La serietà leggera

Facendo zapping sulla tv (attività che riempie di gioia il mio lui) mi è caduto l’occhio – o forse dovrei dire l’orecchio – su una frase detta da un anziano giapponese che sembrava stesse iniziando una giovane europea. Iniziarla a cosa non ve lo so dire, perché mentre l’orecchio mi cadeva sulla frase, l’occhio faceva lo stesso con l’angolo sinistro dello schermo e lì compariva la scritta XXX. Ma è stato solo un attimo, avevo già cambiato canale.

Quello che invece mi è rimasto impresso è stata la frase di cui voglio parlarvi, frase rivisitata da me perché non la ricordo con precisione (a quanto pare, il binomio saggezza/lussuria mi aveva stordito):

“Tratta i problemi seri con leggerezza e quelli piccoli con serietà.”

Magari è una frase famosa detta da qualche Osho e no, non ho fatto alcuna ricerca su Google per scoprirlo, preferisco vivere nell’incertezza dell’immaginato. Fatto sta che è la prima volta che la sento.

È una frase molto semplice. Un consiglio, per la precisione, un insegnamento. È anche una frase breve, bella da ascoltare. Nella sua brevità racchiude un paio di parole chiave magistralmente usate per creare due concetti complessi.

I problemi seri. I problemi seri sono da sempre grattacapi non indifferenti. Creano ansie, stress, preoccupazione e altre emozioni poco gradevoli. Tutti vorremmo farne a meno, evitarli per quanto possibile e ciò è del tutto naturale. Naturali però sono pure i problemi seri, pare facciano parte della vita. Il consiglio dunque non è su come evitarli, ma su come affrontarli. Con leggerezza. Atteggiamento molto zen, difficilmente raggiungibile da noi comuni mortali inghiottiti da situazioni più grandi di noi.

Eppure trovo il semplice/complesso consiglio validissimo. Se solo si sapesse come applicarlo. Ma passiamo alla seconda parte, più semplice. Forse.

I piccoli momenti. I piccoli momenti di tutti i giorni, anche non necessariamente intesi come “problemi”. Attimi scontati, una parola troppo sbrigativa a chi ci vuole bene, lo scocciarsi per un nonnulla. Sommersi infatti dai “problemi seri” di cui parlavamo prima, chi ha tempo – o semplicemente voglia – di star lì ad analizzare le piccole cose, a trattarle con serietà?

La vita scorre veloce, gli impegni si accavallano, il tempo non basta mai. Anche se troppo spesso ci si dimentica, la vita è fatta di piccole cose, appunto. Sarebbe bello dar loro il giusto peso, trattarle con serietà, renderle importanti ai nostri occhi. O ai nostri cuori.

Perché le cose che diamo per scontate non lo sono mai.

Annabelle Lee

Il giusto equilibrio.

No, non so quale sia. Come cosa? Il giusto equilibrio, no?

È solo un titolo che funge da promemoria: Ricordarsi il giusto equilibrio! Ma del resto non so come si fa.

L’argomento di oggi è l’ambizione. Una caratteristica molto producente se si riesce a stare nel titolo. Altrimenti, da qualità diventa velocemente difetto. Uno non può mai stare tranquillo, lo so.

Guardandomi intorno – io no, non sono provvista di tale forza – noto che c’è una discreta campagna di supporto nel coltivare l’ambizione:

Se non smetti di lottare per quello in cui credi, alla fine ci riuscirai!

dicono

Restare focalizzati sui propri obiettivi ti avvicinerà a loro!

oppure

Non fermarti al primo ostacolo, continua a proseguire verso quello che sogni!

Tutto molto bello e giusto. Non fosse per quella piccola domandina che continua a girarmi in testa. Inseguire i sogni, centrare gli obbiettivi, raggiungere lo scopo – a che prezzo?

Non fraintendetemi, avere idee e lottare per realizzarle è sempre positivo. Il mio piccolo dubbio si palesa in quelle situazioni persino troppo comuni in cui l’obiettivo da raggiungere è talmente lontano o così ambizioso da richiedere non solo sacrifici, ma anche parecchi compromessi.

Quando sulla strada del successo si perdono pezzi di cuore.

Quando per arrivare in alto si calpestano i sentimenti.

Quando si è concentrati sulla meta e si perde il viaggio.

