La bella compagnia

A nessuno piace stare solo. Troppo generalista? D’accordo, d’accordo, se proprio insistete posso cambiare questa affermazione in qualcosa di meno drastico. Una domanda.

A chi piace stare da solo?

Siate sinceri, anche perché so già la risposta.

È nella nostra indole: confrontarsi, fare comunità, dialogare, creare legami, incrociare destini. Siamo fatti per stare vicini, per parlare di noi e impicciarci degli altri, non c’è niente da fare. E nulla di male.

La solitudine non piace, intristisce, devi guardarti dentro, renderti conto chi sei, cosa vuoi, dove stai andando, sai che noia! Meglio stare in compagnia.

Ora che finalmente siamo capaci di interagire a distanza, adesso che riusciamo a organizzare aperitivi e cene con poche parole inviate da un click, il problema della comunicazione è risolto.

Risolto un corno. Adesso organizziamo cene via wazzap con i nostri amici o la famiglia e quando siamo insieme non alziamo gli occhi dallo schermo. Agli aperitivi teniamo il bicchiere in una mano, il cellulare nell’altra e niente, abbiamo finito le mani. Quando usciamo per una passeggiata lungo mare al chiaror di luna non c’illumina la luna, è lo schermo dello smartphone. È bello stare insieme!

Che poi io mi domando: se tutti quelli con cui volevamo uscire a cena sono qui, seduti accanto a noi, con chi di grazia stiamo chattando? A chi stiamo mandando note vocali che neanche il lancio dei missili atomici richiede tanta concentrazione, mentre il cameriere si dondola da una gamba all’altra aspettando il nostro ordine?

Dopo un’attenta riflessione credo di aver capito. Siamo completamente presi nel fingere di partecipare alle vite degli altri. Gli altri chi? Gli altri che fingono di vivere la vita che si presume noi vorremmo vivere. Un circolo vizioso. Un girone infernale ancora non descritto nei libri: Dante, è possibile aggiornare l’Inferno?

Su Istagram seguiamo esemplari plastificati di donne con gambe chilometriche che passano le estati supine sugli yacht e gli inverni a sciare in costume da bagno, poi maschi da copertina senza un capello fuori posto, perennemente alla guida di macchine potenti e in compagnia di esemplari plastificati di donne con gambe chilometriche… scusate, sono entrata nel girone. E ancora gatti tenerissimi “ma hai visto questo, che amore?”, poi Youtube, con esperti di fitness che non imiteremo mai, beauty blogger, fashion guru, vlogger, socialites, influencer, influenzati, ops. C’è anche Facebook, lì sì che possiamo interagire e sentirci intellettuali, passano anche le notizie “l’hai sentita l’ultima?”, rigorosamente fake, montature ad arte per l’imbecillimento di massa, ma è bello, siamo partecipi, possiamo dire la nostra.

Nel mentre, la vita va avanti, gli affetti veri sono seduti accanto a noi ma invisibili, forse presi anche loro nella “rete”.

Annabelle Lee

Polenta, il cibo della nostalgia

Cibo dei poveri, di famiglia raccolta intorno a un camino, di silenzio rischiarato appena da una candela, di bicchiere di vino annacquato per rimandarne la fine. Di donne intorno a un paiolo. Di calore.

La polenta.

Umberto Saba la sfiora e la include nella storia dell’anima antica, dell’anima immediata, nella sua poesia “Cucina economica”:

Immensa gratitudine alla vita
che ha conservate queste care cose;
oceano di delizie, anima mia!
Oh come tutto al suo posto si trova!
Oh come tutto al suo posto è restato!
In grande povertà anche è salvezza.
Della gialla polenta la bellezza
mi commuove per gli occhi; il cuore sale
per fascini più occulti, ad un estremo
dell’umano possibile sentire.
Io, se potessi, io qui vorrei morire,
qui mi trasse un istinto. Indifferenti
cenano accanto a me due muratori;
e un vecchietto che il pasto senza vino
ha consumato, in sé si è chiuso e al caldo
dolce accogliente, come nascituro
dentro il grembo materno. Egli assomiglia
forse al mio povero padre ramingo,
cui malediva mia madre; un bambino
esterrefatto ascoltava. Vicino
mi sento alle mie origini; mi sento
se non erro, ad un mio luogo tornato;
al popolo in cui muoio, onde sono nato.

