Le famose sconosciute: Nellie Bly

Mentre raccoglievo informazioni su Nellie Bly la domanda “ma quante vite ha vissuto, questa donna?” mi è nata spontanea. La prima impressione è stata quella che lei sia stata qualcuno che ha fatto talmente tante cose per cui non basterebbe una vita per farle. Invece è morta a 57 anni.

Nel 1864 Elisabeth Jane Cochran nasce nel paese fondato da suo padre, a Cochran’s Mills, Pennsylvania. Il padre, da semplice aiuto mugnaio era diventato un ricco proprietario terriero. Vedovo con dieci figli, si risposò con Mary Jane, futura madre di Elisabeth da cui ebbe altri cinque figli. Qualche tempo dopo, il padre morì senza lasciare testamento e la seconda moglie, non avendo diritti sull’eredità, dovette lasciare la casa insieme ai suoi cinque figli. Elisabeth aveva solo sei anni.

Trasferitasi a Pittsburg, la vedova si risposò con un uomo che si dimostrò violento e dedito all’alcool. Quando decise di divorziare, Mary Jane fu costretta a dimostrare in tribunale gli abusi subiti, la figlia stessa dovette testimoniare in merito.

Ancora quindicenne, Elisabeth s’iscrive all’Indiana Normal School. La scelta è pressoché obbligata: studia per diventare maestra, una delle poche occupazioni aperte alle donne a quel tempo. Non eccelle nello studio, ama però scrivere e ci si dedica con passione. Neanche sei mesi più tardi invece deve sospendere gli studi: non ci sono più i soldi per pagare la retta. Torna quindi ad aiutare la madre che gestisce una piccola pensione.

Elisabeth è determinata a trovarsi un vero lavoro, impresa quasi impossibile in un epoca in cui per una donna lavorare non era rispettabile.

Ed è appunto di questo che parla l’articolo What girls are good for (A cosa servono le ragazze) – e sorvolerò sulla mia risposta a questo titolo cretino – uscito sul Pittsburg Disptach con la firma di Erasmus Wilson, uno dei più famosi editorialisti di Pittsburg.

Erasmus (che non aveva niente a spartire con il proprio nome, Cretinus sarebbe stato molto più appropriato, per l’appunto) asseriva che le donne devono orbitare esclusivamente nella sfera domestica: cucinare, stirare, lavare, sfornare e crescere bambini, ecco a cosa servono le donne. Per la precisione, le ragazze, non so quindi cosa dirvi, forse le donne non servivano neanche più a quello?

Cretinus non si fermava qui, no, la cosa non era abbastanza obbrobriosa, lui andava persino oltre, definendo una mostruosità le donne che avevano l’indecenza di lavorare!

Ebbene, intanto che sono occupata a inorridire copiosamente e a evitare con cura l’intera lista di attività elencata da questo… signore, vorrei fermarmi un attimo per riflettere. Perché, a pensarci bene, questa storia mi ricorda qualcosa. Questa storia mi ricorda che i tempi in cui viviamo (fine 2018, per chi avesse perso il conto) stanno iniziando ad assomigliare sempre più a certe mostruosità storiche che l’umanità ha già vissuto. Sia chiaro, tutto presentato in edulcorate vesti perbeniste da vari Cretinus o Cretinas (ma sì, mica ha l’uomo l’esclusiva) che si stanno diffondendo a dismisura. E che ci dicono come dobbiamo vivere, chi dobbiamo amare, che tipo di famiglia scegliere di costruire, ci indicano le razze migliori (come se al mondo ci fossero altre razze oltre a quella umana – ah, già, c’è anche quella dei cretini, certo!) oppure ci spiegano verso chi dobbiamo essere compassionevoli. Loro però non si fermano qui, no. Loro sono talmente generosi da infonderci i loro ideali assoluti persino su cosa NON dobbiamo fare. Chi NON dobbiamo amare – che è contro natura. A chi NON dar modo di integrarsi – che tanto, è pericoloso. A chi NON dare assistenza – che tanto, è qui a rubare. A chi NON garantire giustizia – che tanto, è solo un drogato. E moltissimi altri “che tanto…”

Da qui a “che tanto, è solo una donna” il passo è breve. Ma forse questo richiederebbe un articolo a parte.

