Le famose sconosciute: Henrietta Swan Leavitt

Le stelle di Miss Leavitt

La storia dimenticata della donna che scoprì come misurare l’universo

Agli inizi del Novecento, presso l’Osservatorio dell’Università di Harvard (USA), per la determinazione degli oggetti presenti nelle lastre fotografiche venivano utilizzati dei computer umani. Naturalmente queste persone erano donne, pagate 25 cent l’ora (che corrispondevano alla paga minima prevista), il cui compito era appunto quello di catalogare i cambiamenti delle posizioni degli oggetti (le stelle) fotografate dai telescopi.

Un lavoro simile era considerato noioso, e a chiedere il posto non erano molti uomini, ma soprattutto donne.

Tra queste Miss Leavitt, sulla cui vita è appena uscita (nel 2006, N.d.R.) una biografia “Le stelle di Miss Leavitt”, di George Johnson, che getta un po’ di luce su questo personaggio, molto schivo e di cui si sa ancora troppo poco.

Il libro non è solo la storia della Leavitt, ma un resoconto di quanto avvenne nei primi decenni del secolo scorso quando si discuteva se l’universo fosse rappresentato dalla sola Via Lattea (di dimensioni tre volte superiori a quello che si ritiene attualmente), oppure che fosse sconfinatamene più grande e complesso. La Leavitt era impegnata a studiare una serie di fotografie relative alla Piccola Nube di Magellano, dalle quali si capiva chiaramente che si trattava di un gruppo di stelle situate al di fuori dalla Via Lattea (anche se in verità alcuni astronomi pensavano che esse ne facessero parte).

Questo sistema di stelle conteneva molte Cefeidi le quali presentavano un periodo di pulsazione tanto più lungo quanto più apparivano brillanti al massimo dello splendore. Come si ricorderà, questa regolarità non si riscontrava nelle cefeidi che si potevano osservare in altre zone del cielo. Come mai ciò accadeva proprio per quelle della Piccola Nube di Magellano? La Leavitt comprese che ciò doveva dipendere dal fatto che le cefeidi presenti nella Nube di Magellano erano più o meno tutte situate alla stessa distanza da noi, ragione per cui la loro magnitudo apparente era in pratica una magnitudo assoluta: con la differenza che essa era riferita alla distanza a cui si trova la Piccola Nube di Magellano invece che a 10 parsec.

Questa distanza tuttavia non si conosceva, ma, se si fosse riusciti a misurarla, la magnitudo assoluta della stella si sarebbe potuta stabilire attraverso la durata del suo periodo di pulsazione, il quale appariva, come abbiamo detto, tanto più lungo quanto più intensa era la luminosità al massimo dello splendore. Studiando con attenzione le foto della Piccola Nube di Magellano, scattate in tempi successivi, la Leavitt fu in grado di scrivere una relazione che legava la magnitudo assoluta delle cefeidi con la lunghezza del periodo di pulsazione. Da questa relazione periodo-luminosità si poteva dedurre quale periodo avrebbe dovuto avere una cefeide che presentava una certa magnitudo assoluta, e viceversa a quale magnitudo assoluta doveva corrispondere una cefeide che presentava un certo periodo di pulsazione. A questo punto non rimaneva altro che determinare la magnitudo assoluta di una sola cefeide per conoscere quella di tutte le altre.

Con questo parametro fu possibile cominciare a misurare l’universo nelle grandi dimensioni.

Ma chi era in realtà Henrietta Swan Leavitt?

Nata a Cambridge nel Luglio 1868 (Massachusetts) si diplomò al Society for Collegiate Instruction of Women (ora Radcliff College). Non era una sprovveduta e si era laureata brillantemente in astronomia. Quando nel 1893 si unì all’equipe dell’osservatorio a titolo di volontaria Henrietta Swan Leavitt aveva 25 anni. Figlia di un pastore congregazionalista si era proposta di studiare l’astronomia. Nella sua brillante carriera universitaria gli unici problemi li ebbe con la storia e solo al quarto anno si iscrisse a un corso di astronomia e ne uscì con il massimo dei voti. Nel 1892, poco prima del suo ventiquattresimo compleanno, Henrietta si laureò e l’anno seguente lo passò all’osservatorio lavorando come volontaria. Ci lavorò con alcune interruzioni, durate anche un paio d’anni, sino a che non ci ritornò a tempo pieno nel 1902. Trascorreva le sue giornate dedicandosi a quel lavoro scrupoloso, talmente assorta nelle sue misurazioni che uno dei colleghi in seguito l’avrebbe definita posseduta da “uno zelo quasi religioso”.

