La solitudine è una bella compagnia

A chi piace essere solo? Vero: ogni tanto, magari, stare lontani da tutti aiuta a schiarirsi le idee, essere lasciati in pace per qualche ora serve a ricaricare le batterie. Essere soli invece è tutt’altra cosa.

Generalmente la solitudine si percepisce come uno stato (sensazione?) opprimente che angoscia la vita di molti. L’idea di non avere qualcuno con cui condividere i momenti, la mancanza della possibilità di confronto, l’assenza di un consiglio o, semplicemente, il fatto di non poter ridere insieme (a qualcuno?) – tutto molto destabilizzante.

Ma ogni medaglia ha due facce. E così ogni realtà. Salvo forse che la facce sono molte di più (o, per meglio dire, le sfaccettature).

La solitudine ha il pregio della libertà. Elemento di gran lunga trascurato quando si è accecati dal “dolore” dell’essere persi in sé stessi. Invece quando non lo si è, si spreca molto tempo nel pensare (segretamente): “se solo potessi fare questo o quello” “se solo non fossi costretto ad andare…” e via dicendo. La solitudine offre la libertà di decidere su un piatto d’argento. Ah, non stesso dicasi della capacità di farlo!

La solitudine ha il pregio della conoscenza. Come si può comprendere il mondo se non si conosce sé stessi? Queste frasi fatte vengono spesso snocciolate in giro, senza mai approfondire il loro vero senso, d’altronde siamo nell’era della velocità, del superficiale e dell’apparenza, a cosa vuoi che serva l’approfondire?! Non so, a non far finta di vivere, magari? Guardarsi dentro è spesso pericoloso e mai indolore, ma la solitudine permette di farlo gradualmente. Si può provare a capirsi o si può non capirsi senza fretta, specchiandosi in se stessi da tutte le angolature, senza la pressione di essere guardati e di dover indossare al volo la maschera meno peggio. In solitudine non ci sono maschere, né bugie.

La solitudine ha il pregio di essere eterna. Cosa che, guardata con gli occhi del disperato, è una terribile sfortuna. La verità è che non negli altri troveremo quello che manca in noi. C’è una solitudine primordiale nella nascita – e non starò qui a ricordarvi della morte –, così come c’è una perenne solitudine intrinseca in ognuno di noi, abbracciarla quindi può renderla solo più dolce.

Non è facile abbracciare la solitudine. Ma, se ci si riesce, il risultato è non essere più soli.

Annabelle Lee

Dal letame nascono i fior

“Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior”

suggeriva De André nel 1967, e direi che la situazione mondiale in fatto di benessere gli dà ragione: la ricchezza raggruppata in poche mani, quei diamanti — metaforici e non — che brillano sulle dita dei potenti, opacizzano le coscienze anziché illuminarle. Perché le schiacciano nel giogo delle finte necessità, della finta bellezza, dei finti valori.

Invece nella semplicità delle buone pratiche agricole c’è il seme (da coltivare con cura) della salvezza, dell’equità, della possibilità di distribuire il giusto a tutti.

Garantire la libertà della terra da ogm, da pesticidi troppo spesso non necessari, da inaridimento dei territori causato dalla mancata rotazione delle colture, da inquinamento delle falde acquifere è operare con amore per la libertà della Terra. È passare da minuscola a maiuscola nella qualità della vita.

Il letame è un alleato preziosissimo in questo progetto, un complice che accomunato a sistemi di coltura che affondano le radici, è proprio il caso di dirlo, in sapienze millenarie, a volte così come ci sono state tramandate, altre migliorate da menti illuminate, potrebbe restituire al nostro Pianeta il suo vero colore azzurro, quello che fa piangere gli astronauti quando lo guardano dallo spazio.

Per esempio: fino a un secolo fa per il suo imbianchimento (che anche oggi si fa con procedure naturali… niente a che vedere con lo zucchero bianco, tanto per intenderci), il pregiato radicchio Trevigiano tardivo, dopo il lavaggio, passava le ultime tre settimane di maturazione in buche dentro ai letamai.

Il letame non era quello che appesta con il suo lezzo i dintorni delle aziende che praticano l’agricoltura intensiva, proprio no.