Tornando invece all’articolo incriminato, questo suscitò un’onda d’indignazione e una pioggia di lettere di protesta, fra cui spiccava una firmata Little orphan girl: un concentrato di acume talmente potente da spingere il direttore del giornale, George Madden a scommettere che sotto la firma si nascondesse decisamente un uomo. Per smascherarlo e confermare la sua certezza, Madden offrì un posto di lavoro a chiunque dimostrasse di aver scritto la lettera.

Ecco dunque Elisabeth che si presenta a prendere in carico il promesso lavoro. Ha 21 anni ed è qui che inizia la sua folgorante carriera giornalistica.

Com’era da aspettarsi, il mondo giornalistico poco gradisce le firme al femminile, quindi Elisabeth è costretta a cambiare nome, scegliendo quello di Nellie Bly (nome ispirato da una famosa canzone popolare scritta da Stephen Foster). Per riscattarsi dalle scelte obbligate per essere accettata, Nellie decide la sua linea editoriale: si schiera dalla parte delle lavoratrici sfruttate, scrive sul lavoro minorile, sulla sicurezza sul lavoro, sul diritto di divorzio.

Il suo nome inizia a essere conosciuto, ma con la fama arrivano anche i primi problemi. Troppo scomoda, troppo vera: gli investitori minacciano il giornale di sospendere i finanziamenti e Madden è costretto a relegare Nellie alle pagine di moda e giardinaggio. Mondo che, ovviamente, sta stretto alla ragazza.

Indomita, nel 1886 convince il direttore a spedirla come inviata in Messico. Da lì racconta storie di soprusi e miseria, descrive la corruzione che avvelena il paese e, solo sei mesi più tardi, si fa espellere. Aveva pubblicato la storia di un giornalista imprigionato per ordine del Presidente con l’accusa di aver criticato il governo.

Ritorna al giardinaggio giusto il tempo per trovare un lavoro a New York, dove convince Joseph Pulitzer ad assumerla in uno dei suoi più famosi giornali, il New York World. Nellie è talmente determinata e crede in quello che fa a tal punto da lanciarsi nel giornalismo investigativo in prima persona. Letteralmente.

Fingendosi disturbata mentalmente si fa ricoverare per dieci giorni nel manicomio femminile di Blackwell’s Island. La sua inchiesta (Dieci giorni in manicomio) diventa famosa. Il racconto alienante delle condizioni delle internate – alcune addirittura sane, racchiuse dalla famiglie per motivi di soldi o vendette personali –, gli abusi, la mancanza di cure mediche, tutto questo smuove l’opinione pubblica a tal punto da attuare una riforma degli istituti mentali nello stato di New York.

Nellie continua la sua battaglia giornalistica su vari fronti: è l’unica a raccontare lo sciopero degli operai di Pullman Railroads dal loro punto di vista, racconta la vita delle donne nelle fabbriche, viene addirittura arrestata, parla delle serve-schiave nelle ricche dimore di New York, intervista personaggi famosi – tutto con uno stile inconfondibile. Infatti, nel 1894, il New York Journal la sceglie come “Miglior reporter d’America”.

Già famosa, raggiunge l’apice della sua carriera in seguito a un’impresa folle e inaudita allo stesso tempo: nel 1899 decide di replicare il Giro del mondo in ottanta giorni di Jules Vernes. Convince Pulitzer a finanziarla e parte all’avventura: farà il giro del mondo in nave, in treno, a dorso di mulo, col risciò e altri esotici mezzi, tornando a New York dopo 72 giorni, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi, stabilendo un vero record mondiale.

Il mondo intero segue la sua avventura, Pulitzer istituisce una lotteria per i lettori, più di un milione di persone partecipa cercando di indovinare la data del suo ritorno, la sua fama è alle stelle.

Trentenne, Nellie sposa a sorpresa un miliardario di quarant’anni più grande di lei, si ritira dal giornalismo e conduce una vita lontana dai riflettori. Nel 1905 suo marito muore, lei si dedica agli affari di famiglia. Introduce ambulatori medici, palestre e biblioteche nelle sue fabbriche, istituisce corsi per insegnare a leggere e scrivere agli operai, combatte per migliorare le condizioni lavorative. Pochi anni dopo deve dichiarare però fallimento e si rifugia in Svizzera per sfuggire ai creditori.