Più amata al nord che al sud, dove invece impera la pastasciutta, la polenta è un piatto antichissimo in Italia, anche se quella di mais è relativamente recente. Prima del XVII secolo, epoca in cui il cereale fu coltivato in Italia – in Europa arrivò nel 1500 circa, importato dalle Americhe – , per fare la polenta si usavano farro, segale, grano saraceno (quest’ultimo importato dall’Asia).

Per la sua storia completa dei richiami letterari, vi rimando al sito Centro Studi Camporesi:   http://www.griseldaonline.it/camporesi/cibo/polenta.html, che ne fa un excursus esaustivo, ma anche divertente e intrigante, passando dal parallelo con la Madeleine di Proust all’importanza dell’alimento per le popolazioni del nord, ma anche di quelle montanare di tutta Italia.

Di tipi di polenta ce ne sono diversi: la più famosa è quella di mais giallo, ma ottime se ne trovano di cereali vari, integrali o di mais bianco. È sempre più diffusa anche al sud la taragna, che è di mais giallo e grano saraceno: più rustica, non solo nell’aspetto.

Intanto diciamo che oggi per fare la polenta non c’è più bisogno di passare un’ora davanti ai fornelli, nell’intento contestuale di sviluppare il bicipite destro (sinistro per i mancini, ovvio), di non far attaccare la farina di mais sulle pareti della pentola e di non lasciare che si aggrumi, rimestandola con forza e pazienza.

Non che non sia ancora possibile, tutt’altro: ci sono in commercio signore farine di mais che richiedono la tradizionale mescolata. Ammetto che la differenza si nota: al mio palato risultano più buone.

Di questo tipo lascio la descrizione della preparazione a Jacopo Facen, nella sua “Il mais e la polenta”:

…l’acqua gurgita e rigurgita,
mena vortici e capitomboli,
stride e crepita, fuor dal margine
balza e trabocca e lungi lungi le bolle scocca.
Su dunque subito, su versa tutta
in mezzo ai vortici che l’acqua erutta
la farina e via pian piano,
colla mestola, colla spatola,
col materello lungo un’asta,
abbrancato nella mano,
manipola, rimescola, voltala e rivoltala…
sopra il foco che la cuoce,
che l’asciuga e la svapora,
che l’informa, che diventa giallo bionda,
tonda tonda, la balsamica polenta.

Sarebbe da gettare la spugna, considerando i tempi a disposizione e le energie residue magari dopo una giornata di lavoro fuori casa. Ma perché rinunciare? In commercio ci sono diversi tipi di polenta istantanea, io uso la Viva Mais (biologica) che in soli otto minuti regala un risultato molto simile a quello della polenta tradizionale.

Le istruzioni sono semplicissime:

    per 4 persone far bollire 2 litri d’acqua (se quella del rubinetto è troppo calcarea, o di sapore sgradevole, meglio usare una oligominerale),
    salarla e aggiungere 500 grammi di farina a pioggia
    farla cuocere per sette minuti
    spegnere il fuoco e lasciarla un altro minuto nella pentola chiusa.

Le ricette che vedono protagonista la polenta sono molte: ai funghi, con il gorgonzola, con il ragù, con il pesce, fritta.

Io provo a offrirvi una ricetta che amo molto, buona per tutti, sia in versione totalmente vegetale che in quella vegetariana: ai funghi porcini.

Non c’è bisogno di andare a fare una scampagnata nei boschi per reperirli, visti i pericoli connessi. No, non parlo del lupo cattivo, ma della difficoltà nel riconoscere un fungo edibile da uno velenoso. Meglio acquistarli surgelati e mischiarli a quelli secchi.

