La rivincita delle castane

Avete mai notato che le donne dai capelli di quell’indefinibile, e pur definitissimo, almeno in termini di quantità, color castano, hanno spesso l’aria del “nessuno mi noterà”?

Abbandonate all’angolo della ribalta, mai citate, mai celebrate.

Cenerentola era bionda. Biancaneve bruna. Raperonzolo aveva i capelli dorati. E come saranno stati quelli della bella addormentata nel bosco? Non lo so, ma immagino che in qualche punto della fiaba si narri di una luminosa cascata di capelli color del sole.

Sicuramente non li aveva castani.

Persino la piccola fiammiferaia aveva dei lunghi capelli biondi. D’accordo, alla fine invece del principe azzurro se la porta via la nonna, e pure morta, ma almeno ha avuto il suo momento di gloria.

Per fortuna gli scrittori moderni, soprattutto le scrittrici (ma è naturale… ci si riscatta come si può. Notate le autrici meno avvenenti: normalmente le loro protagoniste sono donne appena graziose che fanno girare la testa a mezzo mondo. Approvo la scelta: un romanzo è un romanzo, come una favola è una favola. Spazio ai sogni), dicevo: i nuovi artisti della penna stanno portando alla ribalta i capelli castani. Del resto credo che sia il colore più diffuso, seppur in molteplici sfumature, nel mondo occidentale.

Nell’immaginario maschile però ci sono due grandi categorie: le bionde e le more.

Certo, gran spazio lo hanno anche le rosse, ma a loro viene riservato un trattamento particolare, quasi fossero di un altro pianeta.

E le castane? Niente.

E allora i parrucchieri fanno affari d’oro, perché non dimentichiamo che identificarsi con una delle due macrocategorie ci rende (mi metto in mezzo) riconoscibili. Per strada almeno.

Badate bene: se dovessimo mantenere il nostro inqualificabile marroncino-non-so-bene, nessuno cercherebbe la nostra attenzione, nessuno ci chiamerebbe con “a castana!” (quel “a” sta per “hey!”).

Non esiste. Non si è mai sentito.

Ma ostentate una chioma gialla e vi volterete ai languidi “a bionda!”, e con una corvina ai roventi “a mora!”.

A Roma una testa rossa verrà appellata con “a roscia!”. Non è elegante, ma pur sempre meglio di niente.

O forse sì?

Forse è meglio niente di quel niente mascherato da attenzione.

Una favola con una capigliatura castana in realtà c’è, ed è proprio interessante: la Bella e la Bestia, dove una graziosa fanciulla dagli ordinari capelli marroncino-non-so-bene redime la parte bassa dell’essenza maschile, la libera dagli strati della sua animalità (sempre meno animosa di certi contro-eroi di molti romanzi attuali. Ed è tutto dire) e fa emergere l’Uomo. Finalmente.

Quei capelli castani, tra il chiaro e lo scuro, simboleggiano la capacità femminile, capacità in fieri – con qualsiasi colore di capelli –, di fare da mediatrice tra il pensare e il volere attraverso una intelligenza sentimentale (che non è sentimentalismo), che incoraggia ad amare l’essenza e non l’apparenza, ricevendo in cambio la stessa qualità d’Amore (se si ama l’essenza si sa anche cosa aspettarsi).

È una capacità che dovrebbe essere dell’Umano, al di là del genere, ma che trova nella donna maggiore attitudine. Probabilmente perché la donna è anche quella che partorisce il proprio figlio. E il proprio figlio, come si sa – ben lo dicono i napoletani: ogne scarrafone è bell’ a mamma soja – è l’essere umano più bello del mondo. Anche pelato.

Sarebbe bello liberarsi dall’obbligo di omologarsi a un’immagine stereotipata che si vede, ma non si sente.

Sarebbe bello avere la forza di mostrarsi con la… propria testa, perché a lasciarla libera rivelerebbe tutti i colori dell’arcobaleno.

Loredana Conti

Pubblicato da

Blogentheos

Leggere è cool.

2 pensieri su “La rivincita delle castane”

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