La Prima Guerra Mondiale è la scusa per tornare al giornalismo: Nellie fa l’inviata di guerra sul fronte austriaco per New York Evening Journal. Le atrocità della guerra le forniranno la determinazione di raccontarle direttamente dalla trincea, gomito a gomito coi soldati morenti sotto una coltre di fango.

Rientrata a New York continua il suo impegno giornalistico e dà vita a una nuova impresa: trovare una casa ai bambini abbandonati.

Muore per una polmonite nel 1922, dopo aver vissuto mille vite.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute. Josephine Cochrane

I piatti sporchi si lavano in casa

Non ha certo cambiato il mondo Josephine Cochrane, ricca esponente della buona società americana del diciannovesimo secolo, quando, stufa di vedersi scheggiate dai servitori durante i lavaggi le sue preziose porcellane, inventò la prima lavastoviglie meccanica. Non sempre lo snobismo ha solo aspetti negativi… al suo dobbiamo un apparecchio che ci facilita la vita e, secondo ricerche, fa risparmiare acqua e sapone.

Cosa la spinse, oltre allo snobismo? La genialità. La signora era un’inventrice in fieri. Un’inventrice ambiziosa, aspirava al successo. Il suo motto? “Se non l’ha inventato nessuno, allora lo invento io” (in realtà questa pare sia stata la frase che ha anticipato la sua idea di lavastoviglie).

La mia venerazione non sarà mai pari a quella che provo per Alva Fisher, che nel 1907 ha inventato la prima lavatrice elettrica, ma insomma: non lavare i piatti è una soddisfazione.

Certo, lo è moltiplicata per mille se si pensa che Josephine, al secolo Garis, aggiunse una “e” al cognome del marito, William Cochran, per mantenere una sorta di indipendenza.

Marito che da morto la lasciò con un mucchio di debiti.

In quella situazione cosa meglio di improvvisarsi inventrice/imprenditrice per risollevare le finanze e inseguire la gloria? Non fu un passo facile. Presentò la sua idea a diversi uomini d’affari, ma in molti non le diedero credito, rifiutandosi di vederla come un investimento redditizio. Fu frustrante: la sua sensazione era che, fondamentalmente, l’invenzione non venisse presa in considerazione perché proveniente da una donna. E quindi: sicuramente un insuccesso.

Non si arrese:

“(…) coinvolse George Butters, un meccanico locale assunto dalla Illinois Central Railroad, per aiutarla a portare a compimento e realizzare i suoi disegni in un capannone dietro casa sua. Costruirono così la prima macchina di lavaggio, brevettata il 28 dicembre 1886 e installata nella cucina della Cochrane. Josephine mostrò la sua macchina al World’s Columbian Exposition di Chicago nel 1893, sorpassando anche le opere parigine e vincendo il primo premio. Aprì la sua fabbrica nel 1897, con Butters come caporeparto in fabbrica e capo meccanico e un presidio di tre dipendenti. Fondò così il Garis-Cochran lavastoviglie Machine Company, chiamandolo con il nome di suo padre, ingegnere civile; le macchine della società vennero costruite nella fabbrica sotto la supervisione di Butters. (…)”
(da http://www.enciclopediadelledonne.it)

Chi le era vicino ascoltava i suoi timori nel doversi confrontare con il mondo maschile, che valutava con grande sospetto il pensiero femminile. In ogni campo. Ma nonostante la sensazione di cedimento delle ginocchia (lo racconta lei) nell’entrare in un gotha generalmente precluso alle donne, quello imprenditoriale, non arretrò di un passo.

Non furono rose e fiori: a parte le sue amiche che, avendo visto la macchina all’opera ne restarono entusiaste e la commissionarono, per 50 anni l’invenzione fu ritenuta un capriccio — anche l’epidurale lo è ancora per molti “tradizionalisti” del dolore —, e la diffusione casalinga fu quasi nulla: immagino che lavare i piatti per le donne fosse un punto d’onore.

Che fosse un dovere innato.

Quel tipo di dovere che ancora oggi, nonostante le conquiste, le opere artistiche e d’ingegno, la geniale applicazione dell’intelletto su ogni campo della vita da parte delle donne, porta quote dell’umanità, maschile e femminile, a ritenere la donna oggetto di condiscendente indulgenza, e per la quale il lavaggio dei piatti è un modo sano di passare il tempo e di non avere grilli per la testa.

La Cochrane tuttavia in vita ebbe la soddisfazione di ricevere molti ordini da ristoranti e alberghi.