Quindi:

  • per prima cosa mettere in acqua tiepida – non calda – una manciata di funghi porcini secchi. Io li spolvero con le dita prima di immergerli. Lasciarli decantare e ammorbidire per almeno un’ora (di più va bene ugualmente).
  • Soffriggere un paio di spicchi d’aglio in olio extra vergine di oliva. Io li schiaccio senza tagliarli. Se preferite tagliare l’aglio a fettine, allora ne basta uno spicchio. Portare solo a imbiondimento, mi raccomando.
  • Aggiungere i funghi surgelati, diciamo un’intera confezione da 300 grammi.
  • Saltarli ben bene, sfumandoli con del vino bianco secco. Buono. Se c’è una cosa che può mandare all’aria la preparazione di un piatto è quella di usare del vino scadente: se è cattivo per berlo, è cattivo pure per mangiarlo.
  • Una volta ammorbiditi i funghi surgelati aggiungere quelli secchi, magari sminuzzati.
  • Amalgamare il tutto, se serve aggiungendo un po’ d’acqua d’ammollo dei funghi, facendo attenzione a non far scivolare la terra che si sarà depositata sul fondo del recipiente.
  • Cuocere per altri cinque minuti.
  • Aggiungere 700 grammi di passata di pomodoro. Ottima, temo inarrivabile se non da produzioni casalinghe, quella di Alce Nero. Pure cara, va da sé, ma davvero superiore, anche come resa.
  • Continuare la cottura, aggiungendo sale a piacere, fino a quando il gusto perde il sapore di crudo.
  • Impiattare la polenta e aggiungere un mestolo di sugo per ogni porzione, spolverando con del pecorino romano per la versione vetariana, o mix di mandorle non pelate e sale, opportunamente polverizzati al mixer, per la versione totalmente vegetale.

E buonissimo appetito, tra nostalgia, profumo di bosco e chiacchiere invernali, pure d’estate. E un bel bicchiere, non annacquato, di Sangiovese.

Loredana Conti

La bellezza del futile

– Confessioni vaneggianti –

Non riesco a scrivere con font di dubbia estetica e neanche con penne brutte. L’eleganza della lettera che appare sullo schermo una volta premuto il tasto o la sensazione di piacere tattile che m’infonde una penna ben fatta, sono tutti elementi che influiscono sulla qualità del risultato. Mai si potrebbe dire il contrario, tuttavia.

Spesso preferisco le nature morte ai vividi ritratti, c’è una bellezza immortale in esse mentre i poveri soggetti vivi sono di rado veramente belli, forse perché vi è in loro già la morte.

Scelgo gli oggetti per il loro aspetto, a volte a discapito della loro funzione. Evito di farlo con gli umani però: c’è già troppo a discapito della loro funzione.

Spreco le energie alla ricerca del bello, per il brutto non devo fare alcuno sforzo.

Prediligo posate di design, anche se non cucino.

Ammiro la bellezza. Uno dei miei più bei difetti.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute: Maria Tallchief

Diventare una ballerina deve essere difficile. Diventare prima ballerina quasi impossibile. Diventare prima ballerina provenendo da una tribù di nativi americani negli anni ’40 di certo è unico.

Questa è la storia di Maria Tallchief, all’epoca Elizabeth Marie Tall Chief, nata nel 1925 nella tribù Osage stabilitasi nella riserva indiana di Fairfax, Oklahoma. Il padre, Alexander Joseph Tall Chief, discendente dai capi tribù, un uomo alto (come dice anche il suo nome) e molto affascinante, sposò una ragazza tedesca da cui ebbe tre figli. La moglie morì quando i figli erano piccoli e lui sposò Ruth, una bella ragazza di origini scozzesi/irlandesi.

La vera protagonista di questa storia dovrebbe essere infatti Ruth, la madre di Beth Marie, donna piena di determinazione e persino ambiziosa. Anche se molto occupata a star dietro a un marito troppo bello, arricchito troppo in fretta (la tribù di Tall Chief era diventata ricca in seguito alla scoperta di petrolio nelle sue terre e il suocero fu uno dei maggiori beneficiari in quanto capo tribù) e col vizio del troppo bere, Ruth si dedicò instancabilmente all’educazione dei figli.