Quando si arriva lontano e si realizza che tutto quello che contava davvero è rimasto lontano.

Quando si raggiunge lo scopo e ci si rende conto che non era poi così importante.

Annabelle Lee

La bella compagnia

A nessuno piace stare solo. Troppo generalista? D’accordo, d’accordo, se proprio insistete posso cambiare questa affermazione in qualcosa di meno drastico. Una domanda.

A chi piace stare da solo?

Siate sinceri, anche perché so già la risposta.

È nella nostra indole: confrontarsi, fare comunità, dialogare, creare legami, incrociare destini. Siamo fatti per stare vicini, per parlare di noi e impicciarci degli altri, non c’è niente da fare. E nulla di male.

La solitudine non piace, intristisce, devi guardarti dentro, renderti conto chi sei, cosa vuoi, dove stai andando, sai che noia! Meglio stare in compagnia.

Ora che finalmente siamo capaci di interagire a distanza, adesso che riusciamo a organizzare aperitivi e cene con poche parole inviate da un click, il problema della comunicazione è risolto.

Risolto un corno. Adesso organizziamo cene via wazzap con i nostri amici o la famiglia e quando siamo insieme non alziamo gli occhi dallo schermo. Agli aperitivi teniamo il bicchiere in una mano, il cellulare nell’altra e niente, abbiamo finito le mani. Quando usciamo per una passeggiata lungo mare al chiaror di luna non c’illumina la luna, è lo schermo dello smartphone. È bello stare insieme!

Che poi io mi domando: se tutti quelli con cui volevamo uscire a cena sono qui, seduti accanto a noi, con chi di grazia stiamo chattando? A chi stiamo mandando note vocali che neanche il lancio dei missili atomici richiede tanta concentrazione, mentre il cameriere si dondola da una gamba all’altra aspettando il nostro ordine?

Dopo un’attenta riflessione credo di aver capito. Siamo completamente presi nel fingere di partecipare alle vite degli altri. Gli altri chi? Gli altri che fingono di vivere la vita che si presume noi vorremmo vivere. Un circolo vizioso. Un girone infernale ancora non descritto nei libri: Dante, è possibile aggiornare l’Inferno?

Su Istagram seguiamo esemplari plastificati di donne con gambe chilometriche che passano le estati supine sugli yacht e gli inverni a sciare in costume da bagno, poi maschi da copertina senza un capello fuori posto, perennemente alla guida di macchine potenti e in compagnia di esemplari plastificati di donne con gambe chilometriche… scusate, sono entrata nel girone. E ancora gatti tenerissimi “ma hai visto questo, che amore?”, poi Youtube, con esperti di fitness che non imiteremo mai, beauty blogger, fashion guru, vlogger, socialites, influencer, influenzati, ops. C’è anche Facebook, lì sì che possiamo interagire e sentirci intellettuali, passano anche le notizie “l’hai sentita l’ultima?”, rigorosamente fake, montature ad arte per l’imbecillimento di massa, ma è bello, siamo partecipi, possiamo dire la nostra.

Nel mentre, la vita va avanti, gli affetti veri sono seduti accanto a noi ma invisibili, forse presi anche loro nella “rete”.

Annabelle Lee

Polenta, il cibo della nostalgia

Cibo dei poveri, di famiglia raccolta intorno a un camino, di silenzio rischiarato appena da una candela, di bicchiere di vino annacquato per rimandarne la fine. Di donne intorno a un paiolo. Di calore.

La polenta.

Umberto Saba la sfiora e la include nella storia dell’anima antica, dell’anima immediata, nella sua poesia “Cucina economica”:

Immensa gratitudine alla vita
che ha conservate queste care cose;
oceano di delizie, anima mia!
Oh come tutto al suo posto si trova!
Oh come tutto al suo posto è restato!
In grande povertà anche è salvezza.
Della gialla polenta la bellezza
mi commuove per gli occhi; il cuore sale
per fascini più occulti, ad un estremo
dell’umano possibile sentire.
Io, se potessi, io qui vorrei morire,
qui mi trasse un istinto. Indifferenti
cenano accanto a me due muratori;
e un vecchietto che il pasto senza vino
ha consumato, in sé si è chiuso e al caldo
dolce accogliente, come nascituro
dentro il grembo materno. Egli assomiglia
forse al mio povero padre ramingo,
cui malediva mia madre; un bambino
esterrefatto ascoltava. Vicino
mi sento alle mie origini; mi sento
se non erro, ad un mio luogo tornato;
al popolo in cui muoio, onde sono nato.

