Le famose sconosciute: Nellie Bly

Mentre raccoglievo informazioni su Nellie Bly la domanda “ma quante vite ha vissuto, questa donna?” mi è nata spontanea. La prima impressione è stata quella che lei sia stata qualcuno che ha fatto talmente tante cose per cui non basterebbe una vita per farle. Invece è morta a 57 anni.

Nel 1864 Elisabeth Jane Cochran nasce nel paese fondato da suo padre, a Cochran’s Mills, Pennsylvania. Il padre, da semplice aiuto mugnaio era diventato un ricco proprietario terriero. Vedovo con dieci figli, si risposò con Mary Jane, futura madre di Elisabeth da cui ebbe altri cinque figli. Qualche tempo dopo, il padre morì senza lasciare testamento e la seconda moglie, non avendo diritti sull’eredità, dovette lasciare la casa insieme ai suoi cinque figli. Elisabeth aveva solo sei anni.

Trasferitasi a Pittsburg, la vedova si risposò con un uomo che si dimostrò violento e dedito all’alcool. Quando decise di divorziare, Mary Jane fu costretta a dimostrare in tribunale gli abusi subiti, la figlia stessa dovette testimoniare in merito.

Ancora quindicenne, Elisabeth s’iscrive all’Indiana Normal School. La scelta è pressoché obbligata: studia per diventare maestra, una delle poche occupazioni aperte alle donne a quel tempo. Non eccelle nello studio, ama però scrivere e ci si dedica con passione. Neanche sei mesi più tardi invece deve sospendere gli studi: non ci sono più i soldi per pagare la retta. Torna quindi ad aiutare la madre che gestisce una piccola pensione.

Elisabeth è determinata a trovarsi un vero lavoro, impresa quasi impossibile in un epoca in cui per una donna lavorare non era rispettabile.

Ed è appunto di questo che parla l’articolo What girls are good for (A cosa servono le ragazze) – e sorvolerò sulla mia risposta a questo titolo cretino – uscito sul Pittsburg Disptach con la firma di Erasmus Wilson, uno dei più famosi editorialisti di Pittsburg.

Erasmus (che non aveva niente a spartire con il proprio nome, Cretinus sarebbe stato molto più appropriato, per l’appunto) asseriva che le donne devono orbitare esclusivamente nella sfera domestica: cucinare, stirare, lavare, sfornare e crescere bambini, ecco a cosa servono le donne. Per la precisione, le ragazze, non so quindi cosa dirvi, forse le donne non servivano neanche più a quello?

Cretinus non si fermava qui, no, la cosa non era abbastanza obbrobriosa, lui andava persino oltre, definendo una mostruosità le donne che avevano l’indecenza di lavorare!

Ebbene, intanto che sono occupata a inorridire copiosamente e a evitare con cura l’intera lista di attività elencata da questo… signore, vorrei fermarmi un attimo per riflettere. Perché, a pensarci bene, questa storia mi ricorda qualcosa. Questa storia mi ricorda che i tempi in cui viviamo (fine 2018, per chi avesse perso il conto) stanno iniziando ad assomigliare sempre più a certe mostruosità storiche che l’umanità ha già vissuto. Sia chiaro, tutto presentato in edulcorate vesti perbeniste da vari Cretinus o Cretinas (ma sì, mica ha l’uomo l’esclusiva) che si stanno diffondendo a dismisura. E che ci dicono come dobbiamo vivere, chi dobbiamo amare, che tipo di famiglia scegliere di costruire, ci indicano le razze migliori (come se al mondo ci fossero altre razze oltre a quella umana – ah, già, c’è anche quella dei cretini, certo!) oppure ci spiegano verso chi dobbiamo essere compassionevoli. Loro però non si fermano qui, no. Loro sono talmente generosi da infonderci i loro ideali assoluti persino su cosa NON dobbiamo fare. Chi NON dobbiamo amare – che è contro natura. A chi NON dar modo di integrarsi – che tanto, è pericoloso. A chi NON dare assistenza – che tanto, è qui a rubare. A chi NON garantire giustizia – che tanto, è solo un drogato. E moltissimi altri “che tanto…”

Da qui a “che tanto, è solo una donna” il passo è breve. Ma forse questo richiederebbe un articolo a parte.

