, dobbiamo avere il tempo di farlo maturare.

Quando una mente indaffarata si ferma tra le pagine di un libro, respira.

Tutto ciò che è stato può riposare, sedimentare, volare via. Se il contenuto del libro intrattiene il nostro spirito, il tempo a esso dedicato permette a noi stessi di crescere.

La lettura non ci rende solo più colti, ma anche più consapevoli.

Indirettamente o direttamente.

A voi la scelta.

Giorgia

Arriva prima la parola o l’immagine?

Arriva prima la parola o l’immagine?

Me lo chiedo spesso, mentre scrivo. Non riesco a trovare una risposta di senso compiuto.

Perché?

Perché, come in aritmetica, anche se cambio l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.
Ci sono giorni in cui resto aggrappata a un’immagine, a una situazione che la mia mente blocca: un fermo immagine o un semplice scatto fotografico, e le parole fluiscono di conseguenza seguendo i contorni, identificando i colori e cogliendo le sfumature emotive da essa scatenate.

Cosa diventano allora quelle parole?

Diventano scrittura.

Se dietro alla scrittura ci sono anche lo studio, la cultura e la passione, si crea letteratura. O per lo meno la base per diventarlo.

All’inverso, invece?

Quando sono le parole a uscire  per prime in cerca della giusta immagine da legare a sé. Quando sembrano voler dipingere un quadro o immortalare un istante o disegnare un sogno.

In quel caso la scrittura diventa arte e con essa sublima la bellezza stessa della parte inconscia dell’uomo. L’animo ha un linguaggio proprio per comunicare al mondo e con il mondo, e per farlo utilizza i canali terreni, pratici che servono alla nostra parte mortale per comprendere l’immortalità.

L’animo umano mescola il verbo, il tatto, la vista, l’udito e il gusto per creare arte, bellezza ed eternità.

La musica, la scrittura, la cucina, la pittura e la scultura sono espressioni che l’essere vivente dotato di intelletto può comprendere; se abilmente mescolate riescono ad arrivare alla sfera meno tangibile e più profonda.

Attraverso questo linguaggio non descrivibile, ma vivibile, possiamo comunicare tra noi, con noi e per sempre.

Le barriere spazio-temporali vengono abbattute, le limitazioni intellettive disgregate, le emozioni condivise, i respiri sincronizzati e le diversità… annullate.

Io non arrivo a tanto, ma ho scoperto talenti che riescono a raggiungere un livello così elevato senza nemmeno rendersene conto. Sono armi potenti per diffondere qualcosa di buono che potrebbe corrodere il brutto, il male e l’odio. Tutto ciò che divora e annienta l’essere umano.

Sono menti sovversive che dilatano i secondi e carpiscono emozioni solo per farle brillare, e quella luce illumina anche il buio, quel bello sana il marcio e la vita diventa un sogno realizzato e non più un’idea incastrata tra pensieri ridondanti e ripetitivi.

Quindi, cari lettori, guardatevi attorno. Anche nel cemento può nascondersi un piccolo seme portato dal vento.

E quel seme potrebbe diventare un bellissimo albero secolare.

Giorgia Golfettogerm-59159