Per capire che odore abbia un compost sano, che non inacidisce a causa del cattivo stallatico utilizzato, quando dovrebbe solo fermentare, bisogna andare in una fattoria biodinamica. Che sorpresa fu per me, in una delle mie visite a un’azienda condotta con questa magnifica pratica agricola, scoprire che il cumulo odorava di fiori! Proprio di fiori.

Il radicchio Trevigiano tardivo non subiva quindi l’aggressività di un letame rancido, e prosperava in sicurezza, nelle temperatura e umidità che la sua delicatezza richiede nell’ultimo periodo di maturazione.

Oggi non si usa più metterlo nei depositi di stallatico, e questo rassicurerà i benpensanti. O gli schizzinosi. Tuttavia vorrei rassicurare chi dovesse incappare in un nostalgico cultore delle tradizioni: ovviamente la pianta non stava — e non starebbe nell’azienda nostalgica — a contatto con le deiezioni animali…

Siamo a Maggio, il mese più femminile dell’anno, perché pieno di profumi e di bellezza (e noi donne siamo notoriamente profumate e belle). Ebbene: il radicchio Trevigiano tardivo è come una bella donna: con pochi accorgimenti diventa una rosa, l’archetipo della bellezza floreale. E forse della bellezza in sé. È affascinante vedere come un mazzo di cicoria (la famiglia del radicchio) con poche mosse si vesta di un colore seducente, a metà tra l’innocenza rosata e la passionalità vermiglia.

Ed è anche buono come una donna (e noi donne siamo notoriamente buone), provare per credere, tuttavia mettendo mano al portafoglio: il radicchio Trevigiano tardivo è un ortaggio costoso. Ed è comprensibile data la sua preziosità.

Preparatelo semplicemente adagiato in una teglia, dopo averne diviso le foglie, con un filo di olio extravergine, una leggera spolverata di sale, e, a chi piace, qualche tocchetto d’aglio. Passatelo per non più di 10 minuti in forno a 220°, in modalità grill.

Contorno intrigante: dolceamaro, come la vita, ma sapido, grazie all’intervento dell’acume umano, come è il pensiero di chi apprezza tutto quello che gli viene incontro, ben sapendo che a qualcosa servirà di certo…

Ps: l’articolo è tardivo, come il radicchio. Non lo troverete sui banchi dei supermercati in questa stagione (se sì è grazie ai miracoli delle tecniche agricole), ma ricordatevene il prossimo inverno, quando le arance cambiano l’odore delle case: in effetti un altro modo superbo per gustare l’ortaggio che si fregia del marchio IGP è in insalata, crudo, con spicchi d’arancia, olive nere, sale, olio evo e pepe: riscalda il cuore nonostante la fiamma non venga scomodata affatto. Ricorda stanze scaldate da camini grandi, passeggiate su prati di poderi antichi, sole dopo una pioggia malinconica.

Loredana Conti

Le famose sconosciute. Gertrude Bell.

Se avete già sentito parlare di Lawrence d’Arabia magari vi giunge conosciuto il nome di Gertrude Bell, interessantissima figura femminile che ha partecipato a molte delle spedizioni di Thomas Edward Lawrence, influenzando in modo decisivo le sorti dell’attuale Iraq. A me, no.

Nata nel 1868 in una benestante famiglia britannica, Bell dimostrò da subito di voler correre veloce: a soli 16 anni infatti fu ammessa a Oxford dove si laureò in soli due anni – fu la prima donna a laurearsi in Storia moderna –, contestando le tesi dei suoi docenti durante l’esame.

Molto sicura di sé, si sentiva perfettamente a proprio agio in ambienti prevalentemente maschili, certa di poter competere con chiunque di loro. La sua sicurezza e alterigia non la rendevano particolarmente simpatica: considerata snob e dall’ego smisurato, aveva pochi estimatori, cosa che preoccupava i suoi genitori. Così, questi decisero di farle cambiare aria, mandandola in una piccola vacanza a Bucarest, in Romania.

