Le famose sconosciute: Maria Tallchief

Diventare una ballerina deve essere difficile. Diventare prima ballerina quasi impossibile. Diventare prima ballerina provenendo da una tribù di nativi americani negli anni ’40 di certo è unico.

Questa è la storia di Maria Tallchief, all’epoca Elizabeth Marie Tall Chief, nata nel 1925 nella tribù Osage stabilitasi nella riserva indiana di Fairfax, Oklahoma. Il padre, Alexander Joseph Tall Chief, discendente dai capi tribù, un uomo alto (come dice anche il suo nome) e molto affascinante, sposò una ragazza tedesca da cui ebbe tre figli. La moglie morì quando i figli erano piccoli e lui sposò Ruth, una bella ragazza di origini scozzesi/irlandesi.

La vera protagonista di questa storia dovrebbe essere infatti Ruth, la madre di Beth Marie, donna piena di determinazione e persino ambiziosa. Anche se molto occupata a star dietro a un marito troppo bello, arricchito troppo in fretta (la tribù di Tall Chief era diventata ricca in seguito alla scoperta di petrolio nelle sue terre e il suocero fu uno dei maggiori beneficiari in quanto capo tribù) e col vizio del troppo bere, Ruth si dedicò instancabilmente all’educazione dei figli.

Appena compiuti tre anni, Maria fu mandata a prendere lezioni di danza, seguita a breve da sua sorella più piccola, Marjorie. La madre aveva incontrato una maestra di balletto itinerante che era alla ricerca di nuovi allievi e l’occasione le sembrò troppo buona per farsela scappare. Quello che non sapeva era che la maestra era una pessima maestra e fu solo un miracolo che non distrusse la carriera o la salute della ragazza con la sua unica fissa: le scarpette da ballerina. La professoressa non faceva altro che obbligare Maria a imparare figure di danza in punta di piedi, tralasciando completamente le basi di questa complessa disciplina. La madre poi, senza capire l’importanza e la delicatezza della tecnica del ballo sulle punte, le comprava scarpette di un numero più grande che riempiva di stracci, in modo da non doverle acquistare troppo spesso. Maria danzava e subiva, la gente guardava ammirata, la madre era fiera, la professoressa soddisfatta.

Maria imparò a leggere e a scrivere molto precocemente grazie alla dedizione della madre verso l’altro figlio, Jerry. Colpito gravemente alla testa mentre da piccolo giocava coi cavalli, Jerry aveva grosse difficoltà di apprendimento e la madre spendeva intere ore nell’insegnargli le basi. A forza di sentire spiegare al fratello, Maria imparò moltissimo, tanto che, quando a cinque anni la iscrissero alla Scuola Cattolica, l’insegnante la avanzò di due classi rispetto alla sua età.

La scuola procedeva, così come le ripetizioni di danza. Ora la madre non sognava solo un futuro da musical per le sue figlie ma, scoperto il loro ottimo orecchio, le iscrisse a lezioni di piano. Anche in quel caso, Maria dimostrò molto talento, applicandosi coscienziosamente e esercitandosi ogni giorno mentre i suoi fratellastri e cugini giocavano spensierati nei campi.

Le piccole sorelle partecipavano a spettacoli, vaudeville e rodeo (che incutevano terrore a Maria), la madre confezionava per loro improbabili costumi di scena, oramai erano conosciute e ammirate in tutta la zona. Ma Ruth non era contenta. Fairfax le stava stretta, le sue figlie erano sì talentuose, ma non potevano crescere oltre, il marito stava buttando via la vita nell’alcol, il figlio era irrimediabilmente danneggiato… E, dopotutto, nelle sue vene scorreva il sangue dei veri pionieri partiti alla scoperta di nuovi mondi. Convinse il marito, impacchettò le cose, prese i figli e partirono alla volta di Los Angeles.

Una volta arrivati, fermi in una stazione di servizio per fare benzina, Ruth chiese al tizio del distributore se per caso conoscesse una buona scuola di danza. Lui pensò per un secondo e rispose:

“Ma certo: la Ernest Belcher’s Studio.”