Tornando invece all’articolo incriminato, questo suscitò un’onda d’indignazione e una pioggia di lettere di protesta, fra cui spiccava una firmata Little orphan girl: un concentrato di acume talmente potente da spingere il direttore del giornale, George Madden a scommettere che sotto la firma si nascondesse decisamente un uomo. Per smascherarlo e confermare la sua certezza, Madden offrì un posto di lavoro a chiunque dimostrasse di aver scritto la lettera.

Ecco dunque Elisabeth che si presenta a prendere in carico il promesso lavoro. Ha 21 anni ed è qui che inizia la sua folgorante carriera giornalistica.

Com’era da aspettarsi, il mondo giornalistico poco gradisce le firme al femminile, quindi Elisabeth è costretta a cambiare nome, scegliendo quello di Nellie Bly (nome ispirato da una famosa canzone popolare scritta da Stephen Foster). Per riscattarsi dalle scelte obbligate per essere accettata, Nellie decide la sua linea editoriale: si schiera dalla parte delle lavoratrici sfruttate, scrive sul lavoro minorile, sulla sicurezza sul lavoro, sul diritto di divorzio.

Il suo nome inizia a essere conosciuto, ma con la fama arrivano anche i primi problemi. Troppo scomoda, troppo vera: gli investitori minacciano il giornale di sospendere i finanziamenti e Madden è costretto a relegare Nellie alle pagine di moda e giardinaggio. Mondo che, ovviamente, sta stretto alla ragazza.

Indomita, nel 1886 convince il direttore a spedirla come inviata in Messico. Da lì racconta storie di soprusi e miseria, descrive la corruzione che avvelena il paese e, solo sei mesi più tardi, si fa espellere. Aveva pubblicato la storia di un giornalista imprigionato per ordine del Presidente con l’accusa di aver criticato il governo.

Ritorna al giardinaggio giusto il tempo per trovare un lavoro a New York, dove convince Joseph Pulitzer ad assumerla in uno dei suoi più famosi giornali, il New York World. Nellie è talmente determinata e crede in quello che fa a tal punto da lanciarsi nel giornalismo investigativo in prima persona. Letteralmente.

Fingendosi disturbata mentalmente si fa ricoverare per dieci giorni nel manicomio femminile di Blackwell’s Island. La sua inchiesta (Dieci giorni in manicomio) diventa famosa. Il racconto alienante delle condizioni delle internate – alcune addirittura sane, racchiuse dalla famiglie per motivi di soldi o vendette personali –, gli abusi, la mancanza di cure mediche, tutto questo smuove l’opinione pubblica a tal punto da attuare una riforma degli istituti mentali nello stato di New York.

Nellie continua la sua battaglia giornalistica su vari fronti: è l’unica a raccontare lo sciopero degli operai di Pullman Railroads dal loro punto di vista, racconta la vita delle donne nelle fabbriche, viene addirittura arrestata, parla delle serve-schiave nelle ricche dimore di New York, intervista personaggi famosi – tutto con uno stile inconfondibile. Infatti, nel 1894, il New York Journal la sceglie come “Miglior reporter d’America”.

Già famosa, raggiunge l’apice della sua carriera in seguito a un’impresa folle e inaudita allo stesso tempo: nel 1899 decide di replicare il Giro del mondo in ottanta giorni di Jules Vernes. Convince Pulitzer a finanziarla e parte all’avventura: farà il giro del mondo in nave, in treno, a dorso di mulo, col risciò e altri esotici mezzi, tornando a New York dopo 72 giorni, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi, stabilendo un vero record mondiale.