Non è risaputo cosa la colpì dell’universo stellare. Donna schiva e riservata non si sposò e morì giovane. Alla sua morte un collega anziano disse di lei:

“Miss Leavitt aveva ereditato, in una forma in qualche modo addolcita, le austere qualità dei suoi antenati puritani. Prendeva la vita sul serio. Pareva interessarsi ben poco ai più banali divertimenti”.

Leavitt lavorò sporadicamente durante gli anni ad Harvard, spesso ostacolata da problemi di salute e doveri familiari. Ma dal 1921 , quando Harlow Shapley prese il posto di direttore dell’Osservatorio, lei fu messa a capo della sezione che si occupava di fotometria astronomica. Morì di cancro alla fine di quell’anno. Le sono stati dedicati l’asteroide 5383 Leavitt e il cratere Leavitt sulla Luna.

Oltre al contributo fondamentale sulle Cefeidi, determinò la “Sequenza polare nord”, parametro fondamentale per la determinazione delle magnitudini stellari, e veniva sollecitata dai maggiori astronomi del tempo per indagare in vari campi quali a esempio le relazioni esistenti nelle variabili di ammasso appena scoperte. Faceva parte di almeno una commissione scientifica internazionale ed era considerata una lavoratrice precisa e puntigliosa. Scoprì tre “novae” e un numero straordinario di stelle variabili.

Sulla base del lavoro scientifico svolto, il matematico svedese Gosta Mittag-Leffler la propose per il Nobel. La nomination era dovuta proprio alla sua formulazione della relazione periodo-magnitudine delle Cefeidi. Tuttavia, poiché era già morta non poté essere nominata. Le sue ricerche favorirono i successivi studi di Edwin Hubble, noto principalmente per la scoperta, assieme a Milton Humason, nel 1929, della legge empirica redshift/distanza, oggigiorno universalmente nota come “legge di Hubble“.

Cristina Pagetti

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Una donna romanticamente caparbia nella sua dedizione alla ricerca astronomica, pur nella lotta contro le avversità della vita, così terrestri, così terrene.

Una donna che ha messo in secondo piano — o in nessuno — le ordinarie aspettative femminili, all’epoca scontate, di matrimonio e figli, offrendo passione e impegno a calcoli che apparentemente asettici e freddi le hanno concesso, grazie tuttavia alla sua capacità intuitiva, di conoscere la distanza delle stelle. Che non ha mai permesso all’oscurantismo maschilista di offuscare la loro luce; e da quella ha desunto spazi. Infiniti spazi. Viene da chiedersi come mai proprio con la Storia ebbe ostacoli accademici… forse perché tratta solo il passato? E il passato è chiuso: da fatti, da spazi, da tempi. Lo Spazio, e stavolta con la esse maiuscola, no. Fa pensare al futuro piuttosto.

Di questa donna, il cui apporto è stato fondamentale per l’ampliamento dei limiti dell’Universo, forse suggerendone l’illimitatezza, abbiamo visto che un suo collega giustamente scrisse:

“Prendeva la vita sul serio”.

E sul serio noi abbiamo preso Henrietta Swan Leavitt, riproponendovi questo articolo del 26 Settembre 2006 di Cristina Pagetti — che ringraziamo — (scaricabile da http://www.universitadelledonne.it/leavitt.html) e condividendo con voi la notizia che Sara Sesti e Liliana Moro hanno approfondito l’argomento su “Scienziate nel tempo. 100 biografie”, Ledizioni, Milano 2018 (http://www.ledizioni.it/prodotto/s-sesti-l-moro-scienziate-nel-tempo-100-biografie/).