E quello fu il modo in cui decisero dove stabilirsi. La sorte volle che Ernest Belcher fosse un insegnante di prim’ordine che si rese conto immediatamente delle capacità di Maria, così come delle sue lacune dovute alla scuola sbagliata e della sua predisposizione per la danza classica invece che per i balli popolari o nazionali. Insistette per ripartire dalle basi e così fece, con la benedizione della madre.

Tutt’altra storia nella scuola pubblica. Senza dar peso allo stato di avanzamento scolastico della ragazza, inserirono Maria nella classe della sua età dove lei perse solo del tempo finché la madre spostò entrambe le sorelle in un istituto più avanzato. Lì si studiava per davvero, peccato che i compagni la prendessero continuamente in giro per il suo doppio cognome (Tall Chief) e le sue origini indiane, chiedendole perché non si mettesse delle piume in testa o se il padre collezionasse ancora scalpi. Molto divertente. La ragazza finì per accorpare il suo cognome in un’unica parola (Tallchief), ovviando così al problema dell’ordine alfabetico tanto caro alla scuola, ma poco poté fare per il resto.

Le due sorelle facevano notevoli progressi alla scuola di danza, tanto che, all’età di dodici e dieci anni e mezzo, la madre — senza neanche avvisare Belcher — le spostò a un’altra scuola di ballo. Si trattava della Bronislava Nijinska Studio di cui lo stesso Ernest Belcher aveva parlato a Ruth. La Nijinska era la sorella del grande VlasvavNijinski e, come lui, aveva studiato alla Imperial Theatre School a San Pietroburgo, una vera istituzione.

La ragazza fu affascinata da questa insegnante dai capelli grigi, all’apparenza semplice e insignificante e che non parlava una parola di inglese, ma dal portamento regale e la tecnica perfetta. Maria assorbiva tutti gli insegnamenti, persino le correzioni che la Nijinska faceva ad altre allieve, era una ragazza disciplinata che lavorava duro e che amava ballare.

“Madame dice: quando dormi, dormi come una ballerina. Persino quando attendi l’autobus, fallo da ballerina.”

Questo traduceva il marito della Nijinska. Poche parole, poche indicazioni, ma tanti insegnamenti non verbali, fatti di gesti e di sguardi. Fu nella sua scuola che la ragazza realizzò quello che voleva davvero fare: diventare una ballerina professionista.

La Nijinska capì la sua decisione e la prese sul serio, le dedicò molto tempo e la seguì attentamente per tutta la durata della sua permanenza nella scuola.

A diciassette anni, età importantissima per il futuro di un’aspirante ballerina, il padre decise che era ora per Maria di trovarsi un lavoro per ripagare le lezioni di ballo e piano di tutti questi anni. Dopo un momento di incertezza, sostenuta dalla madre, Maria partì per New York dove si presentò a un’audizione del Ballet Russe de Monte Carlo. I suoi sacrifici e la sua bravura furono ripagati: fu presa nel corpo di ballo.

Il resto è storia: il nome Maria Tallchief iniziò a essere conosciuto negli ambienti, il famoso coreografo George Balanchine creò dei ruoli per lei, poi, quando fondò la propria compagnia di ballo, Maria diventò prima ballerina. Le sue performance erano notevoli, la critica la osannava, si arrivò persino a farle pressione per cambiare il suo nome in Talchieva (come era sovente fare fra ballerini non russi per accrescere la loro popolarità), cosa che lei rifiutò assolutamente. Fu la prima ballerina americana a ballare con l’Opéra de Paris al Bolshoi Theatre, girò i palchi più famosi del mondo, lavorò con Nureyev, partecipò a moltissimi show televisivi.

Sposò Balanchine, per annullare il matrimonio in seguito, ma i due restarono in ottimi rapporti e continuarono a lavorare insieme a lungo. Si risposò altre due volte ed ebbe una figlia, Elise Maria Paschen, che diventò poetessa e direttrice del Poetry Society of America.