Il mondo intero segue la sua avventura, Pulitzer istituisce una lotteria per i lettori, più di un milione di persone partecipa cercando di indovinare la data del suo ritorno, la sua fama è alle stelle.

Trentenne, Nellie sposa a sorpresa un miliardario di quarant’anni più grande di lei, si ritira dal giornalismo e conduce una vita lontana dai riflettori. Nel 1905 suo marito muore, lei si dedica agli affari di famiglia. Introduce ambulatori medici, palestre e biblioteche nelle sue fabbriche, istituisce corsi per insegnare a leggere e scrivere agli operai, combatte per migliorare le condizioni lavorative. Pochi anni dopo deve dichiarare però fallimento e si rifugia in Svizzera per sfuggire ai creditori.

La Prima Guerra Mondiale è la scusa per tornare al giornalismo: Nellie fa l’inviata di guerra sul fronte austriaco per New York Evening Journal. Le atrocità della guerra le forniranno la determinazione di raccontarle direttamente dalla trincea, gomito a gomito coi soldati morenti sotto una coltre di fango.

Rientrata a New York continua il suo impegno giornalistico e dà vita a una nuova impresa: trovare una casa ai bambini abbandonati.

Muore per una polmonite nel 1922, dopo aver vissuto mille vite.

Annabelle Lee

Il mondo siamo noi

Si possono dire molte parole sul mondo che ci casca addosso e su di noi che ci spostiamo. Riscaldamento globale, polveri sottili, microplastica, combustibili fossili, desertificazione, inondazioni, usa e getta, frane, disastro ambientale, tromba d’aria, sfruttamento incontrollato della terra del mare dell’aria delle foreste… Parole che sentiamo ogni giorno, che ci vuoi fare, è così e basta, speriamo non tocchi a noi.ph.@greentumble

Speriamo non tocchi a noi fa ridere, fa anche piangere. Non solo ci tocca, è dentro di noi, siamo tutto questo, inutile guardare dall’altra parte, non serve cambiare canale, non basta non vedo non sento non parlo, siamo il collasso di noi stessi, meglio guardare, ascoltare, parlare, fare.

Fare, fare, cosa vuoi fare, sono cose più grandi di noi, non posso mica comprare la maglia di cachemire di provenienza controllata, io mi vesto a buon mercato, messa due volte è da buttare, fare? cosa vuoi fare, costa poco, vale poco. I danni fatti per produrla non li vedo, ho altro da pensare, lavoro da cercare, bambini da crescere.

Bambini da crescere, già. Dove? Come? Con cosa?

Sulla plastica galleggiante, con la mascherina, col merluzzo contaminato. Orrore.ph.@bbc

Il mondo siamo noi. Siamo quindi il mondo in cui vogliamo vivere, crescere figli, invecchiare, essere felici!

Pensiamo di non poter fare niente, che è il mondo che deve cambiare, che siamo troppo piccoli, che le regole le fanno gli altri, che noi subiamo e basta…

Il mondo siamo noi. E se noi siamo il mondo, a noi anche il cambiamento.

Una cartina buttata per terra. Quindici buste al supermercato. La spesa fatta in macchina. La raccolta differenziata fatta con indifferenza – tanto non mi vede nessuno. Le cose che non vanno più di moda. La moda di plastica. Il menefreghismo. La noncuranza. Il guardare dall’altra parte. Anche questo siamo noi. E noi siamo il mondo.

Annabelle Lee

L’autunno visto dal treno

Culla pensieri e pene, il treno. Ci pensa l’autunno ad avvolgerli di malinconia, nonostante il sole che si alza pigro su cime di faggi rossicci.

La brina biancastra esala fumi brumosi, fumi che insinuano abbracci non richiesti sul mondo dormiente, infestandolo di silenzi contemplativi e accettazione del fato.