Come ci si poteva aspettare da un carattere del genere, Gertrude si fece sì incantare, ma invece di trovare marito, cadde vittima del fascino dell’Oriente. Allungò il suo giro visitando Istanbul e Teheran, studiò il persiano e, a fine Ottocento, si trasferì a Gerusalemme. Prossimo obiettivo: imparare l’arabo e dedicarsi al suo vero amore: il deserto.

Indossando la kefiah e cavalcando come un uomo, Gertrude viaggiò in lungo e in largo, facendosi conoscere e rispettare da moltissimi capi tribù. Per più di dieci anni andò alla scoperta di posti impensabili non solo a una donna, ma persino a un occidentale: fu infatti il primo europeo ad addentrarsi negli altipiani desertici dell’Arabia Saudita. Andò a Damasco, Babilonia e Ur, portandosi sempre dietro la macchina fotografica, scattò migliaia di fotografie, tracciò le mappe dei posti che visitava e riempì taccuini di informazioni, tutto materiale che avrebbe usato poi nei suoi svariati libri sul Middle East.

Viaggiava come una ricca e avventurosa inglese, non rinunciando mai alle porcellane, agli abiti di fattura francese e a una certa aura di indomita stravaganza. Essendo oramai conosciuta da varie tribù, era consuetudine essere invitata per il tè o a cena dai capi arabi con cui conversava e scambiava notizie amabilmente.

Notizie che, invariabilmente, inviava a uno dei suoi amici, Valentine Chirol, giornalista del Times e informatore del governo britannico. Con la guerra alle porte, Gertrude diventò dunque un elemento fondamentale nel decidere le strategie da adottare nel reinventare le colonie tanto care all’impero di Sua Maestà. Anche se contrastata dai comandanti britannici che mal tolleravano la sua figura – per una strana ironia, Gertrude Bell fu molto più apprezzata nonché rispettata dal mondo maschile arabo che dai suoi stessi connazionali –, la perfetta padronanza dell’arabo e del persiano, le competenze territoriali e la profonda conoscenza di tutte le frazioni politiche e religiose che serpeggiavano nel mondo orientale fecero in modo che Gertrude fosse indispensabile nel gestire la difficile situazione geopolitica.

Quella donna “col cervello da uomo” disegnò le indispensabili mappe che guidarono appunto Lawrence nella rivolta araba, partecipò attivamente alla reinvenzione della Mesopotamia, aiutò le autorità coloniali a installare l’emiro Faisal I a governare su un territorio disegnato al tavolino, si spese completamente nel sostenere i diplomatici e i capi locali nella creazione di un’infrastruttura governativa stabile, fu l’unica donna presente alla Conferenza del Cairo nel 1921 dove si tracciarono i confini dell’attuale Iraq, uno stato che prima non esisteva.

Dopo l’ascesa di re Faisal e con la temporanea stabilità politica, Gertrude restò a Bagdad dove lavorò a fondare e costruire un museo archeologico. Fu sempre lei che, per la prima volta, propose l’idea di valorizzare i reperti antichi sul posto, senza più trasportarli e disperderli in giro per l’Europa. Il risultato fu il National Museum of Iraq, dove è custodita una delle più grandi collezioni di arte mesopotamica. Nel 2003 il museo fu pesantemente danneggiato in seguito all’invasione americana.

Tuttavia, gestire un museo di antichità limitava gli orizzonti incredibilmente avventurosi di Gertrude Bell e la consapevolezza che nessun governo le avrebbe offerto un incarico pari a quello di un uomo spinsero verso la depressione questa fantastica donna che, nel 1926, prese una dose fatale di sonniferi. Fu seppellita nel British Cemetery di Bagdad, cuore di quel territorio che per lei rappresentò l’unico, grandissimo amore.

Uno nota a margine: nonostante le sue grandi capacità e la sua apertura mentale – o forse proprio per quello – Bell fu una strenua oppositrice della lotta femminile per la libertà di voto che imperversava all’epoca. Sosteneva che la maggioranza delle sue connazionali mancavano della conoscenza e l’educazione necessaria alla costruzione di una solida realtà politica. Col senno di poi potrei dire: come se gli uomini…

Annabelle Lee