Appena compiuti tre anni, Maria fu mandata a prendere lezioni di danza, seguita a breve da sua sorella più piccola, Marjorie. La madre aveva incontrato una maestra di balletto itinerante che era alla ricerca di nuovi allievi e l’occasione le sembrò troppo buona per farsela scappare. Quello che non sapeva era che la maestra era una pessima maestra e fu solo un miracolo che non distrusse la carriera o la salute della ragazza con la sua unica fissa: le scarpette da ballerina. La professoressa non faceva altro che obbligare Maria a imparare figure di danza in punta di piedi, tralasciando completamente le basi di questa complessa disciplina. La madre poi, senza capire l’importanza e la delicatezza della tecnica del ballo sulle punte, le comprava scarpette di un numero più grande che riempiva di stracci, in modo da non doverle acquistare troppo spesso. Maria danzava e subiva, la gente guardava ammirata, la madre era fiera, la professoressa soddisfatta.

Maria imparò a leggere e a scrivere molto precocemente grazie alla dedizione della madre verso l’altro figlio, Jerry. Colpito gravemente alla testa mentre da piccolo giocava coi cavalli, Jerry aveva grosse difficoltà di apprendimento e la madre spendeva intere ore nell’insegnargli le basi. A forza di sentire spiegare al fratello, Maria imparò moltissimo, tanto che, quando a cinque anni la iscrissero alla Scuola Cattolica, l’insegnante la avanzò di due classi rispetto alla sua età.

La scuola procedeva, così come le ripetizioni di danza. Ora la madre non sognava solo un futuro da musical per le sue figlie ma, scoperto il loro ottimo orecchio, le iscrisse a lezioni di piano. Anche in quel caso, Maria dimostrò molto talento, applicandosi coscienziosamente e esercitandosi ogni giorno mentre i suoi fratellastri e cugini giocavano spensierati nei campi.

Le piccole sorelle partecipavano a spettacoli, vaudeville e rodeo (che incutevano terrore a Maria), la madre confezionava per loro improbabili costumi di scena, oramai erano conosciute e ammirate in tutta la zona. Ma Ruth non era contenta. Fairfax le stava stretta, le sue figlie erano sì talentuose, ma non potevano crescere oltre, il marito stava buttando via la vita nell’alcol, il figlio era irrimediabilmente danneggiato… E, dopotutto, nelle sue vene scorreva il sangue dei veri pionieri partiti alla scoperta di nuovi mondi. Convinse il marito, impacchettò le cose, prese i figli e partirono alla volta di Los Angeles.

Una volta arrivati, fermi in una stazione di servizio per fare benzina, Ruth chiese al tizio del distributore se per caso conoscesse una buona scuola di danza. Lui pensò per un secondo e rispose:

“Ma certo: la Ernest Belcher’s Studio.”

E quello fu il modo in cui decisero dove stabilirsi. La sorte volle che Ernest Belcher fosse un insegnante di prim’ordine che si rese conto immediatamente delle capacità di Maria, così come delle sue lacune dovute alla scuola sbagliata e della sua predisposizione per la danza classica invece che per i balli popolari o nazionali. Insistette per ripartire dalle basi e così fece, con la benedizione della madre.

Tutt’altra storia nella scuola pubblica. Senza dar peso allo stato di avanzamento scolastico della ragazza, inserirono Maria nella classe della sua età dove lei perse solo del tempo finché la madre spostò entrambe le sorelle in un istituto più avanzato. Lì si studiava per davvero, peccato che i compagni la prendessero continuamente in giro per il suo doppio cognome (Tall Chief) e le sue origini indiane, chiedendole perché non si mettesse delle piume in testa o se il padre collezionasse ancora scalpi. Molto divertente. La ragazza finì per accorpare il suo cognome in un’unica parola (Tallchief), ovviando così al problema dell’ordine alfabetico tanto caro alla scuola, ma poco poté fare per il resto.