Una volta ritiratasi dalle scene, Maria Tallchief diventò direttore artistico per la Lyric Opera di Chicago dove in seguito, insieme alla sorella (famosa ballerina anche lei) fondò la Lyric Opera’s ballet school.

Morì a ottantotto anni per una complicazione in seguito alla rottura del bacino. Quando si dice destino.

Annabelle Lee

La magia dell’estate

Adoro l’estate. In autunno divento malinconica e assente vivendo nel suo ricordo, in inverno bramo gelata il suo odore, in primavera assaporo l’attesa come un amante che conta i giorni che lo dividono dall’amata.

Ma poi l’estate arriva. Generalmente, arriva sempre. E io torno a vivere. Peccato che, insieme a me, torna a vivere anche il popolo dei vacanzieri. Orde di gente si riversa sulle spiagge, cavallette in ciabatte invadono le città, ciclisti in gruppi da cinquanta pedalano sudanti su vie a senso unico. E fin qui… Il problema è solo mio che non sopporto la gente.

Non illudetevi. Ci sono per tutti i gusti, ci riguardano tutti. E non solo.

Ci sono quelli che fumano e sotterrano le cicche sotto la sabbia, perché si sa che lì spariscono miracolosamente.

Quelli che si ungono con creme e oli antisole a buon mercato creando sull’acqua una patina oleosa di venti metri intorno a loro ogni volta che si fanno il bagno.

Quelli che, dopo una giornata al lago, si lavano con shampoo e bagno doccia. Nel lago. Perché l’igiene è importante.

Quelli che pensano che i braccioli mezzi sgonfi del pargolo non serviranno più e li lasciano per ricordo in spiaggia.

Quelli che si rinfrescano di birra e vogliono partecipare alla decomposizione del vetro abbandonando le bottiglie in giro. Perché ci mette più di 2000 anni a scomparire ed è bello far parte della storia.

Quelli che sputano le gomme per terra. Perché se la mangi è biodegradabile.

Quelli che fanno le passeggiate nei boschi e incidono i loro nomi sugli alberi. Perché è importante conoscere i nomi dei cretini.

E la lista continua. Ebbene, a tutti questi voglio dire una cosa:

Tranquilli, i vostri sforzi saranno ripagati. Un domani i vostri figli nuoteranno nella plastica — che vi era tanto cara — e respireranno a pieni polmoni polveri sottili. Perché l’estate arriva. Arriva sempre.

Annabelle Lee

Il club dei mangiatori di canapa

No, non proprio di canapa: di hashish.

Era la metà del diciannovesimo secolo: Theophile Gautier, giornalista, scrittore, poeta (“impeccabile” secondo Baudelaire, che gli dedicò il suo “Les fleurs du mal”), fondò Le club de Hachichins che contò funzionali o prestigiosi soci: il medico Moreau de Tours (lui porterà il primo pezzetto della misteriosa e scura pasta, da uno dei suoi frequenti viaggi in Oriente), e i grandissimi artisti Gérard De Nérval, Victor Hugo, Alexandre Dumas padre, Eugene Delacorix, Honoré Daumier, Honoré de Balzac, e lo stesso Charles Baudelaire

Insieme ad altri intellettuali, si incontravano una volta al mese a Parigi al Pimodan — hotel in cui risiedevano il pittore Boissard e lo stesso Baudelaire, le cui tre stanze sembra gli somigliassero come fossero fratelli —, per consumare cannabis o per valutarne, da spettatori, gli effetti sui fruitori.

Lui, Gautier, personaggio controverso, aveva il compito di redigere una sorta di cronaca, ma il suo talento trasformò il reportage in un piccolo gioiello letterario: “Il club dei mangiatori di hashish”, appunto.

