Niente sensi di colpa: è solo la cioccolata

Dato che Giacomo Casanova la utilizzava come rinvigorente, possiamo ben dire – e qui potremmo addirittura fermarci, con giusta soddisfazione – che la cioccolata ha il suo perché sostanziale e non solo immaginario. Nella sua autobiografia, “Storia della mia vita”, il seduttore più famoso di tutti i tempi la cita più di cento volte.

Consiglio per i signori uomini: calmi, non correte a saccheggiare gli scaffali dei supermercati o le vetrine delle pasticcerie più chic: Giacomo Casanova doveva solo rinvigorire un talento naturale. E sicuramente riposarsi da fatiche derivanti dal suo essere scrittore, poeta,  filosofo, alchimista, diplomatico e agente segreto.

Insomma: James Bond al suo confronto è un dilettante.

Di cioccolata parla molto Dickens nei suoi romanzi.
Nel “Racconto delle due città” (1859), Dickens ironizza sull’aristocrazia francese della fine del diciottesimo secolo, con il divertente quadretto della degustazione da parte di “Monsignore”, della cioccolata mattutina:

“Monsignore era nell’atto di prendere la sua cioccolata. Monsignore poteva trangugiare facilmente una gran quantità di cose, e alcuni pochi malcontenti supponevano che stesse trangugiando piuttosto rapidamente la Francia; ma la sua cioccolata mattutina non poteva arrivare fino alla bocca di monsignore, senza l’aiuto di quattro uomini validi, oltre il cuoco. Sì. Occorrevano quattro uomini, tutti e quattro fiammanti di fulgide decorazioni, e il loro capo incapace di esistere senza avere in tasca almeno due orologi d’oro, secondo la nobile e modesta abitudine inaugurata da monsignore, per condurre la felice cioccolata alle labbra di monsignore.

Un valletto portava la caffettiera di cioccolata alla sacra presenza; un secondo l’agitava fino a farla schiumare col piccolo strumento che portava per quella funzione; un terzo presentava l’avventurato tovagliolo; un quarto (quello dai due orologi d’oro) versava la cioccolata. Era impossibile per monsignore fare a meno di quei valletti della cioccolata e mantenere il suo alto posto sotto i cieli ammirati. Una gran macchia si sarebbe diffusa sul suo stemma, se la cioccolata fosse stata servita soltanto da tre persone: e se fosse stata servita da due egli sarebbe addirittura morto”.

Kerouac ritiene una tavoletta di cioccolata salvifica per l’anima di un suo protagonista, ne “I vagabondi del Dharma”.

Ma la cioccolata, cibo degli Dei secondo i Maya, per diversi scrittori non ha qualità solo psico-fisiche, ne ha anche alcune magiche: Marquez, in “Cent’anni di solitudine”, dà alla preziosa bacca trasformata in cioccolata liquida la facoltà di far levitare chi la beve. Nel caso specifico al furbo padre Nicador che, grazie all’esibizione di sollevamento dal pavimento, bevendo cioccolata di casa in casa raccoglie un mucchio di soldi.

In “Chocolat”, di Joanne Harris, la cioccolata assume sfumature a tutto tondo, dall’alchemico all’erotico. E, chi ha letto il libro può confermarlo, Johnny Depp non c’entra niente.

Del resto degli effetti positivi della cioccolata, consumata in modo equilibrato (ma qual è l’equilibrio? Dipende dalla necessità. Sì, ora ci vorrebbe una faccina ammiccante), parla addirittura la scienza che si interessa degli effetti degli alimenti sul corpo umano. E sulla sua psiche.

Niente di magico su quelli positivi: il cioccolato contiene sostanze psicoattive e questo spiega, almeno in parte, la sua efficacia nel contrastare ansia e depressione, nell’indurre sensazioni di energia fisica con aumento di capacità lavorativa, e nell’aumentare stati di piacere e di benessere.