Più amata al nord che al sud, dove invece impera la pastasciutta, la polenta è un piatto antichissimo in Italia, anche se quella di mais è relativamente recente. Prima del XVII secolo, epoca in cui il cereale fu coltivato in Italia – in Europa arrivò nel 1500 circa, importato dalle Americhe – , per fare la polenta si usavano farro, segale, grano saraceno (quest’ultimo importato dall’Asia).

Per la sua storia completa dei richiami letterari, vi rimando al sito Centro Studi Camporesi:   http://www.griseldaonline.it/camporesi/cibo/polenta.html, che ne fa un excursus esaustivo, ma anche divertente e intrigante, passando dal parallelo con la Madeleine di Proust all’importanza dell’alimento per le popolazioni del nord, ma anche di quelle montanare di tutta Italia.

Di tipi di polenta ce ne sono diversi: la più famosa è quella di mais giallo, ma ottime se ne trovano di cereali vari, integrali o di mais bianco. È sempre più diffusa anche al sud la taragna, che è di mais giallo e grano saraceno: più rustica, non solo nell’aspetto.

Intanto diciamo che oggi per fare la polenta non c’è più bisogno di passare un’ora davanti ai fornelli, nell’intento contestuale di sviluppare il bicipite destro (sinistro per i mancini, ovvio), di non far attaccare la farina di mais sulle pareti della pentola e di non lasciare che si aggrumi, rimestandola con forza e pazienza.

Non che non sia ancora possibile, tutt’altro: ci sono in commercio signore farine di mais che richiedono la tradizionale mescolata. Ammetto che la differenza si nota: al mio palato risultano più buone.

Di questo tipo lascio la descrizione della preparazione a Jacopo Facen, nella sua “Il mais e la polenta”:

…l’acqua gurgita e rigurgita,
mena vortici e capitomboli,
stride e crepita, fuor dal margine
balza e trabocca e lungi lungi le bolle scocca.
Su dunque subito, su versa tutta
in mezzo ai vortici che l’acqua erutta
la farina e via pian piano,
colla mestola, colla spatola,
col materello lungo un’asta,
abbrancato nella mano,
manipola, rimescola, voltala e rivoltala…
sopra il foco che la cuoce,
che l’asciuga e la svapora,
che l’informa, che diventa giallo bionda,
tonda tonda, la balsamica polenta.

Sarebbe da gettare la spugna, considerando i tempi a disposizione e le energie residue magari dopo una giornata di lavoro fuori casa. Ma perché rinunciare? In commercio ci sono diversi tipi di polenta istantanea, io uso la Viva Mais (biologica) che in soli otto minuti regala un risultato molto simile a quello della polenta tradizionale.

Le istruzioni sono semplicissime:

    per 4 persone far bollire 2 litri d’acqua (se quella del rubinetto è troppo calcarea, o di sapore sgradevole, meglio usare una oligominerale),
    salarla e aggiungere 500 grammi di farina a pioggia
    farla cuocere per sette minuti
    spegnere il fuoco e lasciarla un altro minuto nella pentola chiusa.

Le ricette che vedono protagonista la polenta sono molte: ai funghi, con il gorgonzola, con il ragù, con il pesce, fritta.

Io provo a offrirvi una ricetta che amo molto, buona per tutti, sia in versione totalmente vegetale che in quella vegetariana: ai funghi porcini.

Non c’è bisogno di andare a fare una scampagnata nei boschi per reperirli, visti i pericoli connessi. No, non parlo del lupo cattivo, ma della difficoltà nel riconoscere un fungo edibile da uno velenoso. Meglio acquistarli surgelati e mischiarli a quelli secchi.