Molte e diverse furono le reazioni all’esperimento: da esultanza per l’esaltazione delle qualità artistiche in chi faceva uso della sostanza, alle varie stigmatizzazioni che spaziarono dagli effetti negativi meramente fisici, e quindi con ricadute pericolose sulla salute, fino al collegamento con Satana, visto il sentimento di potere e di superiorità a Dio che molti percepivano (questo è ciò che dice Baudelaire nel suo “I paradisi perduti”, in cui la requisitoria contro le droghe anticipa quella dei giorni nostri).

Non aiutò al buon nome della droga il fatto che il termine assassini provenisse — così pare e così conferma Treccani — dall’arabo Ḥashīshiyya, cioè “coloro che sono dediti all’hashish”, con riferimento a una setta musulmana estremista e terrorista, con cui vennero a contatto i crociati in Siria nei secoli dodicesimo e tredicesimo. A tale tradizione dedica un intero capitolo Gautier nel citato testo (“Parentesi”, il nome del capitolo).

Lasciamo perdere le speculazioni pro e contro, chi scrive è contraria e nient’affatto avvezza all’uso di qualsivoglia stupefacente se non a fini terapeutici, e dall’epoca se ne è discusso tanto e ancora tanto se ne discute. Che si accapiglino gli esperti.

Parliamo piuttosto della pianta dello scandalo (e del miracolo): la canapa.

Assurta ai giorni nostri a eroina (ops…) dell’alimentazione e della buona salute per merito delle sue indiscutibili qualità, si capisce perché quei bizzarri, almeno sull’argomento, personaggi riuniti nel decadente Pimodan non fumassero hashish, ma lo mangiassero. Forse la presenza di un medico giustifica l’intuizione: associata a grassi, la canapa accentua di molto i suoi poteri benefici.

Certo… ingerita come hashish — che è una resina ottenuta dall’isolamento dei tricomi della pianta Cannabis sativa (o canapa indiana) — produce effetti anche psicogeni, ma, rispetto al fumarla, meno potenti e più a lungo termine (non per questo meno pervasivi. Immagino).

E quali sono questi poteri benefici? Dall’abbassamento del colesterolo, alla protezione del cuore, passando per la soluzione dei problemi ormonali femminili.

Contrariamente agli alimenti totalmente vegetali, i suoi semi contengono tutti e nove gli aminoacidi essenziali e sono composti al 25% da proteine. Ottima per chi segue regimi alimentari vegani e vegetariani.

Oltre ai semi, da aggiungere a insalate, e oli, da usare un po’ come la fantasia e il gusto ispirano, dalla canapa oggi si produce anche farina adatta all’alimentazione umana, che è possibile utilizzare per la panificazione e per fare la pasta. Il suo sapore è molto nocciolato, quindi niente male. Ovvio: per la panificazione classica, essendo la canapa totalmente priva di glutine, vanno aggiunte farine di “forza” (farro, segale, grano tenero, grano duro), ma ho scovato una ricetta per fare un pane alla canapa e al grano saraceno (che non è frumento), che mi sembra davvero interessante, dato che oltre al glutine non ha nemmeno il lievito:

prendete 200 g di farina di canapa sativa e 200 g di farina di grano saraceno, mischiatele tra loro con un pizzico di sale e poi aggiungete lentamente e gradualmente 400 ml di acqua, mescolate bene e poi completate con due cucchiai di olio extra vergine d’oliva miscelando di nuovo accuratamente. Non si devono formare grumi (la forchetta, ricordate? A volte è meglio la forchetta ).

Nel frattempo avrete acceso il forno in modalità statica a 180 gradi.

Foderate uno stampo da plumcake con carta da forno preventivamente bagnata e strizzata, e versateci dentro il composto. Credo debba risultare non molto compatto (non ho sperimentato la ricetta: la sto leggendo ora su un sito che si chiama primochef.it). Infornate.

Dopo 25 minuti controllate con uno stecchino la cottura: se esce bagnato deve cuocere ancora. Se invece è asciutto vuol dire che è pronto. Comunque trenta minuti dovrebbero bastare.

Fatemi sapere come vi è venuto. Nei prossimi giorni proverò pure io.