Nelle diete dimagranti, un pezzetto di cioccolato fondente aiuta a contrastare i mostri della fame (i morsi sono eufemistici in molte circostanze, ahimè).

Una ricetta? Ma perché mai! Per questa volta possiamo goderci il lavoro degli altri: assaporiamo con grande attenzione una tavoletta di cioccolato fondente con una percentuale di cacao non inferiore all’80 per cento.

A occhi chiusi, piano, molto piano, dopo averla annusata, permettiamo che si sciolga quasi completamente da sola in bocca. Il tatto e la vista lasciamoli ai professionisti della degustazione. Noi accontentiamoci di percepire quanto il gusto si armonizzi con il nostro stato d’animo, divenendone amico confidente e confessore impenitente. Che ci suggerisca mete esotiche, cantine frequentate da artisti, un letto sfatto.

Per le signore: se vi verrà in mente Johnny Depp non sentitevi in colpa… è la cioccolata.

photo@Chocolat

Loredana Conti

Sono uscita a cercare la primavera

Le stagioni influenzano l’animo. Sempre che si abbia abbastanza tempo per poterlo percepire. Io ho tempo, o almeno è quello che mi piace pensare. Il tempo ha me, sia chiaro. Ma voglio dargli la soddisfazione di avermi lentamente, senza quella caotica rincorsa che tanto bene caratterizza l’inizio di millennio. Rincorsa che porta inesorabilmente e molto velocemente a quella meta che quasi nessuno vorrebbe raggiungere. Non è ironico?

Voglio vivere un bel tempo. Percepire le stagioni. Annusare l’aria, guardare il colore del cielo ogni volta diverso, ogni volta nuovo. Ascoltare i rumori, il silenzio, ancora i rumori, i cinguettii, come sono romantica, chi ha tempo di guardare le foglie verdeggianti e gli uccelli che costruiscono nidi?

Vivere la primavera rende vivi.E io sono uscita a cercarla. Ho smesso il guscio di insofferenza, ho aperto gli occhi solo per vedere i colori e sono uscita a cercarla. C’è profumo di erba, nuvole guerriere oltre a un cielo indaco, fermento di “si faccia posto al nuovo!” e poi spazi, infiniti spazi da riempire di primavere.

Sono uscita a cercare la primavera. E lei era dentro di me.

Annabelle Lee

Le famose sconosciute. Ada Lovelace

La Madre dell’informatica, Ada Augusta King, contessa di Lovalace, altri non era che – udite, udite – figlia di Lord Byron!

La stessa storia d’amore conclusa con un brevissimo matrimonio fra sua madre, Anne Isabella Milbanke (conosciuta come Annabelle), e il famoso poeta inglese è degna di un racconto a parte, se non di un libro o un film, ma qui ne accennerò solo brevemente, concentrandola sotto la mia amara conclusione:

“la sindrome da Crocerossina affligge le donne da sempre…”

Annabelle, nata e allevata da aristocratici genitori sposati per amore, cresce in un ambiente colto e raffinato, studia seguita da professori di Cambridge e si muove fra persone benestanti e dal futuro tracciato.

D’altro canto, George Byron proviene da una famiglia problematica, bullizzato a scuola per via di una gamba più corta dell’altra, diventa un adulto irascibile e avventato. Reso famosissimo dalla pubblicazione del suo poema epico Childe Harold’s Pilgrimage, tutti vogliono un pezzo di lui. Tutti tranne Annabelle, che non è minimamente interessata. I due si conoscono a un party e si frequentano da amici per un po’. O almeno è quello che lei continua a dire alla sua famiglia e, forse, anche a se stessa. Perché, come accenna la biografa Julia Marcus:

“La brava ragazza è determinata a salvare il cattivo ragazzo.”

Ovviamente si sa come finisce. Ma andiamo per ordine.