Quindi:

  • per prima cosa mettere in acqua tiepida – non calda – una manciata di funghi porcini secchi. Io li spolvero con le dita prima di immergerli. Lasciarli decantare e ammorbidire per almeno un’ora (di più va bene ugualmente).
  • Soffriggere un paio di spicchi d’aglio in olio extra vergine di oliva. Io li schiaccio senza tagliarli. Se preferite tagliare l’aglio a fettine, allora ne basta uno spicchio. Portare solo a imbiondimento, mi raccomando.
  • Aggiungere i funghi surgelati, diciamo un’intera confezione da 300 grammi.
  • Saltarli ben bene, sfumandoli con del vino bianco secco. Buono. Se c’è una cosa che può mandare all’aria la preparazione di un piatto è quella di usare del vino scadente: se è cattivo per berlo, è cattivo pure per mangiarlo.
  • Una volta ammorbiditi i funghi surgelati aggiungere quelli secchi, magari sminuzzati.
  • Amalgamare il tutto, se serve aggiungendo un po’ d’acqua d’ammollo dei funghi, facendo attenzione a non far scivolare la terra che si sarà depositata sul fondo del recipiente.
  • Cuocere per altri cinque minuti.
  • Aggiungere 700 grammi di passata di pomodoro. Ottima, temo inarrivabile se non da produzioni casalinghe, quella di Alce Nero. Pure cara, va da sé, ma davvero superiore, anche come resa.
  • Continuare la cottura, aggiungendo sale a piacere, fino a quando il gusto perde il sapore di crudo.
  • Impiattare la polenta e aggiungere un mestolo di sugo per ogni porzione, spolverando con del pecorino romano per la versione vetariana, o mix di mandorle non pelate e sale, opportunamente polverizzati al mixer, per la versione totalmente vegetale.

E buonissimo appetito, tra nostalgia, profumo di bosco e chiacchiere invernali, pure d’estate. E un bel bicchiere, non annacquato, di Sangiovese.

Loredana Conti

La bellezza del futile

– Confessioni vaneggianti –

Non riesco a scrivere con font di dubbia estetica e neanche con penne brutte. L’eleganza della lettera che appare sullo schermo una volta premuto il tasto o la sensazione di piacere tattile che m’infonde una penna ben fatta, sono tutti elementi che influiscono sulla qualità del risultato. Mai si potrebbe dire il contrario, tuttavia.

Spesso preferisco le nature morte ai vividi ritratti, c’è una bellezza immortale in esse mentre i poveri soggetti vivi sono di rado veramente belli, forse perché vi è in loro già la morte.

Scelgo gli oggetti per il loro aspetto, a volte a discapito della loro funzione. Evito di farlo con gli umani però: c’è già troppo a discapito della loro funzione.

Spreco le energie alla ricerca del bello, per il brutto non devo fare alcuno sforzo.

Prediligo posate di design, anche se non cucino.

Ammiro la bellezza. Uno dei miei più bei difetti.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute: Maria Tallchief

Diventare una ballerina deve essere difficile. Diventare prima ballerina quasi impossibile. Diventare prima ballerina provenendo da una tribù di nativi americani negli anni ’40 di certo è unico.

Questa è la storia di Maria Tallchief, all’epoca Elizabeth Marie Tall Chief, nata nel 1925 nella tribù Osage stabilitasi nella riserva indiana di Fairfax, Oklahoma. Il padre, Alexander Joseph Tall Chief, discendente dai capi tribù, un uomo alto (come dice anche il suo nome) e molto affascinante, sposò una ragazza tedesca da cui ebbe tre figli. La moglie morì quando i figli erano piccoli e lui sposò Ruth, una bella ragazza di origini scozzesi/irlandesi.

La vera protagonista di questa storia dovrebbe essere infatti Ruth, la madre di Beth Marie, donna piena di determinazione e persino ambiziosa. Anche se molto occupata a star dietro a un marito troppo bello, arricchito troppo in fretta (la tribù di Tall Chief era diventata ricca in seguito alla scoperta di petrolio nelle sue terre e il suocero fu uno dei maggiori beneficiari in quanto capo tribù) e col vizio del troppo bere, Ruth si dedicò instancabilmente all’educazione dei figli.

Appena compiuti tre anni, Maria fu mandata a prendere lezioni di danza, seguita a breve da sua sorella più piccola, Marjorie. La madre aveva incontrato una maestra di balletto itinerante che era alla ricerca di nuovi allievi e l’occasione le sembrò troppo buona per farsela scappare. Quello che non sapeva era che la maestra era una pessima maestra e fu solo un miracolo che non distrusse la carriera o la salute della ragazza con la sua unica fissa: le scarpette da ballerina. La professoressa non faceva altro che obbligare Maria a imparare figure di danza in punta di piedi, tralasciando completamente le basi di questa complessa disciplina. La madre poi, senza capire l’importanza e la delicatezza della tecnica del ballo sulle punte, le comprava scarpette di un numero più grande che riempiva di stracci, in modo da non doverle acquistare troppo spesso. Maria danzava e subiva, la gente guardava ammirata, la madre era fiera, la professoressa soddisfatta.