Forse non sarà stupefacente, ma visto uno degli ingredienti principali direi che dobbiamo esserne lieti.

Ah! Pare duri una settimana. Se riuscirete a verificarlo temo che vorrà dire che non è venuto molto bene.

In genere le cose buone finiscono velocemente.

Un po’ come il Tempo, che uno dei personaggi del club raccontato da Gautier, in un momento di delirio da ingerimento d’hashish, fa morire:

“L’eternità era logora. Prima o poi si deve pur finire.”

Magari, se potessimo calpestare i pavimenti del decadente e magnifico hotel Pimodan, definito successivamente “una tomba dorata in fondo alla vecchia Parigi” da Roger De Beauvoir, dimenticando le porcellane di Louis Leboeuf, e bevendo in calici di Venezia, il nostro pane, poggiato su piatti scompagnati e spesso sbeccati, ma di squisita fattura, potrebbe essere il giusto accompagnamento di una singolare marmellata, definita da Gautier come “un pezzetto di pasta o confettura verdastra”, creata con l’estratto del fiore della canapa fatto cuocere con burro, pistacchi, mandorle e miele. E insieme a tale descrizione, lo scrittore racconta magistralmente l’apertura delle porte del mistero, confondendo le carte in tavola, tra il bianco e il nero, tra la luce e il buio, tra risate, componimenti, messa in discussione della razionalità, e magnificazione dell’assurdo.

Mostri.

Sconfitta.

Perché nell’artificio la bellezza ha sempre un termine e in genere è il suo contrario.

Tuttavia Gautier, Baudelaire e gli altri sperimentarono il salto in consapevolezza, fortissima, della forza dell’individuo. Non per noia, quindi: per autosperimentazione.

Ma loro erano geni.

Non so, credo che mi accontenterò di una fetta di pane…

Loredana Conti

La gioiosa simpatia dei gatti

Io non li ho mai capiti, i gatti. Chiaro, lo stesso possono dire loro di me. Anzi, di sicuro lo dicono quando si danno appuntamento a miagolare disperatamente a voci alterne sotto la mia finestra mentre mi sto addormentando. Ma cosa dico, miagolare, il loro non è un semplice miagolio – come ci si potrebbe aspettare da qualsiasi gatto per bene –, trattasi invece di un subdolo e poco sportivo tentativo di farmi schiantare dalla paura.

Avete mai partecipato (anche non invitati) a un concerto di gatti in notturna? Vi assicuro che il risultato horror è garantito. L’incipit è su toni bassi, profondi. Profondissimi. Addormentata come sono infatti mi pare di essere precipitata all’inferno in mezzo a un branco di mastini di Baskerville che, con dei gorgheggi rantolosi, stanno decidendo come farmi fuori. Invece sono solo i gatti che si stanno salutando amichevolmente.

La conversazione procede su toni sempre più alti, spaziando fino ad arrivare al mezzo-soprano a cui qualcuno ha schiacciato ripetutamente la coda. È a quel punto che, realizzando che non è (forse) giunta la mia ora, mi alzo dal letto decisa a mettere fine a questo ignobile concerto. Appena mi affaccio con uno “sciò!” deciso, ma sottovoce – temo di disturbare, io! –, il coro prende vigore, velocizza i tempi, alterna i toni, c’è un pianto da neonato, ecco un lamento straziante, gradite forse anche un prolungato ululare? Prego, non c’è di che.

“Cosa vuole questa creatura?”

“Io cosa ne so, chi la capisce?”

È lo scambio di informazioni fra i suddetti gatti mentre io afferro una ciabatta che intendo usare come strumento di dispersione di massa, salvo poi realizzare che dovrei uscire per recuperarla in seguito. Mi arrendo dunque e ritorno a letto dove provo a soffocarmi col cuscino.