Vorrei allungare la mano e posare le dita sulla foglia arrugginita dal sole, i polpastrelli che scivolano sulle gocce di mattino a spezzare il bagliore cangiante dello spettro colori… Un gesto inutile in una giornata qualunque.

La tela del ragno scintilla di luce, il cavallo espira nebbia da narici carezzevoli, l’alba è lenta, il treno veloce, la meta vicina, ma sempre sbagliata.

Annabelle Lee

La serietà leggera

Facendo zapping sulla tv (attività che riempie di gioia il mio lui) mi è caduto l’occhio – o forse dovrei dire l’orecchio – su una frase detta da un anziano giapponese che sembrava stesse iniziando una giovane europea. Iniziarla a cosa non ve lo so dire, perché mentre l’orecchio mi cadeva sulla frase, l’occhio faceva lo stesso con l’angolo sinistro dello schermo e lì compariva la scritta XXX. Ma è stato solo un attimo, avevo già cambiato canale.

Quello che invece mi è rimasto impresso è stata la frase di cui voglio parlarvi, frase rivisitata da me perché non la ricordo con precisione (a quanto pare, il binomio saggezza/lussuria mi aveva stordito):

“Tratta i problemi seri con leggerezza e quelli piccoli con serietà.”

Magari è una frase famosa detta da qualche Osho e no, non ho fatto alcuna ricerca su Google per scoprirlo, preferisco vivere nell’incertezza dell’immaginato. Fatto sta che è la prima volta che la sento.

È una frase molto semplice. Un consiglio, per la precisione, un insegnamento. È anche una frase breve, bella da ascoltare. Nella sua brevità racchiude un paio di parole chiave magistralmente usate per creare due concetti complessi.

I problemi seri. I problemi seri sono da sempre grattacapi non indifferenti. Creano ansie, stress, preoccupazione e altre emozioni poco gradevoli. Tutti vorremmo farne a meno, evitarli per quanto possibile e ciò è del tutto naturale. Naturali però sono pure i problemi seri, pare facciano parte della vita. Il consiglio dunque non è su come evitarli, ma su come affrontarli. Con leggerezza. Atteggiamento molto zen, difficilmente raggiungibile da noi comuni mortali inghiottiti da situazioni più grandi di noi.

Eppure trovo il semplice/complesso consiglio validissimo. Se solo si sapesse come applicarlo. Ma passiamo alla seconda parte, più semplice. Forse.

I piccoli momenti. I piccoli momenti di tutti i giorni, anche non necessariamente intesi come “problemi”. Attimi scontati, una parola troppo sbrigativa a chi ci vuole bene, lo scocciarsi per un nonnulla. Sommersi infatti dai “problemi seri” di cui parlavamo prima, chi ha tempo – o semplicemente voglia – di star lì ad analizzare le piccole cose, a trattarle con serietà?

La vita scorre veloce, gli impegni si accavallano, il tempo non basta mai. Anche se troppo spesso ci si dimentica, la vita è fatta di piccole cose, appunto. Sarebbe bello dar loro il giusto peso, trattarle con serietà, renderle importanti ai nostri occhi. O ai nostri cuori.

Perché le cose che diamo per scontate non lo sono mai.

Annabelle Lee

Il giusto equilibrio.

No, non so quale sia. Come cosa? Il giusto equilibrio, no?

È solo un titolo che funge da promemoria: Ricordarsi il giusto equilibrio! Ma del resto non so come si fa.

L’argomento di oggi è l’ambizione. Una caratteristica molto producente se si riesce a stare nel titolo. Altrimenti, da qualità diventa velocemente difetto. Uno non può mai stare tranquillo, lo so.

Guardandomi intorno – io no, non sono provvista di tale forza – noto che c’è una discreta campagna di supporto nel coltivare l’ambizione:

Se non smetti di lottare per quello in cui credi, alla fine ci riuscirai!

dicono

Restare focalizzati sui propri obiettivi ti avvicinerà a loro!

oppure

Non fermarti al primo ostacolo, continua a proseguire verso quello che sogni!