Le due sorelle facevano notevoli progressi alla scuola di danza, tanto che, all’età di dodici e dieci anni e mezzo, la madre — senza neanche avvisare Belcher — le spostò a un’altra scuola di ballo. Si trattava della Bronislava Nijinska Studio di cui lo stesso Ernest Belcher aveva parlato a Ruth. La Nijinska era la sorella del grande VlasvavNijinski e, come lui, aveva studiato alla Imperial Theatre School a San Pietroburgo, una vera istituzione.

La ragazza fu affascinata da questa insegnante dai capelli grigi, all’apparenza semplice e insignificante e che non parlava una parola di inglese, ma dal portamento regale e la tecnica perfetta. Maria assorbiva tutti gli insegnamenti, persino le correzioni che la Nijinska faceva ad altre allieve, era una ragazza disciplinata che lavorava duro e che amava ballare.

“Madame dice: quando dormi, dormi come una ballerina. Persino quando attendi l’autobus, fallo da ballerina.”

Questo traduceva il marito della Nijinska. Poche parole, poche indicazioni, ma tanti insegnamenti non verbali, fatti di gesti e di sguardi. Fu nella sua scuola che la ragazza realizzò quello che voleva davvero fare: diventare una ballerina professionista.

La Nijinska capì la sua decisione e la prese sul serio, le dedicò molto tempo e la seguì attentamente per tutta la durata della sua permanenza nella scuola.

A diciassette anni, età importantissima per il futuro di un’aspirante ballerina, il padre decise che era ora per Maria di trovarsi un lavoro per ripagare le lezioni di ballo e piano di tutti questi anni. Dopo un momento di incertezza, sostenuta dalla madre, Maria partì per New York dove si presentò a un’audizione del Ballet Russe de Monte Carlo. I suoi sacrifici e la sua bravura furono ripagati: fu presa nel corpo di ballo.

Il resto è storia: il nome Maria Tallchief iniziò a essere conosciuto negli ambienti, il famoso coreografo George Balanchine creò dei ruoli per lei, poi, quando fondò la propria compagnia di ballo, Maria diventò prima ballerina. Le sue performance erano notevoli, la critica la osannava, si arrivò persino a farle pressione per cambiare il suo nome in Talchieva (come era sovente fare fra ballerini non russi per accrescere la loro popolarità), cosa che lei rifiutò assolutamente. Fu la prima ballerina americana a ballare con l’Opéra de Paris al Bolshoi Theatre, girò i palchi più famosi del mondo, lavorò con Nureyev, partecipò a moltissimi show televisivi.

Sposò Balanchine, per annullare il matrimonio in seguito, ma i due restarono in ottimi rapporti e continuarono a lavorare insieme a lungo. Si risposò altre due volte ed ebbe una figlia, Elise Maria Paschen, che diventò poetessa e direttrice del Poetry Society of America.

Una volta ritiratasi dalle scene, Maria Tallchief diventò direttore artistico per la Lyric Opera di Chicago dove in seguito, insieme alla sorella (famosa ballerina anche lei) fondò la Lyric Opera’s ballet school.

Morì a ottantotto anni per una complicazione in seguito alla rottura del bacino. Quando si dice destino.

Annabelle Lee

La magia dell’estate

Adoro l’estate. In autunno divento malinconica e assente vivendo nel suo ricordo, in inverno bramo gelata il suo odore, in primavera assaporo l’attesa come un amante che conta i giorni che lo dividono dall’amata.

Ma poi l’estate arriva. Generalmente, arriva sempre. E io torno a vivere. Peccato che, insieme a me, torna a vivere anche il popolo dei vacanzieri. Orde di gente si riversa sulle spiagge, cavallette in ciabatte invadono le città, ciclisti in gruppi da cinquanta pedalano sudanti su vie a senso unico. E fin qui… Il problema è solo mio che non sopporto la gente.