Sono strani, i gatti. Quando li chiami, vanno via. Quando stai uscendo per la serata della tua vita decidono di amarti, strusciandosi con affetto impietoso sul tuo abito lungo – che trasformano in pelliccia. Se sono dentro vogliono andar fuori. Quando sono fuori voglio entrare. Se vuoi stare per conto tuo a leggere ti fanno compagnia sedendosi sul tuo libro. Quando hai bisogno di coccole e vuoi dispensare carezze ti graffiano a tradimento e se ne vanno sbuffando. Se il mondo ti casca addosso e non sai da che parte andare ti portano una lucertola moribonda con la coda mozzata e te la porgono ai piedi del letto. Così, per un attimo, ti scordi i tuoi casini. Ti fissano impettiti e miagolano a scadenza fissa. Non ti danno alcuna importanza quando ti senti importante. Sembra che addirittura ti sopportino a malapena.

Sono strani, i gatti. Sì, ma la morale?

Che non siamo gli unici ad avere sentimenti contrastanti? Che sia necessario coltivare la pazienza? Che il mondo non gira intorno a noi – anche se ne siamo convinti? Che sia sempre meglio fare belle cose e non aspettarsi niente in cambio?

Non lo so, organizzate voi la morale. Io devo nutrire il gatto.

Annabelle Lee

La rivincita delle castane

Avete mai notato che le donne dai capelli di quell’indefinibile, e pur definitissimo, almeno in termini di quantità, color castano, hanno spesso l’aria del “nessuno mi noterà”?

Abbandonate all’angolo della ribalta, mai citate, mai celebrate.

Cenerentola era bionda. Biancaneve bruna. Raperonzolo aveva i capelli dorati. E come saranno stati quelli della bella addormentata nel bosco? Non lo so, ma immagino che in qualche punto della fiaba si narri di una luminosa cascata di capelli color del sole.

Sicuramente non li aveva castani.

Persino la piccola fiammiferaia aveva dei lunghi capelli biondi. D’accordo, alla fine invece del principe azzurro se la porta via la nonna, e pure morta, ma almeno ha avuto il suo momento di gloria.

Per fortuna gli scrittori moderni, soprattutto le scrittrici (ma è naturale… ci si riscatta come si può. Notate le autrici meno avvenenti: normalmente le loro protagoniste sono donne appena graziose che fanno girare la testa a mezzo mondo. Approvo la scelta: un romanzo è un romanzo, come una favola è una favola. Spazio ai sogni), dicevo: i nuovi artisti della penna stanno portando alla ribalta i capelli castani. Del resto credo che sia il colore più diffuso, seppur in molteplici sfumature, nel mondo occidentale.

Nell’immaginario maschile però ci sono due grandi categorie: le bionde e le more.

Certo, gran spazio lo hanno anche le rosse, ma a loro viene riservato un trattamento particolare, quasi fossero di un altro pianeta.

E le castane? Niente.

E allora i parrucchieri fanno affari d’oro, perché non dimentichiamo che identificarsi con una delle due macrocategorie ci rende (mi metto in mezzo) riconoscibili. Per strada almeno.

Badate bene: se dovessimo mantenere il nostro inqualificabile marroncino-non-so-bene, nessuno cercherebbe la nostra attenzione, nessuno ci chiamerebbe con “a castana!” (quel “a” sta per “hey!”).

Non esiste. Non si è mai sentito.

Ma ostentate una chioma gialla e vi volterete ai languidi “a bionda!”, e con una corvina ai roventi “a mora!”.

A Roma una testa rossa verrà appellata con “a roscia!”. Non è elegante, ma pur sempre meglio di niente.

O forse sì?

Forse è meglio niente di quel niente mascherato da attenzione.

Una favola con una capigliatura castana in realtà c’è, ed è proprio interessante: la Bella e la Bestia, dove una graziosa fanciulla dagli ordinari capelli marroncino-non-so-bene redime la parte bassa dell’essenza maschile, la libera dagli strati della sua animalità (sempre meno animosa di certi contro-eroi di molti romanzi attuali. Ed è tutto dire) e fa emergere l’Uomo. Finalmente.