Oggi, vista l’evoluzione della sua società, sarebbe milionaria:

“(…) Dopo la morte di Josephine, nel 1913, la società cambiò titolari e nomi fino a diventare, nel 1940, parte del Kitchen Aid ora di proprietà della Whirlpool Corporation.(…)”
(da http://www.enciclopediadelledonne.it)

Morirà a 74 anni per un esaurimento nervoso. E non stento a ravvisarne i motivi…

Loredana Conti

Le famose sconosciute. Sarla Thakral

Questa storia è tanto breve quanto straordinaria. Ci troviamo nell’India degli anni ’30, le donne stanno cercando di ottenere pari diritti, il mondo va veloce e così anche la nostra eroina, Sarla Thakral.

Nata a Delhi nel 1914, a sedici anni sposò P. D. Sharma, pilota proveniente da una famiglia di lunga tradizione di aviatori. In questo contesto, Sarla vide l’opportunità di provare la libertà del volo. Sostenuta dal marito e dal suocero, si iscrisse al Lahore Flying Club e, a soli 21 anni, prese la licenza di volo. Ho un pensiero quasi romantico per quel marito che spinge questa donna che era solo una ragazza a solcare i cieli e a provare l’ebbrezza del volare in un mondo così chiuso.

Già madre di una figlia di quattro anni, lei non si fece minimamente influenzare dai pregiudizi, dall’ambiente unicamente maschile o dalla sua giovane età e proseguì dritta verso quelli che erano i suoi obbiettivi: diventare pilota di linea commerciale.

Avvolta in un grazioso sari, Sarla salì nel cockpit di un Gypsy Moth, un biposto inglese, e prese il volo, diventando non solo la prima donna indiana a volare in solitaria, ma anche l’immagine dell’emancipazione, simbolo di coraggio e fiducia in sé stessi.

Dopo aver conseguito più di 1000 ore di volo, Sarla proseguì nel suo cammino – o forse meglio dire volo – per prendere il brevetto di pilota commerciale, quando, nel 1939, suo marito morì, schiantandosi con il suo aereo. Vedova a 24 anni, con due figlie e la Seconda Guerra Mondiale alle porte, la nostra eroina dovette reinventarsi.

Abbandonò i suoi sogni di volare e ne creò degli altri: si iscrisse alla Mayo School of Arts dove si diplomò per poi intraprendere una carriera imprenditoriale. Insieme alle figlie si trasferì a Delhi dove incontrò il suo secondo marito che sposò nel 1948. Diventò una business woman di successo dedicandosi a disegnare e vendere sari, creare gioielli, ma anche a dipingere e disegnare.

“Credo nel fare le cose con le mie mani. Non spreco tempo, non dormo di pomeriggio, semplicemente lavoro. (…) Mi piace concludere le cose. (…) Ho un semplice motto: essere sempre felici e gioiosi. L’uomo ha questa fantastica capacità di gioire e ridere, è molto importante non perderla mai. Questo mio unico motto mi ha aiutata ad attraversare tutte le intemperie della vita.”

Sarla Thakral morì nel 2008, lasciandoci la semplicità del suo pensiero sussurrato sempre col sorriso. Ma anche il coraggio, l’intraprendenza e la caparbietà di una donna che non voleva dimostrare niente a nessuno.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute. Ada Lovelace

La Madre dell’informatica, Ada Augusta King, contessa di Lovalace, altri non era che – udite, udite – figlia di Lord Byron!

La stessa storia d’amore conclusa con un brevissimo matrimonio fra sua madre, Anne Isabella Milbanke (conosciuta come Annabelle), e il famoso poeta inglese è degna di un racconto a parte, se non di un libro o un film, ma qui ne accennerò solo brevemente, concentrandola sotto la mia amara conclusione:

“la sindrome da Crocerossina affligge le donne da sempre…”

Annabelle, nata e allevata da aristocratici genitori sposati per amore, cresce in un ambiente colto e raffinato, studia seguita da professori di Cambridge e si muove fra persone benestanti e dal futuro tracciato.

