Madeleine, ovvero: la nostalgia che fa ingrassare

La nostalgia ha un sapore spesso dolce come il suo più famoso richiamo letterario: la madeleine proustiana.

È dolce perché legata a un momento in cui la nostra interiorità si è sciolta, come cioccolata all’interno di un tortino appena sfornato. E ci fa sorridere e al contempo intristire, come un ottimo liquore di ciliegia (l’alcool dolce è un compagno infido: ci apre al sorriso e al pianto).

La nostalgia… basta davvero un morso a risvegliarla: un sapore, gustato in un momento di gioia antica, restituisce quella letizia. O quella placida serenità. O quell’emozione intensa (non proprio quella. Ne parlerò).

A un primo istante non ci sovviene il motivo del sentimento che ci allarga il cuore.

Quel sapore, o quell’odore ci fanno affacciare su uno sfuggente desiderio. Su un non chiaro senso di deja vu.

E non serve riassaporare, riannusare: l’impressione perde di intensità, addirittura si allontana.

Così come quando ci incaponiamo nel trovare un nome che abbiamo sulla punta della lingua: non arriverà. Lo farà in piena notte magari, svegliandoci. O mentre stiamo chiacchierando di tutt’altro, facendoci assumere espressioni del tutto incongrue alla situazione.

Quindi: ripetere l’assaggio non aiuta, come ci narra Proust nel celeberrimo brano della madeleine (tratto da “Dalla parte di Swann”, ne è quasi l’abbrivio. Ovviamente è uno dei libri della Recherce):

“Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. È tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. È chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me.”

Come afferrare il ricordo, il senso?

Il grande scrittore francese semplicemente si adagia sulla sensazione, lascia che essa sia l’unico senso utilizzato: senso senza sostanza fisica, ma pieno di quell’essenza che è l’anima, contenitore – e rielaboratore – di ricordi .

Ed ecco!, finalmente uno squarcio su quel disagio emozionato: il ricordo emerge, ed emerge in tutta la sua crescita. Il tempo che l’ha separato dalla sua manifestazione nella realtà l’ha modificato, l’ha modellato sul nostro cambiamento, sul nostro nuovo modo di percepire le cose, di accogliere il mondo.

Un sollievo misto al dolcissimo dolore per il tempo che fu e che mai più sarà, ci strapperà un sorriso, forse una lacrima.

E alfine compresa quella memoria involontaria, che ci ha donato la possibilità di affacciarci all’essenza di noi stessi, potremo continuare ad assaporare il biscotto più famoso del mondo, a forma di conchiglia, originario di Combray, e che non è nemmeno difficile da preparare.

Vale la pena immergere le mani nella farina per provare a entrare nelle pagine di uno dei più grandi capolavori letterari di tutti i tempi, e allora per facilitarvi il magnifico compito vi propongo la ricetta:

  • prendete 150 grammi di farina e mescolatela con mezzo cucchiaino di lievito e altrettanto di sale. Ovviamente le ricette attuali prevedono la farina 00, ma presumo che all’epoca di Proust si usassero ancora cibi vitali, pertanto ve ne consiglio una organica e meno raffinata.
  • a parte sbattete 3 uova di galline allevate almeno biologicamente (meglio se di un contadino amico vostro. Se avete contadini amici segnalatemeli, grazie) con 150 grammi di zucchero. Ecco, lo zucchero: cosa non si sente di male sullo zucchero? È tutto vero. Tuttavia non posso consigliarvi di sostituirlo con del succo d’acero, perché non ho provato la ricetta variata, e quindi pazienza. Probabilmente diventeremo fisicamente invulnerabili al cianuro allenandoci coi veleni quotidiani.

Dove ero rimasta? Ah sì, alle uova sbattute, come quelle che mi portava mio padre al letto per colazione quand’ero bambina… Uh! Madeleine! Attivano la nostalgia, deve essere proprio una loro qualità. Bene:

  • aggiungete 80 grammi di burro fuso, un po’ di buccia d’arancia grattugiata, e unite lentamente, mescolando bene (mai col cucchiaio! Molto meglio la forchetta, oppure la frusta), la farina.
  • mettete il composto nello stampo tipico (oggi sono ottimi quelli in silicone), e infornate in forno già caldo a 180 gradi per dieci minuti. A fine cottura aspettate che si freddino. Poi mangiateli – ovvio –, ma mangiateli pensando alle distese di lavanda della Francia, alle sue coste, allo champagne, e al suo memorabile – uno dei suoi tanti memorabili – scrittore.

Ah, nota curiosa: nella prima stesura Proust non parla di madeleine, ma di pane tostato spalmato di miele. Se avesse lasciato questa versione ci avrebbe facilitato la vita in cucina…

Loredana Conti

Pubblicato da

Blogentheos

Leggere è cool.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...