Dopo varie vicissitudini, i due finalmente si sposano, ma Byron un cattivo ragazzo lo è per davvero. Gira sempre con due pistole addosso, è pieno di rabbia e genio, prende il laudanum e beve troppo, minaccia Annabelle di morte e minaccia se stesso – a seconda dell’attimo -, frequenta altre donne e pessime compagnie.

Ada nasce appena in tempo per dover abbandonare la casa in cui vivono – ha poco più di un mese – e, insieme ad Annabelle, va a vivere nella casa dei nonni materni. Inutile dire che nel 19esimo secolo la separazione non era esattamente una passeggiata, per non parlare dell’astio che subì Annabelle da parte di tutti i fan di Byron che la accusarono di essere una fredda donna senza cuore e senza la capacità di comprendere il genio creativo di Byron. Persino i biografi e i critici letterari dipingono sua moglie in modo distorto e irrealistico, mentre un cattivo ragazzo resta un cattivo ragazzo. Anche se geniale.

Tornando ad Ada, non rivedrà più il padre, che morirà in Grecia qualche anno più tardi. Lei si rivela da subito una bambina prodigio, curiosa e piena d’inventiva. Affascinata dai macchinari, la piccola Ada disegna macchine volanti, studia l’anatomia degli uccelli, realizza uno studio documentato sulle abitudini del suo gatto, insomma ha mille interessi. E non è ancora dodicenne.

Annabelle, preoccupata (a ragione) che la figlia non segua le orme distruttive del padre, si prodiga moltissimo per assecondare le sue inclinazioni scientifiche. I tutori a cui viene affidata spronano Ada nello studio della matematica, materia per cui si dimostra particolarmente portata e quindi ci si dedica completamente. È lei stessa, in una lettera per suo marito di qualche anno più tardi a confessare che:

“Null’altro che un intenso e ravvicinato studio di materie di natura scientifica sembra tenere la mia immaginazione a freno, impedendole di galoppare selvaggiamente…”

Dopotutto, è sempre figlia di suo padre.

Tuttavia, i suoi tutori e professori temono che lo studio intensivo della matematica possa influire negativamente sul suo stato di salute, da sempre molto cagionevole. Ada è una bambina malaticcia, soffre di terribili mal di testa che le provocano l’abbassamento della vista intorno agli otto anni, a tredici resta paralizzata in seguito al morbillo e solo due anni più tardi tornerà a camminare con le stampelle.

Ma la madre continua a seguirla e sostenerla e in adolescenza viene affidata a Mary Somerville, autrice di testi universitari di matematica e traduttrice di testi nell’ambiente. È grazie a lei che Ada farà un incontro che la consacrerà come madre dell’informatica. Si tratta di Charles Babbage, scienziato che sta lavorando da tempo alla macchina analitica, un vero computer prima dei tempi.

Iniziò così una proficua collaborazione che, in un primo momento, vide Ada tradurre in inglese i lavori del matematico Luigi Menabrea, studi dedicati, appunto alla macchina analitica. Ma lei non si limitò solo a questo, studiò alternative e idee innovative, appuntando a margine del progetto varie note in cui mostrava la capacità di prevedere moltissime delle future applicazioni del computer.

Mentre Babbage si concentrava esclusivamente sul potenziale di calcolo della sua macchina, Ada si dimostrò molto più lungimirante, studiando un algoritmo che oggi viene riconosciuto come il primo programma informatico. Fu proprio basandosi sul lavoro di Ada Lovelace che Alan Touring mise le basi per costruire il primo moderno computer.

Molte delle sue ricerche non furono riconosciute o prese sul serio, anche se diversi matematici brevettarono studi basati sul suo lavoro, tuttavia Ada non si lasciò abbattere e continuò a studiare e a creare teorie persino dopo il matrimonio, lasciandoci immaginare che, se avesse vissuto ai nostri giorni, molto di più avrebbe potuto dare al mondo. Ebbe tre figli e morì a trentasei anni. Come suo padre.

Annabelle Lee