D’altro canto, George Byron proviene da una famiglia problematica, bullizzato a scuola per via di una gamba più corta dell’altra, diventa un adulto irascibile e avventato. Reso famosissimo dalla pubblicazione del suo poema epico Childe Harold’s Pilgrimage, tutti vogliono un pezzo di lui. Tutti tranne Annabelle, che non è minimamente interessata. I due si conoscono a un party e si frequentano da amici per un po’. O almeno è quello che lei continua a dire alla sua famiglia e, forse, anche a se stessa. Perché, come accenna la biografa Julia Marcus:

“La brava ragazza è determinata a salvare il cattivo ragazzo.”

Ovviamente si sa come finisce. Ma andiamo per ordine.

Dopo varie vicissitudini, i due finalmente si sposano, ma Byron un cattivo ragazzo lo è per davvero. Gira sempre con due pistole addosso, è pieno di rabbia e genio, prende il laudanum e beve troppo, minaccia Annabelle di morte e minaccia se stesso – a seconda dell’attimo -, frequenta altre donne e pessime compagnie.

Ada nasce appena in tempo per dover abbandonare la casa in cui vivono – ha poco più di un mese – e, insieme ad Annabelle, va a vivere nella casa dei nonni materni. Inutile dire che nel 19esimo secolo la separazione non era esattamente una passeggiata, per non parlare dell’astio che subì Annabelle da parte di tutti i fan di Byron che la accusarono di essere una fredda donna senza cuore e senza la capacità di comprendere il genio creativo di Byron. Persino i biografi e i critici letterari dipingono sua moglie in modo distorto e irrealistico, mentre un cattivo ragazzo resta un cattivo ragazzo. Anche se geniale.

Tornando ad Ada, non rivedrà più il padre, che morirà in Grecia qualche anno più tardi. Lei si rivela da subito una bambina prodigio, curiosa e piena d’inventiva. Affascinata dai macchinari, la piccola Ada disegna macchine volanti, studia l’anatomia degli uccelli, realizza uno studio documentato sulle abitudini del suo gatto, insomma ha mille interessi. E non è ancora dodicenne.

Annabelle, preoccupata (a ragione) che la figlia non segua le orme distruttive del padre, si prodiga moltissimo per assecondare le sue inclinazioni scientifiche. I tutori a cui viene affidata spronano Ada nello studio della matematica, materia per cui si dimostra particolarmente portata e quindi ci si dedica completamente. È lei stessa, in una lettera per suo marito di qualche anno più tardi a confessare che:

“Null’altro che un intenso e ravvicinato studio di materie di natura scientifica sembra tenere la mia immaginazione a freno, impedendole di galoppare selvaggiamente…”

Dopotutto, è sempre figlia di suo padre.

Tuttavia, i suoi tutori e professori temono che lo studio intensivo della matematica possa influire negativamente sul suo stato di salute, da sempre molto cagionevole. Ada è una bambina malaticcia, soffre di terribili mal di testa che le provocano l’abbassamento della vista intorno agli otto anni, a tredici resta paralizzata in seguito al morbillo e solo due anni più tardi tornerà a camminare con le stampelle.

Ma la madre continua a seguirla e sostenerla e in adolescenza viene affidata a Mary Somerville, autrice di testi universitari di matematica e traduttrice di testi nell’ambiente. È grazie a lei che Ada farà un incontro che la consacrerà come madre dell’informatica. Si tratta di Charles Babbage, scienziato che sta lavorando da tempo alla macchina analitica, un vero computer prima dei tempi.

Iniziò così una proficua collaborazione che, in un primo momento, vide Ada tradurre in inglese i lavori del matematico Luigi Menabrea, studi dedicati, appunto alla macchina analitica. Ma lei non si limitò solo a questo, studiò alternative e idee innovative, appuntando a margine del progetto varie note in cui mostrava la capacità di prevedere moltissime delle future applicazioni del computer.

Mentre Babbage si concentrava esclusivamente sul potenziale di calcolo della sua macchina, Ada si dimostrò molto più lungimirante, studiando un algoritmo che oggi viene riconosciuto come il primo programma informatico. Fu proprio basandosi sul lavoro di Ada Lovelace che Alan Touring mise le basi per costruire il primo moderno computer.