Maria imparò a leggere e a scrivere molto precocemente grazie alla dedizione della madre verso l’altro figlio, Jerry. Colpito gravemente alla testa mentre da piccolo giocava coi cavalli, Jerry aveva grosse difficoltà di apprendimento e la madre spendeva intere ore nell’insegnargli le basi. A forza di sentire spiegare al fratello, Maria imparò moltissimo, tanto che, quando a cinque anni la iscrissero alla Scuola Cattolica, l’insegnante la avanzò di due classi rispetto alla sua età.

La scuola procedeva, così come le ripetizioni di danza. Ora la madre non sognava solo un futuro da musical per le sue figlie ma, scoperto il loro ottimo orecchio, le iscrisse a lezioni di piano. Anche in quel caso, Maria dimostrò molto talento, applicandosi coscienziosamente e esercitandosi ogni giorno mentre i suoi fratellastri e cugini giocavano spensierati nei campi.

Le piccole sorelle partecipavano a spettacoli, vaudeville e rodeo (che incutevano terrore a Maria), la madre confezionava per loro improbabili costumi di scena, oramai erano conosciute e ammirate in tutta la zona. Ma Ruth non era contenta. Fairfax le stava stretta, le sue figlie erano sì talentuose, ma non potevano crescere oltre, il marito stava buttando via la vita nell’alcol, il figlio era irrimediabilmente danneggiato… E, dopotutto, nelle sue vene scorreva il sangue dei veri pionieri partiti alla scoperta di nuovi mondi. Convinse il marito, impacchettò le cose, prese i figli e partirono alla volta di Los Angeles.

Una volta arrivati, fermi in una stazione di servizio per fare benzina, Ruth chiese al tizio del distributore se per caso conoscesse una buona scuola di danza. Lui pensò per un secondo e rispose:

“Ma certo: la Ernest Belcher’s Studio.”

E quello fu il modo in cui decisero dove stabilirsi. La sorte volle che Ernest Belcher fosse un insegnante di prim’ordine che si rese conto immediatamente delle capacità di Maria, così come delle sue lacune dovute alla scuola sbagliata e della sua predisposizione per la danza classica invece che per i balli popolari o nazionali. Insistette per ripartire dalle basi e così fece, con la benedizione della madre.

Tutt’altra storia nella scuola pubblica. Senza dar peso allo stato di avanzamento scolastico della ragazza, inserirono Maria nella classe della sua età dove lei perse solo del tempo finché la madre spostò entrambe le sorelle in un istituto più avanzato. Lì si studiava per davvero, peccato che i compagni la prendessero continuamente in giro per il suo doppio cognome (Tall Chief) e le sue origini indiane, chiedendole perché non si mettesse delle piume in testa o se il padre collezionasse ancora scalpi. Molto divertente. La ragazza finì per accorpare il suo cognome in un’unica parola (Tallchief), ovviando così al problema dell’ordine alfabetico tanto caro alla scuola, ma poco poté fare per il resto.

Le due sorelle facevano notevoli progressi alla scuola di danza, tanto che, all’età di dodici e dieci anni e mezzo, la madre — senza neanche avvisare Belcher — le spostò a un’altra scuola di ballo. Si trattava della Bronislava Nijinska Studio di cui lo stesso Ernest Belcher aveva parlato a Ruth. La Nijinska era la sorella del grande VlasvavNijinski e, come lui, aveva studiato alla Imperial Theatre School a San Pietroburgo, una vera istituzione.

La ragazza fu affascinata da questa insegnante dai capelli grigi, all’apparenza semplice e insignificante e che non parlava una parola di inglese, ma dal portamento regale e la tecnica perfetta. Maria assorbiva tutti gli insegnamenti, persino le correzioni che la Nijinska faceva ad altre allieve, era una ragazza disciplinata che lavorava duro e che amava ballare.

“Madame dice: quando dormi, dormi come una ballerina. Persino quando attendi l’autobus, fallo da ballerina.”