La Redazione

Le famose sconosciute: Maria Tallchief

Diventare una ballerina deve essere difficile. Diventare prima ballerina quasi impossibile. Diventare prima ballerina provenendo da una tribù di nativi americani negli anni ’40 di certo è unico.

Questa è la storia di Maria Tallchief, all’epoca Elizabeth Marie Tall Chief, nata nel 1925 nella tribù Osage stabilitasi nella riserva indiana di Fairfax, Oklahoma. Il padre, Alexander Joseph Tall Chief, discendente dai capi tribù, un uomo alto (come dice anche il suo nome) e molto affascinante, sposò una ragazza tedesca da cui ebbe tre figli. La moglie morì quando i figli erano piccoli e lui sposò Ruth, una bella ragazza di origini scozzesi/irlandesi.

La vera protagonista di questa storia dovrebbe essere infatti Ruth, la madre di Beth Marie, donna piena di determinazione e persino ambiziosa. Anche se molto occupata a star dietro a un marito troppo bello, arricchito troppo in fretta (la tribù di Tall Chief era diventata ricca in seguito alla scoperta di petrolio nelle sue terre e il suocero fu uno dei maggiori beneficiari in quanto capo tribù) e col vizio del troppo bere, Ruth si dedicò instancabilmente all’educazione dei figli.

Appena compiuti tre anni, Maria fu mandata a prendere lezioni di danza, seguita a breve da sua sorella più piccola, Marjorie. La madre aveva incontrato una maestra di balletto itinerante che era alla ricerca di nuovi allievi e l’occasione le sembrò troppo buona per farsela scappare. Quello che non sapeva era che la maestra era una pessima maestra e fu solo un miracolo che non distrusse la carriera o la salute della ragazza con la sua unica fissa: le scarpette da ballerina. La professoressa non faceva altro che obbligare Maria a imparare figure di danza in punta di piedi, tralasciando completamente le basi di questa complessa disciplina. La madre poi, senza capire l’importanza e la delicatezza della tecnica del ballo sulle punte, le comprava scarpette di un numero più grande che riempiva di stracci, in modo da non doverle acquistare troppo spesso. Maria danzava e subiva, la gente guardava ammirata, la madre era fiera, la professoressa soddisfatta.

Maria imparò a leggere e a scrivere molto precocemente grazie alla dedizione della madre verso l’altro figlio, Jerry. Colpito gravemente alla testa mentre da piccolo giocava coi cavalli, Jerry aveva grosse difficoltà di apprendimento e la madre spendeva intere ore nell’insegnargli le basi. A forza di sentire spiegare al fratello, Maria imparò moltissimo, tanto che, quando a cinque anni la iscrissero alla Scuola Cattolica, l’insegnante la avanzò di due classi rispetto alla sua età.

La scuola procedeva, così come le ripetizioni di danza. Ora la madre non sognava solo un futuro da musical per le sue figlie ma, scoperto il loro ottimo orecchio, le iscrisse a lezioni di piano. Anche in quel caso, Maria dimostrò molto talento, applicandosi coscienziosamente e esercitandosi ogni giorno mentre i suoi fratellastri e cugini giocavano spensierati nei campi.

Le piccole sorelle partecipavano a spettacoli, vaudeville e rodeo (che incutevano terrore a Maria), la madre confezionava per loro improbabili costumi di scena, oramai erano conosciute e ammirate in tutta la zona. Ma Ruth non era contenta. Fairfax le stava stretta, le sue figlie erano sì talentuose, ma non potevano crescere oltre, il marito stava buttando via la vita nell’alcol, il figlio era irrimediabilmente danneggiato… E, dopotutto, nelle sue vene scorreva il sangue dei veri pionieri partiti alla scoperta di nuovi mondi. Convinse il marito, impacchettò le cose, prese i figli e partirono alla volta di Los Angeles.

Una volta arrivati, fermi in una stazione di servizio per fare benzina, Ruth chiese al tizio del distributore se per caso conoscesse una buona scuola di danza. Lui pensò per un secondo e rispose:

“Ma certo: la Ernest Belcher’s Studio.”