Tutto molto bello e giusto. Non fosse per quella piccola domandina che continua a girarmi in testa. Inseguire i sogni, centrare gli obbiettivi, raggiungere lo scopo – a che prezzo?

Non fraintendetemi, avere idee e lottare per realizzarle è sempre positivo. Il mio piccolo dubbio si palesa in quelle situazioni persino troppo comuni in cui l’obiettivo da raggiungere è talmente lontano o così ambizioso da richiedere non solo sacrifici, ma anche parecchi compromessi.

Quando sulla strada del successo si perdono pezzi di cuore.

Quando per arrivare in alto si calpestano i sentimenti.

Quando si è concentrati sulla meta e si perde il viaggio.

Quando si arriva lontano e si realizza che tutto quello che contava davvero è rimasto lontano.

Quando si raggiunge lo scopo e ci si rende conto che non era poi così importante.

Annabelle Lee

La bella compagnia

A nessuno piace stare solo. Troppo generalista? D’accordo, d’accordo, se proprio insistete posso cambiare questa affermazione in qualcosa di meno drastico. Una domanda.

A chi piace stare da solo?

Siate sinceri, anche perché so già la risposta.

È nella nostra indole: confrontarsi, fare comunità, dialogare, creare legami, incrociare destini. Siamo fatti per stare vicini, per parlare di noi e impicciarci degli altri, non c’è niente da fare. E nulla di male.

La solitudine non piace, intristisce, devi guardarti dentro, renderti conto chi sei, cosa vuoi, dove stai andando, sai che noia! Meglio stare in compagnia.

Ora che finalmente siamo capaci di interagire a distanza, adesso che riusciamo a organizzare aperitivi e cene con poche parole inviate da un click, il problema della comunicazione è risolto.

Risolto un corno. Adesso organizziamo cene via wazzap con i nostri amici o la famiglia e quando siamo insieme non alziamo gli occhi dallo schermo. Agli aperitivi teniamo il bicchiere in una mano, il cellulare nell’altra e niente, abbiamo finito le mani. Quando usciamo per una passeggiata lungo mare al chiaror di luna non c’illumina la luna, è lo schermo dello smartphone. È bello stare insieme!

Che poi io mi domando: se tutti quelli con cui volevamo uscire a cena sono qui, seduti accanto a noi, con chi di grazia stiamo chattando? A chi stiamo mandando note vocali che neanche il lancio dei missili atomici richiede tanta concentrazione, mentre il cameriere si dondola da una gamba all’altra aspettando il nostro ordine?

Dopo un’attenta riflessione credo di aver capito. Siamo completamente presi nel fingere di partecipare alle vite degli altri. Gli altri chi? Gli altri che fingono di vivere la vita che si presume noi vorremmo vivere. Un circolo vizioso. Un girone infernale ancora non descritto nei libri: Dante, è possibile aggiornare l’Inferno?

Su Istagram seguiamo esemplari plastificati di donne con gambe chilometriche che passano le estati supine sugli yacht e gli inverni a sciare in costume da bagno, poi maschi da copertina senza un capello fuori posto, perennemente alla guida di macchine potenti e in compagnia di esemplari plastificati di donne con gambe chilometriche… scusate, sono entrata nel girone. E ancora gatti tenerissimi “ma hai visto questo, che amore?”, poi Youtube, con esperti di fitness che non imiteremo mai, beauty blogger, fashion guru, vlogger, socialites, influencer, influenzati, ops. C’è anche Facebook, lì sì che possiamo interagire e sentirci intellettuali, passano anche le notizie “l’hai sentita l’ultima?”, rigorosamente fake, montature ad arte per l’imbecillimento di massa, ma è bello, siamo partecipi, possiamo dire la nostra.

Nel mentre, la vita va avanti, gli affetti veri sono seduti accanto a noi ma invisibili, forse presi anche loro nella “rete”.

Annabelle Lee