Quei capelli castani, tra il chiaro e lo scuro, simboleggiano la capacità femminile, capacità in fieri – con qualsiasi colore di capelli –, di fare da mediatrice tra il pensare e il volere attraverso una intelligenza sentimentale (che non è sentimentalismo), che incoraggia ad amare l’essenza e non l’apparenza, ricevendo in cambio la stessa qualità d’Amore (se si ama l’essenza si sa anche cosa aspettarsi).

È una capacità che dovrebbe essere dell’Umano, al di là del genere, ma che trova nella donna maggiore attitudine. Probabilmente perché la donna è anche quella che partorisce il proprio figlio. E il proprio figlio, come si sa – ben lo dicono i napoletani: ogne scarrafone è bell’ a mamma soja – è l’essere umano più bello del mondo. Anche pelato.

Sarebbe bello liberarsi dall’obbligo di omologarsi a un’immagine stereotipata che si vede, ma non si sente.

Sarebbe bello avere la forza di mostrarsi con la… propria testa, perché a lasciarla libera rivelerebbe tutti i colori dell’arcobaleno.

Loredana Conti

Le famose sconosciute. Josephine Cochrane

I piatti sporchi si lavano in casa

Non ha certo cambiato il mondo Josephine Cochrane, ricca esponente della buona società americana del diciannovesimo secolo, quando, stufa di vedersi scheggiate dai servitori durante i lavaggi le sue preziose porcellane, inventò la prima lavastoviglie meccanica. Non sempre lo snobismo ha solo aspetti negativi… al suo dobbiamo un apparecchio che ci facilita la vita e, secondo ricerche, fa risparmiare acqua e sapone.

Cosa la spinse, oltre allo snobismo? La genialità. La signora era un’inventrice in fieri. Un’inventrice ambiziosa, aspirava al successo. Il suo motto? “Se non l’ha inventato nessuno, allora lo invento io” (in realtà questa pare sia stata la frase che ha anticipato la sua idea di lavastoviglie).

La mia venerazione non sarà mai pari a quella che provo per Alva Fisher, che nel 1907 ha inventato la prima lavatrice elettrica, ma insomma: non lavare i piatti è una soddisfazione.

Certo, lo è moltiplicata per mille se si pensa che Josephine, al secolo Garis, aggiunse una “e” al cognome del marito, William Cochran, per mantenere una sorta di indipendenza.

Marito che da morto la lasciò con un mucchio di debiti.

In quella situazione cosa meglio di improvvisarsi inventrice/imprenditrice per risollevare le finanze e inseguire la gloria? Non fu un passo facile. Presentò la sua idea a diversi uomini d’affari, ma in molti non le diedero credito, rifiutandosi di vederla come un investimento redditizio. Fu frustrante: la sua sensazione era che, fondamentalmente, l’invenzione non venisse presa in considerazione perché proveniente da una donna. E quindi: sicuramente un insuccesso.

Non si arrese:

“(…) coinvolse George Butters, un meccanico locale assunto dalla Illinois Central Railroad, per aiutarla a portare a compimento e realizzare i suoi disegni in un capannone dietro casa sua. Costruirono così la prima macchina di lavaggio, brevettata il 28 dicembre 1886 e installata nella cucina della Cochrane. Josephine mostrò la sua macchina al World’s Columbian Exposition di Chicago nel 1893, sorpassando anche le opere parigine e vincendo il primo premio. Aprì la sua fabbrica nel 1897, con Butters come caporeparto in fabbrica e capo meccanico e un presidio di tre dipendenti. Fondò così il Garis-Cochran lavastoviglie Machine Company, chiamandolo con il nome di suo padre, ingegnere civile; le macchine della società vennero costruite nella fabbrica sotto la supervisione di Butters. (…)”
(da http://www.enciclopediadelledonne.it)

Chi le era vicino ascoltava i suoi timori nel doversi confrontare con il mondo maschile, che valutava con grande sospetto il pensiero femminile. In ogni campo. Ma nonostante la sensazione di cedimento delle ginocchia (lo racconta lei) nell’entrare in un gotha generalmente precluso alle donne, quello imprenditoriale, non arretrò di un passo.