E quello fu il modo in cui decisero dove stabilirsi. La sorte volle che Ernest Belcher fosse un insegnante di prim’ordine che si rese conto immediatamente delle capacità di Maria, così come delle sue lacune dovute alla scuola sbagliata e della sua predisposizione per la danza classica invece che per i balli popolari o nazionali. Insistette per ripartire dalle basi e così fece, con la benedizione della madre.

Tutt’altra storia nella scuola pubblica. Senza dar peso allo stato di avanzamento scolastico della ragazza, inserirono Maria nella classe della sua età dove lei perse solo del tempo finché la madre spostò entrambe le sorelle in un istituto più avanzato. Lì si studiava per davvero, peccato che i compagni la prendessero continuamente in giro per il suo doppio cognome (Tall Chief) e le sue origini indiane, chiedendole perché non si mettesse delle piume in testa o se il padre collezionasse ancora scalpi. Molto divertente. La ragazza finì per accorpare il suo cognome in un’unica parola (Tallchief), ovviando così al problema dell’ordine alfabetico tanto caro alla scuola, ma poco poté fare per il resto.

Le due sorelle facevano notevoli progressi alla scuola di danza, tanto che, all’età di dodici e dieci anni e mezzo, la madre — senza neanche avvisare Belcher — le spostò a un’altra scuola di ballo. Si trattava della Bronislava Nijinska Studio di cui lo stesso Ernest Belcher aveva parlato a Ruth. La Nijinska era la sorella del grande VlasvavNijinski e, come lui, aveva studiato alla Imperial Theatre School a San Pietroburgo, una vera istituzione.

La ragazza fu affascinata da questa insegnante dai capelli grigi, all’apparenza semplice e insignificante e che non parlava una parola di inglese, ma dal portamento regale e la tecnica perfetta. Maria assorbiva tutti gli insegnamenti, persino le correzioni che la Nijinska faceva ad altre allieve, era una ragazza disciplinata che lavorava duro e che amava ballare.

“Madame dice: quando dormi, dormi come una ballerina. Persino quando attendi l’autobus, fallo da ballerina.”

Questo traduceva il marito della Nijinska. Poche parole, poche indicazioni, ma tanti insegnamenti non verbali, fatti di gesti e di sguardi. Fu nella sua scuola che la ragazza realizzò quello che voleva davvero fare: diventare una ballerina professionista.

La Nijinska capì la sua decisione e la prese sul serio, le dedicò molto tempo e la seguì attentamente per tutta la durata della sua permanenza nella scuola.

A diciassette anni, età importantissima per il futuro di un’aspirante ballerina, il padre decise che era ora per Maria di trovarsi un lavoro per ripagare le lezioni di ballo e piano di tutti questi anni. Dopo un momento di incertezza, sostenuta dalla madre, Maria partì per New York dove si presentò a un’audizione del Ballet Russe de Monte Carlo. I suoi sacrifici e la sua bravura furono ripagati: fu presa nel corpo di ballo.

Il resto è storia: il nome Maria Tallchief iniziò a essere conosciuto negli ambienti, il famoso coreografo George Balanchine creò dei ruoli per lei, poi, quando fondò la propria compagnia di ballo, Maria diventò prima ballerina. Le sue performance erano notevoli, la critica la osannava, si arrivò persino a farle pressione per cambiare il suo nome in Talchieva (come era sovente fare fra ballerini non russi per accrescere la loro popolarità), cosa che lei rifiutò assolutamente. Fu la prima ballerina americana a ballare con l’Opéra de Paris al Bolshoi Theatre, girò i palchi più famosi del mondo, lavorò con Nureyev, partecipò a moltissimi show televisivi.

Sposò Balanchine, per annullare il matrimonio in seguito, ma i due restarono in ottimi rapporti e continuarono a lavorare insieme a lungo. Si risposò altre due volte ed ebbe una figlia, Elise Maria Paschen, che diventò poetessa e direttrice del Poetry Society of America.

Una volta ritiratasi dalle scene, Maria Tallchief diventò direttore artistico per la Lyric Opera di Chicago dove in seguito, insieme alla sorella (famosa ballerina anche lei) fondò la Lyric Opera’s ballet school.

Morì a ottantotto anni per una complicazione in seguito alla rottura del bacino. Quando si dice destino.

Annabelle Lee