Molte delle sue ricerche non furono riconosciute o prese sul serio, anche se diversi matematici brevettarono studi basati sul suo lavoro, tuttavia Ada non si lasciò abbattere e continuò a studiare e a creare teorie persino dopo il matrimonio, lasciandoci immaginare che, se avesse vissuto ai nostri giorni, molto di più avrebbe potuto dare al mondo. Ebbe tre figli e morì a trentasei anni. Come suo padre.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute. Beulah Louise Henry

Nonostante la grande produttività e l’ingegno di Beulah Henry, della sua vita ne sappiamo veramente poco. Nata in North Carolina nel 1887, Beulah proviene da una famiglia conosciuta per le sue inclinazioni artistiche che, forse, costituiscono il punto di partenza per le sua prodigiosa inventiva. Frequenta ben due college ed è da subito chiaro il suo spiccato talento per le invenzioni. Prosegue dunque su questa ostica via che è di chiara percorrenza maschile ed è una delle pochissime donne al mondo – se non l’unica – che riesce a guadagnarsi un nome e una reputazione in questo campo, brevettando direttamente vari invenzioni, mentre altre inventrici della storia furono costrette a vendere le loro scoperte per due soldi. A uomini che poi hanno fatto una fortuna.

Soprannominata “Lady Einstein”, già nel 1912 la Beulah brevetta una macchina per fare il gelato, subito dopo deposita altri due brevetti: per una borsa a mano e per un fortunatissimo ombrello con il copriombrello abbinabile ai propri vestiti. Ed è proprio grazie a questo ombrello che, trasferitasi a New York, si lancia in una vera carriera di invenzioni e brevetti. Fonda e gestisce due compagnie, deposita oltre 45 brevetti (49 per l’esattezza), studia e migliora vari componenti meccanici, realizza bambole snodabili e parti mobili per bambole, inventa una nuova spugna lavapiatti che trattiene il sapone… Insomma, spazia fra una miriade di articoli di uso quotidiano – oltre un centinaio -, migliorandone le prestazioni e facilitando la vita a tutti noi.

Dopo il 1930, Beulah dedica la sua attenzione a implementare macchinari come la macchina da cucire e la macchina da scrivere. Inventa dunque nuovi componenti, poi brevettati, che potenziano moltissimo le capacità di questi macchinari, fra cui anche un brevetto per una macchina da scrivere che permette di realizzare quattro copie dello stesso documento originale senza copia carbone. È il Protograph, primitivo modello di fotocopiatrice molto prima della loro epoca.

Oltre a lavorare e brevettare a nome suo, Beulah Henry collabora con moltissime aziende per cui studia e inventa componenti e articoli di vario genere, aziende che brevetteranno tali invenzioni a loro nome, tuttavia Beulah è molto conosciuta e apprezzata nell’ambiente che le riconosce crediti per il suo straordinariamente prolifico lavoro. È lei a inventare i bigodini, la bambola che chiude gli occhi, l’apriscatole e moltissimi altri oggetti che usiamo tutt’oggi.

A New York, Beulah è una figura conosciuta ed enigmatica allo stesso tempo: mai sposata – o almeno questo è quello che risulta dalla sua biografia, molto scarna di dettagli personali – oltre al lavoro dedica il suo tempo a una miriade di interessi variegati come le sue invenzioni, passando dalla scrittura e pittura alla beneficenza per animali. Personaggio schivo dalla mente apertissima, di certo ha lasciato un segno nella storia del mondo.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute. Emmy Noether

”ad ogni simmetria continua che lascia invariata la densità di lagrangiana corrisponde una corrente conservata”

Amalie Emmy Noether

Lo so.
State calmi.
Questa volta ho esagerato, ma… C’è un ma.
Ho un’attrazione irresistibile per i buchi neri. Non scherzo.
Ho letto moltissimi articoli, teorie e storie su di essi. Eppure sento di non averne mai abbastanza, tuttavia mi manca la materia prima: la conoscenza.

Dovrei studiare matematica e fisica per almeno un millennio, sapendo che non basterebbe, ma vorrei sapere dove porta quel buco nero che inghiotte la stella e tutto ciò che le sta accanto. Tutto ciò che per molto tempo ha amato o che l’ha amata.

Romantica?
No.

Umana!
Semplicemente e imperfettamente umana.

Detto ciò, sono andata a cercare e a studiare il teorema a lei dovuto e… e niente.
Capirlo e comprenderlo appieno presuppone un sapere che non ho. Mannaggia a me.
C’è una cosa, però che posso dirvi con assoluta – o quasi – certezza: se un fatto deve avvenire, avverrà. Non importa quando e dove. Non importa il tempo, non importa lo spazio. Il momento perfetto si creerà e il destino si compirà.