Non illudetevi. Ci sono per tutti i gusti, ci riguardano tutti. E non solo.

Ci sono quelli che fumano e sotterrano le cicche sotto la sabbia, perché si sa che lì spariscono miracolosamente.

Quelli che si ungono con creme e oli antisole a buon mercato creando sull’acqua una patina oleosa di venti metri intorno a loro ogni volta che si fanno il bagno.

Quelli che, dopo una giornata al lago, si lavano con shampoo e bagno doccia. Nel lago. Perché l’igiene è importante.

Quelli che pensano che i braccioli mezzi sgonfi del pargolo non serviranno più e li lasciano per ricordo in spiaggia.

Quelli che si rinfrescano di birra e vogliono partecipare alla decomposizione del vetro abbandonando le bottiglie in giro. Perché ci mette più di 2000 anni a scomparire ed è bello far parte della storia.

Quelli che sputano le gomme per terra. Perché se la mangi è biodegradabile.

Quelli che fanno le passeggiate nei boschi e incidono i loro nomi sugli alberi. Perché è importante conoscere i nomi dei cretini.

E la lista continua. Ebbene, a tutti questi voglio dire una cosa:

Tranquilli, i vostri sforzi saranno ripagati. Un domani i vostri figli nuoteranno nella plastica — che vi era tanto cara — e respireranno a pieni polmoni polveri sottili. Perché l’estate arriva. Arriva sempre.

Annabelle Lee

Il club dei mangiatori di canapa

No, non proprio di canapa: di hashish.

Era la metà del diciannovesimo secolo: Theophile Gautier, giornalista, scrittore, poeta (“impeccabile” secondo Baudelaire, che gli dedicò il suo “Les fleurs du mal”), fondò Le club de Hachichins che contò funzionali o prestigiosi soci: il medico Moreau de Tours (lui porterà il primo pezzetto della misteriosa e scura pasta, da uno dei suoi frequenti viaggi in Oriente), e i grandissimi artisti Gérard De Nérval, Victor Hugo, Alexandre Dumas padre, Eugene Delacorix, Honoré Daumier, Honoré de Balzac, e lo stesso Charles Baudelaire

Insieme ad altri intellettuali, si incontravano una volta al mese a Parigi al Pimodan — hotel in cui risiedevano il pittore Boissard e lo stesso Baudelaire, le cui tre stanze sembra gli somigliassero come fossero fratelli —, per consumare cannabis o per valutarne, da spettatori, gli effetti sui fruitori.

Lui, Gautier, personaggio controverso, aveva il compito di redigere una sorta di cronaca, ma il suo talento trasformò il reportage in un piccolo gioiello letterario: “Il club dei mangiatori di hashish”, appunto.

Molte e diverse furono le reazioni all’esperimento: da esultanza per l’esaltazione delle qualità artistiche in chi faceva uso della sostanza, alle varie stigmatizzazioni che spaziarono dagli effetti negativi meramente fisici, e quindi con ricadute pericolose sulla salute, fino al collegamento con Satana, visto il sentimento di potere e di superiorità a Dio che molti percepivano (questo è ciò che dice Baudelaire nel suo “I paradisi perduti”, in cui la requisitoria contro le droghe anticipa quella dei giorni nostri).

Non aiutò al buon nome della droga il fatto che il termine assassini provenisse — così pare e così conferma Treccani — dall’arabo Ḥashīshiyya, cioè “coloro che sono dediti all’hashish”, con riferimento a una setta musulmana estremista e terrorista, con cui vennero a contatto i crociati in Siria nei secoli dodicesimo e tredicesimo. A tale tradizione dedica un intero capitolo Gautier nel citato testo (“Parentesi”, il nome del capitolo).

Lasciamo perdere le speculazioni pro e contro, chi scrive è contraria e nient’affatto avvezza all’uso di qualsivoglia stupefacente se non a fini terapeutici, e dall’epoca se ne è discusso tanto e ancora tanto se ne discute. Che si accapiglino gli esperti.