Questo traduceva il marito della Nijinska. Poche parole, poche indicazioni, ma tanti insegnamenti non verbali, fatti di gesti e di sguardi. Fu nella sua scuola che la ragazza realizzò quello che voleva davvero fare: diventare una ballerina professionista.

La Nijinska capì la sua decisione e la prese sul serio, le dedicò molto tempo e la seguì attentamente per tutta la durata della sua permanenza nella scuola.

A diciassette anni, età importantissima per il futuro di un’aspirante ballerina, il padre decise che era ora per Maria di trovarsi un lavoro per ripagare le lezioni di ballo e piano di tutti questi anni. Dopo un momento di incertezza, sostenuta dalla madre, Maria partì per New York dove si presentò a un’audizione del Ballet Russe de Monte Carlo. I suoi sacrifici e la sua bravura furono ripagati: fu presa nel corpo di ballo.

Il resto è storia: il nome Maria Tallchief iniziò a essere conosciuto negli ambienti, il famoso coreografo George Balanchine creò dei ruoli per lei, poi, quando fondò la propria compagnia di ballo, Maria diventò prima ballerina. Le sue performance erano notevoli, la critica la osannava, si arrivò persino a farle pressione per cambiare il suo nome in Talchieva (come era sovente fare fra ballerini non russi per accrescere la loro popolarità), cosa che lei rifiutò assolutamente. Fu la prima ballerina americana a ballare con l’Opéra de Paris al Bolshoi Theatre, girò i palchi più famosi del mondo, lavorò con Nureyev, partecipò a moltissimi show televisivi.

Sposò Balanchine, per annullare il matrimonio in seguito, ma i due restarono in ottimi rapporti e continuarono a lavorare insieme a lungo. Si risposò altre due volte ed ebbe una figlia, Elise Maria Paschen, che diventò poetessa e direttrice del Poetry Society of America.

Una volta ritiratasi dalle scene, Maria Tallchief diventò direttore artistico per la Lyric Opera di Chicago dove in seguito, insieme alla sorella (famosa ballerina anche lei) fondò la Lyric Opera’s ballet school.

Morì a ottantotto anni per una complicazione in seguito alla rottura del bacino. Quando si dice destino.

Annabelle Lee

La magia dell’estate

Adoro l’estate. In autunno divento malinconica e assente vivendo nel suo ricordo, in inverno bramo gelata il suo odore, in primavera assaporo l’attesa come un amante che conta i giorni che lo dividono dall’amata.

Ma poi l’estate arriva. Generalmente, arriva sempre. E io torno a vivere. Peccato che, insieme a me, torna a vivere anche il popolo dei vacanzieri. Orde di gente si riversa sulle spiagge, cavallette in ciabatte invadono le città, ciclisti in gruppi da cinquanta pedalano sudanti su vie a senso unico. E fin qui… Il problema è solo mio che non sopporto la gente.

Non illudetevi. Ci sono per tutti i gusti, ci riguardano tutti. E non solo.

Ci sono quelli che fumano e sotterrano le cicche sotto la sabbia, perché si sa che lì spariscono miracolosamente.

Quelli che si ungono con creme e oli antisole a buon mercato creando sull’acqua una patina oleosa di venti metri intorno a loro ogni volta che si fanno il bagno.

Quelli che, dopo una giornata al lago, si lavano con shampoo e bagno doccia. Nel lago. Perché l’igiene è importante.

Quelli che pensano che i braccioli mezzi sgonfi del pargolo non serviranno più e li lasciano per ricordo in spiaggia.

Quelli che si rinfrescano di birra e vogliono partecipare alla decomposizione del vetro abbandonando le bottiglie in giro. Perché ci mette più di 2000 anni a scomparire ed è bello far parte della storia.

Quelli che sputano le gomme per terra. Perché se la mangi è biodegradabile.

Quelli che fanno le passeggiate nei boschi e incidono i loro nomi sugli alberi. Perché è importante conoscere i nomi dei cretini.

E la lista continua. Ebbene, a tutti questi voglio dire una cosa:

Tranquilli, i vostri sforzi saranno ripagati. Un domani i vostri figli nuoteranno nella plastica — che vi era tanto cara — e respireranno a pieni polmoni polveri sottili. Perché l’estate arriva. Arriva sempre.

Annabelle Lee