Lo ammetto ho enfatizzato qualcosa di assolutamente ignoto e lo ho colorato di rosa, ombreggiandolo di rosso passione e adattandolo al mio volere. In poche parole, però, la Noether afferma questo. Certo, lo fa usando segni matematici, formule illeggibili e calcoli iperbolici. Quindi, non solo lo ha pensato, non sono ne ha appurato la veridicità, ma lo ha descritto scientificamente.

Ha realizzato qualcosa che tutt’ora è attuale, studiato e applicato. Fu definita come la più grande matematica mai esistita, Einstein le dedicò un articolo di apprezzamento sul New York Times e ci fu chi la definì l’Atena della matematica.
La sua mente ha elaborato una teoria talmente sorprendente che ancora oggi risulta valida.

La Noether è nata in Germania nel 1882 ed è morta nel 1935. È vissuta in un’epoca in cui una donna non poteva avere certe capacità, non avrebbe potuto superare il padre, famoso professore e studioso e non avrebbe dovuto avere una mente così brillante e così all’avanguardia.

Era una donna, per l’amor di Dio!
Avrebbe dovuto ricamare, occuparsi della famiglia, della casa e del cibo.
Non pensare, studiare, conoscere e capire.
Che diavoleria è mai questa?
Eppure lei lo fece.
E dopo di lei molte altre.
Alcune note, altre meno.
Alcune serene, altre oppresse.
Credo, però, che un po’ lo dobbiamo a loro, a persone come la Noether, se possiamo pensare, studiare e conoscere.

C’è molta strada da fare, lo so bene.
Alcune volte è una strada dissestata e irta, ma è pur sempre una strada che può essere percorsa. Se non per noi, per le donne di domani. Per le nostre figlie, nipoti, sconosciute.

Giorgia Golfetto

Le famose sconosciute. Florence Nightingale

Florence Nightingale, la signora con la lanterna

Chi non ha mai dovuto ricorrere alle professionali cure di un’infermiera?

Io ne ho usufruito diverse volte e tutte mi hanno lasciato un ricordo dolce, di cura, di competenza.

Ma ciò che appare scontato, naturale, semplice, in verità deve le sue origini a una donna intraprendente, intelligente, intuitiva, con un grande spirito altruistico: Florence Nightingale.

Florence è nata nel 1920 in una famiglia londinese molto ricca. Avrebbe potuto godersi il suo status e dimenticarsi delle bruttezze del mondo, ma l’impulso all’aiuto fu più forte. Come forte era il suo carattere.

Il padre fu pioniere dell’epidemiologia, e questo può spiegare forse la confidenza della donna con il mondo dei malati. Ma la rigidità della madre, appartenente alla élite borghese britannica, che osteggiò la scelta della giovane in tutti i modi, sarebbe potuta risultare un contraltare vincente.

E invece no. Rifiutò addirittura, sempre contro il parere della madre, il matrimonio con un suo storico corteggiatore, Richard Monckton Milnes, pur di non veder bloccati i suoi sogni.

L’amore doveva essere grande in questo politico e poeta, diventato poi pure Lord, che nonostante il rifiuto divenne negli anni il suo maggior sostenitore.

E che capì quanto per Florence fosse più importante seguire la propria strada, invece che adeguarsi alle aspettative della società di quell’epoca, che per una giovane del suo ceto prevedevano il matrimonio e la maternità. Ruoli a cui lei abdicò proprio per non vedersi ostacolata nei propri progetti.

Nel 1845 Florence intraprese una professione che non era affatto stimata, anzi: nei campi militari le infermiere erano assimilate alla vivandiere (e comunque… in zona di guerra qualsiasi ruolo è da ardimentosi. E senza cibo non si combatte), ma l’impulso alla cura di persone malate e indigenti fu molto più forte della gratificazione personale.

Da quel momento la sua vita è costellata di incontri formidabili con personaggi che l’hanno accompagnata nella sua missione. Senza dimenticare il padre che, illuminato, le concesse una rendita di 500 sterline annue (paragonabili agli attuali 40.000 euro) per permetterle di seguire la sua vocazione senza ansie economiche.