Non furono rose e fiori: a parte le sue amiche che, avendo visto la macchina all’opera ne restarono entusiaste e la commissionarono, per 50 anni l’invenzione fu ritenuta un capriccio — anche l’epidurale lo è ancora per molti “tradizionalisti” del dolore —, e la diffusione casalinga fu quasi nulla: immagino che lavare i piatti per le donne fosse un punto d’onore.

Che fosse un dovere innato.

Quel tipo di dovere che ancora oggi, nonostante le conquiste, le opere artistiche e d’ingegno, la geniale applicazione dell’intelletto su ogni campo della vita da parte delle donne, porta quote dell’umanità, maschile e femminile, a ritenere la donna oggetto di condiscendente indulgenza, e per la quale il lavaggio dei piatti è un modo sano di passare il tempo e di non avere grilli per la testa.

La Cochrane tuttavia in vita ebbe la soddisfazione di ricevere molti ordini da ristoranti e alberghi.

Oggi, vista l’evoluzione della sua società, sarebbe milionaria:

“(…) Dopo la morte di Josephine, nel 1913, la società cambiò titolari e nomi fino a diventare, nel 1940, parte del Kitchen Aid ora di proprietà della Whirlpool Corporation.(…)”
(da http://www.enciclopediadelledonne.it)

Morirà a 74 anni per un esaurimento nervoso. E non stento a ravvisarne i motivi…

Loredana Conti

La solitudine è una bella compagnia

A chi piace essere solo? Vero: ogni tanto, magari, stare lontani da tutti aiuta a schiarirsi le idee, essere lasciati in pace per qualche ora serve a ricaricare le batterie. Essere soli invece è tutt’altra cosa.

Generalmente la solitudine si percepisce come uno stato (sensazione?) opprimente che angoscia la vita di molti. L’idea di non avere qualcuno con cui condividere i momenti, la mancanza della possibilità di confronto, l’assenza di un consiglio o, semplicemente, il fatto di non poter ridere insieme (a qualcuno?) – tutto molto destabilizzante.

Ma ogni medaglia ha due facce. E così ogni realtà. Salvo forse che la facce sono molte di più (o, per meglio dire, le sfaccettature).

La solitudine ha il pregio della libertà. Elemento di gran lunga trascurato quando si è accecati dal “dolore” dell’essere persi in sé stessi. Invece quando non lo si è, si spreca molto tempo nel pensare (segretamente): “se solo potessi fare questo o quello” “se solo non fossi costretto ad andare…” e via dicendo. La solitudine offre la libertà di decidere su un piatto d’argento. Ah, non stesso dicasi della capacità di farlo!

La solitudine ha il pregio della conoscenza. Come si può comprendere il mondo se non si conosce sé stessi? Queste frasi fatte vengono spesso snocciolate in giro, senza mai approfondire il loro vero senso, d’altronde siamo nell’era della velocità, del superficiale e dell’apparenza, a cosa vuoi che serva l’approfondire?! Non so, a non far finta di vivere, magari? Guardarsi dentro è spesso pericoloso e mai indolore, ma la solitudine permette di farlo gradualmente. Si può provare a capirsi o si può non capirsi senza fretta, specchiandosi in se stessi da tutte le angolature, senza la pressione di essere guardati e di dover indossare al volo la maschera meno peggio. In solitudine non ci sono maschere, né bugie.

La solitudine ha il pregio di essere eterna. Cosa che, guardata con gli occhi del disperato, è una terribile sfortuna. La verità è che non negli altri troveremo quello che manca in noi. C’è una solitudine primordiale nella nascita – e non starò qui a ricordarvi della morte –, così come c’è una perenne solitudine intrinseca in ognuno di noi, abbracciarla quindi può renderla solo più dolce.

Non è facile abbracciare la solitudine. Ma, se ci si riesce, il risultato è non essere più soli.

Annabelle Lee