Parliamo piuttosto della pianta dello scandalo (e del miracolo): la canapa.

Assurta ai giorni nostri a eroina (ops…) dell’alimentazione e della buona salute per merito delle sue indiscutibili qualità, si capisce perché quei bizzarri, almeno sull’argomento, personaggi riuniti nel decadente Pimodan non fumassero hashish, ma lo mangiassero. Forse la presenza di un medico giustifica l’intuizione: associata a grassi, la canapa accentua di molto i suoi poteri benefici.

Certo… ingerita come hashish — che è una resina ottenuta dall’isolamento dei tricomi della pianta Cannabis sativa (o canapa indiana) — produce effetti anche psicogeni, ma, rispetto al fumarla, meno potenti e più a lungo termine (non per questo meno pervasivi. Immagino).

E quali sono questi poteri benefici? Dall’abbassamento del colesterolo, alla protezione del cuore, passando per la soluzione dei problemi ormonali femminili.

Contrariamente agli alimenti totalmente vegetali, i suoi semi contengono tutti e nove gli aminoacidi essenziali e sono composti al 25% da proteine. Ottima per chi segue regimi alimentari vegani e vegetariani.

Oltre ai semi, da aggiungere a insalate, e oli, da usare un po’ come la fantasia e il gusto ispirano, dalla canapa oggi si produce anche farina adatta all’alimentazione umana, che è possibile utilizzare per la panificazione e per fare la pasta. Il suo sapore è molto nocciolato, quindi niente male. Ovvio: per la panificazione classica, essendo la canapa totalmente priva di glutine, vanno aggiunte farine di “forza” (farro, segale, grano tenero, grano duro), ma ho scovato una ricetta per fare un pane alla canapa e al grano saraceno (che non è frumento), che mi sembra davvero interessante, dato che oltre al glutine non ha nemmeno il lievito:

prendete 200 g di farina di canapa sativa e 200 g di farina di grano saraceno, mischiatele tra loro con un pizzico di sale e poi aggiungete lentamente e gradualmente 400 ml di acqua, mescolate bene e poi completate con due cucchiai di olio extra vergine d’oliva miscelando di nuovo accuratamente. Non si devono formare grumi (la forchetta, ricordate? A volte è meglio la forchetta ).

Nel frattempo avrete acceso il forno in modalità statica a 180 gradi.

Foderate uno stampo da plumcake con carta da forno preventivamente bagnata e strizzata, e versateci dentro il composto. Credo debba risultare non molto compatto (non ho sperimentato la ricetta: la sto leggendo ora su un sito che si chiama primochef.it). Infornate.

Dopo 25 minuti controllate con uno stecchino la cottura: se esce bagnato deve cuocere ancora. Se invece è asciutto vuol dire che è pronto. Comunque trenta minuti dovrebbero bastare.

Fatemi sapere come vi è venuto. Nei prossimi giorni proverò pure io.

Forse non sarà stupefacente, ma visto uno degli ingredienti principali direi che dobbiamo esserne lieti.

Ah! Pare duri una settimana. Se riuscirete a verificarlo temo che vorrà dire che non è venuto molto bene.

In genere le cose buone finiscono velocemente.

Un po’ come il Tempo, che uno dei personaggi del club raccontato da Gautier, in un momento di delirio da ingerimento d’hashish, fa morire:

“L’eternità era logora. Prima o poi si deve pur finire.”

Magari, se potessimo calpestare i pavimenti del decadente e magnifico hotel Pimodan, definito successivamente “una tomba dorata in fondo alla vecchia Parigi” da Roger De Beauvoir, dimenticando le porcellane di Louis Leboeuf, e bevendo in calici di Venezia, il nostro pane, poggiato su piatti scompagnati e spesso sbeccati, ma di squisita fattura, potrebbe essere il giusto accompagnamento di una singolare marmellata, definita da Gautier come “un pezzetto di pasta o confettura verdastra”, creata con l’estratto del fiore della canapa fatto cuocere con burro, pistacchi, mandorle e miele. E insieme a tale descrizione, lo scrittore racconta magistralmente l’apertura delle porte del mistero, confondendo le carte in tavola, tra il bianco e il nero, tra la luce e il buio, tra risate, componimenti, messa in discussione della razionalità, e magnificazione dell’assurdo.