Dalla Crimea, dove ricevette il nomignolo di signora con la lanterna, e dove assicurò ai reparti ospedalieri alti livelli di pulizia e di ricambio d’aria, apportò grandi miglioramenti al sistema fognario, per evitare il ristagno di liquami infetti, ed evitò il sovraffollamento dei luoghi di degenza per contenere i contagi, in Turchia, dove con 38 donne fu l’antesignana creatrice del corpo infermieristico moderno, Florence approfondì l’arte dell’assistenza infermieristica, notando le debolezze del sistema usato, la scarsità grave di medicine, igiene e aria, la noncuranza del personale addetto e soprattutto delle autorità. Fece tesoro dell’intervento di medici competenti che con innovativi interventi bloccarono l’emorragia di morti tra i soldati feriti in modo grave.

Non si fermò davanti agli ostacoli. Non si fermò davanti allo scherno di chi vedeva le sue indicazioni inutili e perdite di tempo.

Non dimentichiamo che, nonostante le raccomandazioni di Ippocrate, i medici non tenevano in gran conto l’igiene, almeno fino al XIX secolo. Nelle cliniche in cui coesistevano studio e pratica, i medici si davano appena una pulita alle mani dopo aver fatto un’autopsia per poi procedere con un parto. La percentuale di mortalità infantile e delle puerpere non era certo insignificante come oggi (almeno nei Paesi cosiddetti civilizzati).

Ma mentre Ignaz Philipp Semmelweis, a metà Ottocento, fu ripudiato dalla comunità medica per aver notato che le donne e i bambini morivano per la trasmissione di germi trasportati dalle sale autoptiche, e che era necessario procedere a una pulizia antiseptica delle mani per abbassare il numero di decessi, grazie alla sua forza e determinazione Florence Nightingale invece ottenne attenzione da tutti coloro che collaboravano con lei.

Si può dire che i suoi accorgimenti siano i padri dei moderni sistemi di controllo dell’infezione.

Fondamentale affinché le cure chirurgiche prestate non vengano vanificate da sepsi.

Un’intuizione che mi lascia sbalordita, non per l’eccellenza in sé, ma perché è “sorta” in una donna che non aveva bisogno di lavorare, di pensare. Anzi: in una donna in un’epoca a cui le donne non era facile pensare per cambiare.

Negli anni tra la sua decisione di diventare infermiera e la partenza per la Crimea, visitò istituti all’avanguardia nella prestazione di cure mediche e di assistenza ai malati, assistette le autorità nelle legislazioni a supporto dei poveri, e scrisse libri che sarebbero stati pubblicati soltanto postumi.

Tornò in patria, acclamata come eroina, nel 1857, purtroppo preda di febbri, per cui soggiornò in isolamento autoimposto in un hotel. Fu una quarantena rigidissima, non volle ricevere nemmeno la madre e la sorella.

A proposito: la sorella si chiamava Parthenope. Le due giovani avevano visto la luce in Italia: la prima a Firenze e la seconda a Napoli. Da qui i nomi evocativi…

Una volta a Londra la Regina Vittoria la coinvolse nella costituzione della Royal Commission on the Health of the Army. Essendo donna non poteva aspirare a una nomina ufficiale, ma fu lei a scrivere il Rapporto Finale della Commissione, e grazie a quel dettagliato e monumentale lavoro, la sanità militare venne rivoluzionata, e molti ospedali furono costruiti seguendone le indicazioni.

In suo onore, mentre era ancora in Turchia, venne istituito il Nightingale Fund, per la formazione delle infermiere.

Negli anni successivi non smise mai di approfondire la professione, di divulgarla, di ampliarla.

Formò le donne che ne sarebbero diventate pioniere in varie parti del mondo.

Morì nel 1910, a 90 anni, anche se fin dal 1896 si trovò confinata a letto. Novanta anni impegnati nella cura degli altri, e nel miglior modo di farlo.

Una doppia valenza, quella d’amore e di conoscenza, che dona alle azioni delle persone la qualità di eroismo.

Dovrei scrivere ancora pagine e pagine di storia legata a questa donna, caparbia e indipendente, femminista senza spregio di genere, parlare dei riconoscimenti, degli onori, delle iniziative che le furono dedicati, ma mi fermo qui, con un ringraziamento a lei, e a tutti gli angeli, suoi ideali figli, generosi e spesso allegri, spesso rassicuranti, spesso burberi, che giorno e notte si prendono cura di chi non può farlo da solo negli ospedali, nelle cliniche, a domicilio, per la strada in un camper attrezzato, dentro a un’ambulanza.

Grazie.

Loredana Conti