Mostri.

Sconfitta.

Perché nell’artificio la bellezza ha sempre un termine e in genere è il suo contrario.

Tuttavia Gautier, Baudelaire e gli altri sperimentarono il salto in consapevolezza, fortissima, della forza dell’individuo. Non per noia, quindi: per autosperimentazione.

Ma loro erano geni.

Non so, credo che mi accontenterò di una fetta di pane…

Loredana Conti

La gioiosa simpatia dei gatti

Io non li ho mai capiti, i gatti. Chiaro, lo stesso possono dire loro di me. Anzi, di sicuro lo dicono quando si danno appuntamento a miagolare disperatamente a voci alterne sotto la mia finestra mentre mi sto addormentando. Ma cosa dico, miagolare, il loro non è un semplice miagolio – come ci si potrebbe aspettare da qualsiasi gatto per bene –, trattasi invece di un subdolo e poco sportivo tentativo di farmi schiantare dalla paura.

Avete mai partecipato (anche non invitati) a un concerto di gatti in notturna? Vi assicuro che il risultato horror è garantito. L’incipit è su toni bassi, profondi. Profondissimi. Addormentata come sono infatti mi pare di essere precipitata all’inferno in mezzo a un branco di mastini di Baskerville che, con dei gorgheggi rantolosi, stanno decidendo come farmi fuori. Invece sono solo i gatti che si stanno salutando amichevolmente.

La conversazione procede su toni sempre più alti, spaziando fino ad arrivare al mezzo-soprano a cui qualcuno ha schiacciato ripetutamente la coda. È a quel punto che, realizzando che non è (forse) giunta la mia ora, mi alzo dal letto decisa a mettere fine a questo ignobile concerto. Appena mi affaccio con uno “sciò!” deciso, ma sottovoce – temo di disturbare, io! –, il coro prende vigore, velocizza i tempi, alterna i toni, c’è un pianto da neonato, ecco un lamento straziante, gradite forse anche un prolungato ululare? Prego, non c’è di che.

“Cosa vuole questa creatura?”

“Io cosa ne so, chi la capisce?”

È lo scambio di informazioni fra i suddetti gatti mentre io afferro una ciabatta che intendo usare come strumento di dispersione di massa, salvo poi realizzare che dovrei uscire per recuperarla in seguito. Mi arrendo dunque e ritorno a letto dove provo a soffocarmi col cuscino.

Sono strani, i gatti. Quando li chiami, vanno via. Quando stai uscendo per la serata della tua vita decidono di amarti, strusciandosi con affetto impietoso sul tuo abito lungo – che trasformano in pelliccia. Se sono dentro vogliono andar fuori. Quando sono fuori voglio entrare. Se vuoi stare per conto tuo a leggere ti fanno compagnia sedendosi sul tuo libro. Quando hai bisogno di coccole e vuoi dispensare carezze ti graffiano a tradimento e se ne vanno sbuffando. Se il mondo ti casca addosso e non sai da che parte andare ti portano una lucertola moribonda con la coda mozzata e te la porgono ai piedi del letto. Così, per un attimo, ti scordi i tuoi casini. Ti fissano impettiti e miagolano a scadenza fissa. Non ti danno alcuna importanza quando ti senti importante. Sembra che addirittura ti sopportino a malapena.

Sono strani, i gatti. Sì, ma la morale?

Che non siamo gli unici ad avere sentimenti contrastanti? Che sia necessario coltivare la pazienza? Che il mondo non gira intorno a noi – anche se ne siamo convinti? Che sia sempre meglio fare belle cose e non aspettarsi niente in cambio?

Non lo so, organizzate voi la morale. Io devo nutrire il gatto.

Annabelle Lee